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Full text of "Il Museo e la Galleria Borghese"

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Cì. Venturi 



(b. O- 



2 3 V 

W. E. DUITS, 



LONDON 



AMSTERDAM 



IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



COLLEZIONE EDELWEISS 



IV. 

IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 

PER 

A. VENTURI 




ROMA 

LA SOCIETÀ LAZIALE 
Piana del Popolo 8-14 



1893 



Proprietà letteraria. 



THE GETTY CENTER 



IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



l Cardinale Scipione Borghese, fondatore 
di questa galleria, regina delle gallerie private 
del mondo, fu detto per gentilezza di modi 
^|3pp|S|p|^J la delizia di Roma, e fu d'animo »cgio nell'edi- 
ficare e rinnovare basiliche e chiese, nel costruire la villa 
Pinciana di tre miglia di circuito, neli'incoraggiare artisti e 
..letterati, nel sollevare poveri. 

Nato nei 1 5 76 da una sorella di Camillo Borghese (il quale 
fu poi papa nei 1605 col nome di Paolo V), sposa al duca 
■CarTarelli, ebbe dallo zio lo stemma, il cognome, il titolo di 
Cardinale nel 1605, abbazie e ricche prebende. Assistente al 
governo del Pontificato, legato di Avignone, protettore della 
Germania e delle Fiandre e degli ordini dei Predicatori e dei 
Camaldolesi, ebbe onore di pontefice; ma la villa ove rac- 
colse i tesori dell'arte resta titolo della sua gloria. Nella ba- 
silica liberiana riposa il protettore di Bernini, l'amico di tutti 
gli artisti che al suo tempo spuntarono tra la folla; e l'arte 
•còpre d'uno splendido manto marmoreo, variopinto e dorato 
il sepolcro suo e quelli di Clemente Vili e di Paolo V t 




6 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



L'edificio, ove il Cardinale ripose i suoi tesori artistici, fu 
eretto da Giovanni Vasanzio fiammingo, coperto nella fronte 
e tutt'intorno da busti e bassorilievi e statue, dipinto nel log- 
giato dal Lanfranco, riempito delle opere che da tutte parti 
s'inviarono al potente in omaggio. A Ferrara il Serra Cardi- 
nale legato andava a caccia dei quadri rimasti nel Castello 
Estense per farne graz ; osa offerta al Cardinal Borghese ; il 
marchese Enzo Bentivoglio metteva per lui a ruba i quadri 
della città, e con preghiere e minaccie otteneva dallo spode- 
stato Cesare d'Este parte de' quadri che ornavano i camerini 
dorati dei Castello; il Vescovo di Ferrara nei 1607 gli spe- 
diva l'ancona d'un altare dell'Ospedale di Sant'Anna. E in- 
tanto il cardinal Pio, il Patriarca d'Aquileia, l'abbate di San 
Daniele, e principi e prelati, e Paolo V pontefice gareggiavano 
a soddisfare le brame del grande collettore romano; e tutto 
il fiore degli artisti d'Italia concorreva ad abbellire la casa 
dell'arte a Villa Pinciana. Essa rimase quale era uscita dalla 
mente del Cardinale, fino a che un suo successore, Marcan- 
tonio Borghese, chiamò a raccolta gli accademici di San Luca 
per apportarvi novello splendore, e arricchì la suppellettile del 
museo coi monumenti gabini, che Gavino Hamilton scozzeze 
disotterrava dalla curia, dal foro e da altri edifici nel terri- 
torio dei Gabi, e che Ennio Quirino Visconti illustrava sa- 
pientemente. Tanto splendore nuovo d'arte e di scienza venne 
meno, quando Camillo Borghese, marito a Paolina Bonaparte, 
cedendo alle voglie di Napoleone I, diede al Louvre duecento 
opere artistiche in cambio della terra di Lacedio in Piemonte. 
La casa dell'arte riprese l'aspetto di prima, e fra i marmi 
archeologici men belli e men numerosi tornò ad agitarsi più 
liberamente il gruppo di Apollo e Dafne del Bernini. Tor- 



IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 7 

narono intanto da Parigi, fuori dai nascondigli le celebri tele 
dei Borghesi, fuori dalla umida rimessa ove stettero per lunghi 
mesi rotolate; e nelle stanze rinnovate lasciò Paolina Bor- 
ghese il ricordo della sua affascinatrice bellezza col marmo di 
Canova. Il Canina, protetto dal genio tutelare delle raccolte 
artistiche dei Borghese, dal marchese Gozzani di San Giorgio, 
e da Don Francesco Borghese, esordiva in Roma ornando la 
villa di un propileo a mo' di quello di Sunio nell'Attica, e 
dando ai resti delle raccolte e ai nuovi acquisti un assetto 
decoroso. Nel 1 89 1 il Museo, e la Galleria tolta dal palazzo 
Borghese in Roma, si riunirono; e molti quadri tornarono 
così all'antica sede, dove già furono vanto del Cardinale Sci- 
pione Borghese, dove ispirarono otto canti di 360 ottave 
a Scipione Francucci (161 3). I canti giacciono manoscritti 
e sconosciuti; mentre le opere d'arte qui raccolte, solennemente 
ricordano al mondo il mecenate e il collettore romano. 

Nel discorrere dell'ampia e preziosa raccolta, noi ci siamo 
attenuti al sistema adottato nelle tre guide precedenti della 
galleria del Campidoglio, della galleria Vaticana e della Far- 
nesina. Abbiamo quindi cercato di soffermarci innanzi alle 
opere più degne di studio, e di consultare intorno ad esse i 
più recenti autori, principalmente l'Helbig per le sculture an- 
tiche, Crow e Cavalcasene e Lermolieff per i dipinti. Ma più 
di tutti ha cooperato al nostro lavoro il direttore della Galleria 
Borghese, Sig. Giovanni Piancastelli, che vigila sulla galleria 
affidata alle sue cure con cuore e intelletto di artista. 



L'Autore. 




VESTIBOLO 



Sculture. I. Candelabro in marmo lunense. La zona inferiore 
e la quarta sono ornate di maschere bacchiche. 

II. Frammento di statua di Apollo (trovata presso Frascati 

nel 1826) sur un cippo dedicato alla Fortuna Salutare. 
Secondo Nibby, già esistente nella raccolta primitiva della 
villa. 

III. Torso di figura virile in marmo lunense. Arte romana. 

IV. Frammento di statua forse di u**.a Leda, finamente ese- 
guita in marmo lunense, su cippo recante la iscrizione: 

« D1S. MANIBVS. SPENDONTIS. AVGVSTI. ET. AVGVSTAE. LI- 
BERI!. » 

V. Due piccoli busti su colonne di lumachella. 

VI. Bassorilievo rappresentante le nove Muse. 

VII. Altorilievo dell'arco di trionfo di Claudio. Molto guasto, 
specialmente a destra. Rappresenta fra le altre figure 
quella di un generale, Lrse Claudio, che a capo scoperto, 
vesiito di lorica e di paludamento, tiene nella sinistra 
un'asta o un rotulo; e dietro a lui s'affacciano tre uffi- 
ciali, e nel lontano si veggono i pretoriani, con elmi 



IO IL MUSEO K LA GALLERIA BORGHESE 

piumati e con insegne militari. L'arco di Claudio fu com- 
piuto nell'anno 51-52, e i bassorilievi che lo adornavano 
sono quindi anteriori di trentanni a quelli dell'arco di 
Tito eretti nell'Si. A motivo dei guasti, delle mutila- 
zioni e dello sfaldarsi della superfìcie, l'opera non si può 
apprezzare giustamente ; ma sorprende per l'espressione 
rigida, arcaica de' profili delle figure. L'arco di Claudio 
sorgeva al cantone di Via del Caravita, ove l'Acqua Ver- 
gine attraversava la via Lata. Il Poggio lo vide ancora 
eretto verso la metà del secolo XV. Nell'anno 1562, nella 
piazza di Sciarra, furono scavati gli avanzi dell'arco, e 
il Vacca ne comperò [36 carrettate. Due grandi alto- 
rilievi figurati dell'arco e parte di un terzo furono com- 
prati da Gio. Giorgio Cesarino, che li trasportò nel suo 
giardino a S. Pietro in Vincoli, donde passarono dopo 
varie vicende a Villa Borghese; il quarto rilievo fu fatto 
murare nella scala del palazzo capitolino dai Conserva- 
tori di Roma. I frammenti delle iscrizioni, tuttora cu- 
stoditi nel palazzo Barberini, spiegano come il Senato e 
il Popolo romano erigessero l'arco in onore di Claudio, 
a memoria delle sue vittorie nella Brettagna, durante il 
terzo suo consolato. 
Vili. Frammento di statuetta di Minerva (riproduzione del 
capolavoro fidiaco rappresentante Atena Fartenos, vergine 
dea protettrice di Atene). 

IX. Torso di figura virile con clamide sulla spalla sinistra. 

X. Altorilievo dell'arco di trionfo di Claudio. Non si sor- 
gono più che alcune teste, un vessili : e qualche altro 
a'^anzo d'insegne militari (v. al n. VII). 

XI. Fram mento di statua di figura togata, con esecuzione a 

solchi profondi. 

XII. Frammento di un'Ercole in marmo lunense. 

XIII. Colonna di porfido. 

XIV. Una ninfa dormiente messa a coperchio di un sarco- 
fago adorno di genietti che reggono un disco. L'una 
parte non ha affinità con l'altra. 



VESTIBOLO 



XV. Torso di un Apollo saettatore in marmo pentelico (se- 
condo il Nibby), che per la mossa richiama il Diadu- 
meno di Policleto (fu trovato presso Frascati nel 1826). 
Poggia sopra cippo con iscrizione greca di Quinto Giulio 
Mileto. 

XVI. Torso di statua d'uomo ignudo (prov. come il sudd. da 
Frascati), collocato sopra il cippo di Catilia Paolina. 

XVII. Statuetta di una ninfa simile al n. XIV, messa a rao' di 
coperchio sul sarcofago di L. Tullio Milziade attribuito 
dal Nibby al III secolo. 

XVIII. Colonna di porfido. 

XIX. Fronte di sarcofago rappresentante una zuffa di bar- 
bari co' Romani. Secondo il Nibby, appartiene all'e- 
poca di Settimio Severo. 

XX. Frammenti di due piedi (uno con sandali) e di una 
mano colossali. 

XXI. Torso supposto di Cerere. Sta sur un cippo del III se- 
colo di L. Valerio Ponziano. 

XXII. Bassorilievo rapp. Romolo e Remo sotto il fico rumi- 
nale, Acca Larenzia e Faustolo a destra, un pastore nel 
lontano Si dubita dell'antichità della scultura. 

XXIII. Due piccoli busti, l'uno di efebo nudo, l'altro di Bacco 
bambino su colonne di granito. 

XXIV. Bassorilievo rapp. Li morte di Adone (fronte di sar- 
cofago). 

XXV. Altorilievo dell'arco di trionfo di Claudio. Due figure 
di alfieri nel primo piano: lo stendardo di quello a si- 
nistra aveva in cima un'aquila col fascio di folgori ap- 
piedi; un altro stendardo, che si vede nel secondo piano, 
è terminato da una ninno, insegna di un manipolo o 
d'una coorte; un terzo stendardo reca un medaglione 
col ritratto di Claudio (?), una corona murale, una pa- 
tera col ritratto di Narciso (?) e una corona di lauro. 
In due elmi sono rappresentate le folgori, distintivo della 
legione XII fulminatrice (V. al n. VII). 

XXVI. Bassorilievo rappresentante Apollo e Marsia. Il Nibby 



12 



IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



lo dice moderno, e lo ascrive alla scuola di Michelan- 
gelo. 

XXVII. Torso colossale di un imperatore deificato (secon- 
do il Nibby), proveniente da Frascati, ove fu trovato nel 
1826 nella villa Lucidi. S:a sopra un cippo, provenien- 
te dal Quirinale (terme di Costantino), di Stazio. 

XXVIII. Frammento di statua imperiale, con lorica ornata 
di bassorilievi. Scultura romana del I-I I secolo. 

XXIX. Torso di statua di giovanetto in marmo greco, col- 
locato su cippo di L. A. Marziale Pudenziano. 

XXX. Candelabro ornato d'edera. 

XXXI. Quattro busti nelle nicchie laterali alla porta d'ingres- 
so. I due di donne romane appartengono al tempo di Set- 
timio Severo. 

XXXII. Quattordici busti lungo le pareti sopra mensole li- 
no di essi rappresentante Adriano con aggiunta lorica a 
squame. 



SALONE 



13 



SALONE 



Volta del Salone. — Pitture di Mariano Rossi (ti. a Sciacca 
in Sicilia 1731, m. in Roma- 1807), che studiò prima a Palermo, 
p®i a Napoli e a Roma. Chiamato a Torino nel 1 776 dal 
re di Sardegna, condusse colà pitture a fresco; ritornato a Roma, 
eseguì queste pitture ed altre per parecchie chiese. Qu> rap- 
presentò M. Furio Camillo, quando in Campidoglio ruppe le 
trattative con Bienno. e allegorie relative alla gloria. Le pit- 
ture, benché rosseggiami, sono di un fare largo e sicuro, di 
un effetto grandioso. 

Gli ornamenti delle pareti furono dipinti da P. Rotati 
Romano e gli animali da Venceslao Peters (pittore di Carls- 
bad, noto in Roma al principio del secolo come pittore di 
animali). 

I bassorilievi furono eseguiti da Gaetano Monti (n. a 
Ravenna nel ijjó, m. a Milano nel 1847. Fu seguace di Ca- 
nova, di cui fece il busto nel 18 to, un anno prima di recarsi 
a Milano); da Francesco Massimiliano Laboureur (n. a Roma 
nel 1767, m. ii Roma nel 1822. Fu seguace del padre suo. 
L'accademia di S. Luca lo nominò accademico di merito, 
nel 1 8 1 2 professore di scultura col Thorwaldsen, nel 1820 
suo presidente), da Salimene, da Vincenzo Pacetti (se lare 
dello scultore Pacilli, nel 1779 accademico di merito nell'ac- 
cademia di S. Luca, poi principe dell'accademia stessa, ricer- 
catore di antichità romane indefesso) e dal Righi. 

I musaici del pavimento furono trovati dal principe Fran- 
cesco Borghese nel 1834 in uno scavo eseguito a Torrenova 
sul colle di Tuscolo: * per la rozzezza dell'arte, le foggie delle 
vesti, l'indole dei nomi e la forma delle lettere sembra la- 
voro del secolo IV e monumento degli ultimi tempi delle gla- 
diatorie edizioni » (De Rossi). 



14 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



Sculture. XXXIII. Statua di Diana, dell'epoca degli Antonini. 
La testa aggiunta alla statua è un ritratto di matrona ro- 
mana. 

XXXIV. Busto virile d'uomo adulto, con corazza di nero bi- 
gio, paludamento di alabastro. 

XXXV. Testa colossale d' Iside, col fiore di loto sulla fronte, 
maestosa come una Giunone. 

XXXVI. Statua di Satiro colossale. Buon lavoro in marmo 
lunense. Sulla base si vedono incastrati frammenti di un 
grande fregio bacchico, di cui sono gli altri frammenti ai 
numeri XLIX e XLI1. 

XXXVII. Testa colossale rappresentante forse Giunone, e, se- 
condo Nibby, una Musa. Riproduzione di opera greca. Esi- 
steva a Mondragone. 

XXXVIII. Testa di Vespasiano inserita in busto di portasanta. 

XXXIX. Statua virile con un'aquila sul plinto. È probabile 
che rappresenti un imperatore, ma la mancanza del capo 
non lascia stabilir quale. Poggia sur un cippo, ov'è rap- 
presentata una donna sopra un letto, tra due ancelle. 

XXXX. Meleagro. Deriva dallo stesso originale di bronzo, co- 
me il Meleagro dei Vaticano. 

XXXXI. Augusto. La testa fu riconnessa, ma è antica e ap- 
partenente alla statua. Poggia su un cippo di Flavia Augu- 
sta Dafne. 

XXXXII. Bassorilievo rapp. un sacrificio a Bacco. Frammento 
del grande fregio citato ai n. XLIX e XXXVI. 

XXXXIII. Frammento di cavallo, ridotto a rappresentare Cur- 
zio precipitantesi nella voragine: frammento forse di una 
biga antica. 

XXXXIV. Statua di una Sacerdotessa (?) dell'epoca degli Anto- 
nini. Poggia sur un cippo (esistente già nella villa primitiva) 
di Petronia Musa. 

XXXXV. Fauno danzante. Il solo torso è antico, forsanche la 
metà della parte superiore della coscia. 

XXXXVI. Statua togata, con testa aggiunta che somiglia più 
a Pompeo, secondo il Bernoulli, che a Cicerone. Poggia 
sur un cippo con sacrificio a Minerva. 



SALONE 



J 5 



XXXXVII. Testa virile con busto moderno di alabastro. La 
testa è del I secolo. 

XXXXVIII. Testa colossale di Adriano. Il ritratto è « uno 
dei più bei ritratti idealizzati di quest'Imperatore » (Helbig). 
Già esistente al palazzo Borghese. 

XXXXIX. Bacco (statua colossale). Solamente il torso è di 
certo antico. Forse si appoggiava alle spalle di un satiro, 
secondo la rappresentazione di Prassitele. — La stat. a poggia 
su un basamento, su cui sta incastrato un frammento di 
fregio rappresentante scene bacchiche. Al fregio apparten- 
gono i numeri XXXVI e XLII. 

L. Testa colossale di Antonino Pio. Il restauro l'ha guasta. 
LI. Testa virile incognita in marmo pario, su busto di por- 
tasanta. 

LII. Statua di Diana, che ricorda pel tipo la Diana con la 

fiaccola nel Vaticano. 
LUI. Dodici teste d'imperatori con busti di bigio venato bianco. 

Moderne. 



l6 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



I\ CAMERA 



Quadri della volta, opera di Domenico de Angelis di 
Ponzano (uno dei migliori scolari di M. Benefiali, accademico 
di S. Luca, fiorì in Roma al principio dei secolo). Quello dei 
centro r.ippresenta il Giudizio di Paride, gli altri quattro raffi- 
gurano Enea fuggitivo da Troia, Giunone implorante la distru- 
zione delle navi troiane, Venere che raccomanda Enea a Giove, 
e le Parche che filano i destini di Roma. 

I bassorilievi sulle porte sono di Vincenzo Pacetti, e rap- 
presentano Antiloco che annuncia ad Achille la morte di 
Patroclo, Mercurio che bilancia i destini di Ettore e di Achille 
innanzi a Giove. * 

I quattro bassorilievi lungo le pareri sono di Agostino 
Penna (scultore romano, accademico di S. Luca, che nel 
1786 fece la statua di Pio VI nella sagrestia vaticana). Rap- 
presentano i doni di Medea inviati a Creusa, le nozze di 
Peleo e Teti, Laodamia, Protesilao e la favola di Alope. 

Pitture antiche. — Luteri (Giovanni), detto il Dosso. 
Nato presso a Ferrara circa il 1480, m. 1546. — Scuola ferrarese. 

Si crede discepolo di Lorenzo Costa, ma la sua ed-icazione 
dovette svolgersi principalmen^ a Venezia. La sua potenza di 
fantasia, il fuoco del colore, la grandiosità delle immagini lo 
fecero dire l'Ariosto della pittura. Lode non eccessiva, se si 
considerano i suoi santi cavalieri rivestiti d'armature d'acciaio 
scintillanti, le sue figure con panneggiamenti di broccato a 
fiorami su fondo d'oro, i suoi angioli con le chiome al vento, 
i suoi draghi fantastici, i suoi paesaggi innondati di luce. 



I.» CAMERA 



r 7 



L'Ariosto stesso collocò lui, insieme col fratello Battista, a pari 
de' più grandi pittori del tempo. Visse principalmente a Ferrara, 
alla corte degli Estensi, e fu prediletto da Alfonso I, che nel 
152$, quando recossi ad incontrare l'imperatore Carlo V, lo 
condusse seco perchè ne ricavasse il ritratto. Come altri pittori 
di corte, fu occupato in lavori di piccolo conto: pitture di sjene 
per le commedie, disegni di monete, coloriture di lettiere e di 
leggìi, verniciatura di usci e di finestre, ornamenti dei cannoni 
che il Duca di Ferrara fondeva in una propria officina. Ebbe 
a compagno ne' suoi lavori il fratello, che li tradizione disegna 
di carattere irrequieto, irritante, geloso della gloria di lui. 
Lasciò a Ferrara, a Reggio e a Modena molte opere: quelle di 
Ferrara furono in gran parte trasportate a Roma, poi che 
verso la fine dd secolo XVI, il Papa s'impadronì di quella 
città; buona parte delle altre di Modena, vendute ad Augusto III, 
re di Polonia ed elettore di Sassonia, sono ornamento della 
galleria di Dresda. 

1 Apollo e Dafne (Tela a. 1,91, 1. 1,16). 

La vernice aranciata vela il colorito delle carni, che fresco 
appare nella parte del torso, donde la vernice fu tolta; e dà 
opacità alla tinta luminosa del manto verde di Apollo, che 
stacca sul fondo con alberi autunnali e con frondi gialliccie, 
e sul piano erboso disseccato. Il quadro proviene probabilmente 
dal Castello di Ferrara, donde furono tolti quadri decorativi 
pel Cardinale Scipione Borghese. 

Amerighi Michelangelo, detto il Caravaggio. N. a Cara- 
vaggio, 1569-1609. — Scuoia lombarda. 

Da Milano ove fece nei suoi giovani anni parecchi ritratti, 
si recò a Venezia, e di là a Roma, ove stette al servizio del 
Cavalier d'Arpino, dipingendo frutta, fiori, ornati. La celebre 
pittura il giuoco delle carte, acquistata dal Cardinal del Monte, 



// Museo e la Galleria Borghese - 2. 



l8 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



gli diede fama. A S. Luigi de' Francesi dipinse un S. Matteo 
a sedere con le gambe cavalcioni e coi piedi Tomamente esposti 
al popolo (Bellori), si che i preti tolsero il quadro dall'altare. 
Nel Transito della Madonna nella chiesa della Scala imitò una 
donna morta e gonfia. Tuttavia la sua fama aumentò a mille 
doppi. Ma il suo carattere violento non gli lasciò godere i 
frutti del suo talento pittorico : uccise a Roma un amico, e fu 
ccstretto a' fuggirsene a Napoli. Quivi stette alquanto, e poi 
si rifugiò a Malta, ove ottenne favori e la Croce di Malta 
dal Gran Mastro Vignacourt. Ma per la contesa avuta con un 
cavaliere, fu messo in prigione: evase, e fuggì a Siracusa» 
Visitò Messina e Palermo, e vi lasciò opere della sua mano. 
Poscia ritornò a Napoli, ove fu ferito. Tornò sopra una feluca 
a Roma, ma ari ivato presso la città, fu fatto prigione da una 
guardia spagnuola; e sebbene fosse rilasciato in libertà, non 
ritrovò più la sua feluca e le sue robe. Agitato da cordoglio 
e da affanno, scorrendo il lido sotto il sollione, fu preso a 
Porto d'Ercole da febbri che lo trassero a morte. Caravaggio 
fu il capo della scuola naturalistica, che reagì contro alla con- 
venzione, al manierismo degli eclettici Carracci. I giovani pit- 
tori lo seguirono, e a Bologna pure, nella città della carraccesca, 
il suo stile mise radice nella pittura di Guido, di Domenicliino, 
di Guercino. E alla sua arte si ascrissero Bartolomeo Man- 
fredi, che trattò scene di lanzichenecchi, di bravi, di giuoca- 
tori; lo Spàgnoletto, che predilesse figure di martiri scorticati e 
sanguinolenti, vecchi scarni e incartapecoritì ; Gherardo delle 
Notti e Carlo Saraceno che alla luce delle lampade o dei tiz- 
zoni ardenti illuminarono le loro scene fantastiche; Valentin 
che si compiacque nel rappresentare concerti, zingare, ecc. 

2. Davide con la testa di Golia (tela a. 2,02, 1. 1,12). 

Davide, un lanzichenecco risoluto e cinico, tiene per una 
ciocca nera la testa del Gigante dalle cui sopracciglia corru- 
gate scendono grandi ombre sulle dilatate nere pupille, e dalle 
cui labbra sembra uscire un ultimo rantolo. Notiamo però che 
il quadro ricorda il fare di Bartolomeo Manfredi, scolaro del 



l. a CAMERA 



*9 



Caravaggio; e che il Bellori discorre di una mezza figura di 
Davide da questo eseguita, non d'una intera figura. Racconta 
il Bellori come Michelangelo da Caravaggio dipingesse pel 
Cardinal Borghese una Cena in Emaus, degenerando in forme 
umili e volgari, e « un San Girolamo, che scrivendo atten- 
tamente, distende la mano e la penna al calamaio, e l'altra 
mezza figura di Davide, il quale tiene per li capelli la testa 
di Golia che è il suo proprio ritratto, impugnando la spada, 
e lo figurò da un Giovine discoperto con una spalla fuori della 
camicia, colorito con fondi ed ombre fierissime, delle quali 
soleva valersi per dar forza alle sue figure, e componimenti. 
Si compiacque il Cardinale di questa, e di altre opere, che 
gli fece il Caravaggio, e l'introdusse avanti il Pontefice Paolo V, 
il quale da lui fu ritratto a sedere, e da quel Signore ne fu 
ben rimunerato. » 

Sculture. LIV. Venere vincitrice giacente, statua di Canova. Lo 
scultore nacque in Possagno nel 1759, mori nel 1 8 2 2 . Fu detto : 
« vera personificazione dell'arte, ultima stella che brillò al 
tramonto della regina dei mari, simbolo di Rinascimento 
per l'Italia. » Nelle pagine dell'affettuoso suo discepolo An- 
tonio d'Este, che ne scrisse la vita, l'anima del Canova si 
rileva in tutto il suo candore ; nelle opere, il genio di Ca- 
nova illustrò l'epoca napoleonica. Condusse di nuovo l'arte 
all'antico, \erso le forme di una civiltà non corrispondente 
alla nuova; epperò le sue produzioni accurate, benché ri 
velino il lungo studio e il grande amore, restano fredde. Ad 
ogni modo segnarono la via a forme corrette e a nobili 
ideali, interpretarono il sentimento neo-classico. 

È noto come nel volto di Venere sia ritratta Paolina Bor- 
ghese, che Napoleone I, nelle sue Conversazioni a Sant'Elena, 
definì come la più bella donna del suo tempo e la mi- 
gliore creatura vivente. « Posta questa statua », racconta 
Antonio d'Este biografo del Canova, « nel Palazzo Bor- 
ghese in Roma, eccitò tal desiderio negli illustri stranieri, 
che a folla corsero ad ammirarla, che non pur paghi fu- 



20 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



rono d'idolatrarla nei giorno, ma anche la sera al lume 
de' torchietti bramavano vederla per rilevarne meglio le 
bellezze, e le gradazioni della carnagione, che fu forza cir- 
coscriverne l'accesso. » 

LV. Statuetta di un giovane (la spada impugnata è aggiunta). 
Marmo lunense, lavoro di poca importanza. 

LVI. Statua ridotta a rappresentare una Musi, sopra un pie- 
distallo con bassorilievi rappresentanti una danza bacchica. 

LVII. Grupppo di una fanciulla con un cagnuolo ed un bam- 
bino, scolpiti in marmi diversi. Secolo XVII. 

LVIII. Statua di Venere genitrice, che si suppone tratta da 
un originale di Alcamene. Sta sopra un'ara con bassori- 
lievi rappresentante una danza bacchica. 

LIX. Statuetta di Paride. 

LX. Testa di Settimio Severo. 

LXI. Bassorilievo rappresentante Minosse che insieme alla 
madre Europa reca offerte al Dio Poseidon. Opera greca. 

LXII. Gruppo di Leda col cigno (è antica l'ala sinistra del 
cigno e la testa di Leda). 

LXUI. Busto virile (tipo Apollineo). 

LXIV. Bassorilievo rappresentante Aiace che rapisce Cassandra. 
Riproduzione di originale greco. 

LXV. Statuetta proveniente dalla stessa villa Pinciana. Rap- 
presenta un giovine plebeo, secondo Helbig, e d:riva da un 
buon originale dell'epoca ellenistica. 

LXVI. Statua di matrona idealizzata. L'acconciatura richiama 
quella di Plotina, della Giulia di Tito ecc. È volgarmente 
detta la Speranza. 

LXV1I. Testa virile in basalte, su busto loricato, con espres- 
sione di dolore. Sembra la testa di un barbaro. 

LXVIII. Statua di Flora (?), sopra un'ara ov'è la rappresen- 
tanza di un sacrificio (1' attributo è aggiunto, la testa è 
moderna). 

LXIX. Statuetta simile al n. LXV. 

LXX. Busto virile. III-IV secolo. 



I. a CAMERA 



21 



LXXI. Bassorilievo che si suppose rapprentante l'educazione 
di Telefo (secondo Winkelmann). Fu trovato a Torrenova 
nel sec. XVII. La rappresentazione non è ben certa. 

LXXII. Gruppo rappresentante Venere in atto di acconciarsi 
e Amore assistente. 

LXXIII. Busto muliebre. Arte romana del III secolo. 

LXX1V. Bassorilievo di un fanciullo sopra un'aquila. Sec. XVI. 

LXXV. Due bassorilievi raffiguranti Apollo e le Muse. Opera 
dell'epoca degli Antonini. 

LXXVI. Sette busti nelle nicchie ovali delle pareti. 



22 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



IP. CAMERA 



Pittura del centro della volta, di Francesco Caccianiga 

— (2V. a Milano nel ijoo, m. nel ij8i. Discepolo di France- 
schini di Bologna, accademico di S. Luca, che lasciò dipinti 
a Torino, nel palazzo Gavoni in Roma, e quadri d'altare in 
Ancona). Rappresenta la caduta di Fetonte. 

I medaglioni sono di Luigi Agricola. (Visse a Roma al 
principio del secolo. Fu accademico di S. Luca. Dipinse a 
Sant'Antonio dei Portoghesi, a S. Giovanni della Malva ecc.) 

I bassorilievi delle pareti furono modellati dal Righi. 

Pitture antiche. — Ponte Giacomo, dello Giacomo Bassano. 

— N. a Bassano nel 1510, m. nel IJ92. — Scuola vene- 
ziana. 

Suo padre Francesco Bassano fu il suo primo educatore 
Imitò poscia Bonifazio e Tiziano, ma ridottosi al suo paese 
nativo, ove rimase sino alla morte, abbandonò le tradizioni 
dei grandi maestri veneziani per ripetere quadri di genere, o 
quadri sacri che di genere sembrano, con colori accesi, con 
grande quantità di animali e di particolari campestri o fami- 
liari. Per tutto entrano i suoi cagnolini, le sue pecore, i suoi 
polli, le sue frutta e le sue caldaie. Ma il maestro mostrò 
molto godimento nel riprodurre paesaggi, scene della vita dei 
campi, tanto che può considerarsi nel suo genere un precursore. 
3. 5. 9. lì. Le Stagioni (T tela a. 1,10, 1. 1,46) 
(2 a » a. 1,35, I. 1,80) 
(3 a » a. 1,35, 1. 1,80) 
(4 a » a. 1,10, 1. 1,46) 



U. a CAMERA. 



2 3 



3. La Primavera. — Il Ridolfi discorre cella rappresen- 
tazione delle quattro stagioni in quattro quadri di Giacomo 
Ponte detto il Bassano, e li descrive in modo da lasciare ri- 
conoscere che questi quadri furono una replica di quelli de- 
scritti e conservati presso Nicolò Ranieri in Venezia. Ci in- 
segna difatti il Ridolfi che « molte delle quali stagioni faceva 
il Bassano, per mandarle a Venezia a vendere, e stavano per 
molto tempo appese al cantone di San Mose. » Il Ridolfi 
discorre di pitture di Jacopo da Ponte presso cardinali e prin- 
cipi di Roma, anche presso i Borghese. In questi quadri si 
veggono le solite donne di forme rotondeggianti viste di tergo, 
con vesti di color giallo chiaro e rosso scuro; i putti, che 
ricorrono di continuo nell'arte del Bassano, di carni accese, 
di teste tonde, di capelli dorati; i vecchi barbati con le carni 
aranciate ombrate di nero; le figure spesso, con vesti lacere, 
benché di color giallo di damasco e di rosso e verde vellutati. 

Cesari Giuseppe, detto il Cav. d'Arpino. N. in Arpino 
nel 1560 circa, m. in Roma nel 1640. 

Fu educato nell'arte da suo padre, e ancora giovane acquistò 
in Roma una grande fama, contrapponendosi ai Carracci e al 
Caravaggio. Dipinse a Roma e a Napoli, fu creato cavaliere 
dell'ordine di S. Michele da Luigi XIII. Venne detto il Ma- 
rino dei pittori; e fu corruttore in pittura, come Marino nella 
poesia. 

Il Cav. d'Arpino ebbe rapporti coi cardinale Scipione Bor- 
ghese, per cui dipinse a San Grisogono, e un quadro grande 
della Creazione dell'uomo nella villa Pinciana, e un'allegoria 
di Roma per l'esequie di Gio. Battista Borghese, fratello del 
Pontefice. 

4. Andromeda legata allo scoglio (tela a. 1,75, 1. 1,1 8). 
È opera di forme grossolane. 

Ponte Giacomo, detto Giacomo Bassano. 

5. L'Autunno (V. al n. 3). 



24 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



Luteri Battista, detto Battista di Dosso, Ferrara, n.... 
m. nel i$4&. 

La tradizione ha impicciolito Battista, fratello di Giovanni 
Dossi, a pittore di fondi di quadri, di fregietti e di paesaggi; 
ma egli dipinse invece molte figure a fresco e in tela. Di lui 
è raramente fatto ricordo nelle gallerie, perche i suoi quadri 
distinti in antico col solo suo cognome, finirono per assumere 
il nome del fratello: confusione accresciuta anche dal fatto 
che, tanto Battista quanto Giovanni, furono designati col so- 
prannome di Dosso. Lavorarono di spesso in compagnia, non 
di fr.ìterno accordo. Mentre Dosso Dossi s'ispirava all'arte del 
Giorgione, Battista di Dosso era in Roma attratto dall'arte 
di Raffaello. Molto servì Laura Eustocchia Dianti e i suoi due 
figli don Alfonso e don Alfonsino. Morto il fratello, rimase 
pittore ufficiale della corte estense fino a' suoi ultimi giorni. 
Fu meno grandioso del fratello, ma compositore vivace e fan- 
tastico. 

6 . Paese con figure di Dame e Cavalieri (tela a. 1 . 1 6, 1.1,59). 

Questo paese ed altro di questa collezione, come i paesi 
simili della galleria Doria e Spada, provengono dal castello 
di Ferrara. Sembra che fossero ornamento dei camerini dorati 
del castello, e quelli stessi che Enzo Bentivoglio ottenne pel 
cardinale Scipione Borghese, un po' per amore e un po' per 
forza nel 1608. 

Varotari Alessandro, detto il Padovanino. N. a Padova, 
nel 1590, m. nel 16 fo. 

Figlio di Dario, pittore che praticò giovinetto con Paolo 
Veronese, volse come il padre gli occhi all'arte veneziana, 
studiò con diligenza le opere di Tiziano, e le imitò di fre- 
quente. Charles Blanc lo definì: « un femminile Tiziano. » 

7. Minerva in atto di vestirsi (tela a. 2,64, 1. 1,89). 

Elegante figura che sembra dipinta, coi posteriori criteri del- 
l'arte detta dell'Impero. Fu trasportato il quadro a Parigi al 
tempo di Napoleone I. 



II" CAMERA 



25 



Luteri Battista, detto Battista di Dosso (V. al n. 6). 

8. Paese con rappresentanze magiche. 

La rappresentazione fantastica e strana deve essere stata 
ispirata da incisioni o dipinti di maestri come il Civetta. 

Ponte (Giacomo da), detto Giacomo Bassano (V. al n. 3). 

9. L'Inverno. 

Zucca Giacomo. Firenze, N. nel 1540-1588. 

Fu educato nell'arte dal Vasari, stette in Roma sotta la 
protezione del Card. Ferdinando de' Medici, dipinse il palazzo 
del suo mecenate e quello de* Rucellai. 

10. Psiche e Amore (tela a, 1,80, 1. 1,35). 

Il rosso del fondo è stridente, le forme ad angoli retti sono 
poco gradevoli, quantunque prese separatamente mostrino lo 
studio dell'autore. Il quadro è ricordato come qui esistente 
dal Maniili, sin dal 1650. Reca la scritta: 

IAOZVC-F-FAO'w- 

Ponte (Giacomo da), detto Giacomo Bassano (v. al n. 3). 

11. L'Estate. 

Sculture. LXXVII. Davide, statua di Giovanni Lorenzo Ber- 
nini. (Lo scultore nacque a Napoli nel 1598, mori in Roma 
nel 1680. — Lo educò nell'arte Pietro suo padre, pittore 
e scultore fiorentino; ebbe ingegno precoce a versatile, co- 
me ebbero i grandi artisti del Rinascimento. Scrisse com- 
medie, dipinse, scolpì, architettò: fu grandioso sempre, do- 
minatore della materia. Ai marmi diede il fruscio della 
seta, lo splendore del raso, il color della carne, la legge- 
rezza dei capelli; nei busti scolpì il carattere de' personaggi 
con una forza nuova; nelle architetture spirò una trionfale 
grandezza. Fu il più grande artista italiano del seicento). 



2 6 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



Di questa statua così parla il Baldinucci, dopo avere detto 
che il Card. Scipione Borghese commise al Bernini il grup- 
po di Enea e di Anchise: « Onde maraviglia non è che 
.lo s :esso Porporato di subito gli ordinasse una statua di 
un David, di non minor grandezza della prima. In que- 
st'opera egli superò di gran lunga se stesso, e condussela 
in ispazio di sette mesi, e non più, mercé che egli fin da 
quella tenera età, com'egli era poi solito dire, divorava il 
marmo, e non dava mai colpo a voto: qualità ordinaria 
non de' pratici dell'arte, ma di chi all'arte stessa s'è 
fatto superiore. La bellissima figura ch'egli ri.rasse dal pro- 
prio volto suo, con una gagliarda increspatura di ciglia 
allo 'ngiù, una terribile fissazione d'occhi, e col mordersi 
con Ja mandibola superiore tutto il labbro di sotto, fa ve- 
dere maravigliosamente con la frombola pigliar la mira 
alla fronte del Gigante Filisteo; nè dissimile risoluzione, 
spirito e forza si scorge in tutte l'altre parti di quel corpo, 
al quale, per andar di pari col vere, altro non mancava 
che il moto; ed è cosa notabile che mentre egli la stava 
lavorando, a somiglianza di se medesimo, lo stesso cardinal 
Maffeo Barberino volte più volle trovarsi nella sua stanza 
e di sua propria mano tenergli lo specchio. » 

LXXVIII. Erma di Pane, lavoro greco del secolo V. a C, della 
scuola policletea. 

LXXIX. Parte di sarcofago rapp. cinque Forze d'Ercole 
(l'altra parte al n. LXXXXV), disposte in cinque scom- 
partimenti. Lo. zoccolo rappresenta scene di caccia. 

LXXX. Fregio rappresentante Andromaca che tiene Astia- 
naite sulle ginocchia, Pentesilea che stringe la mano 
a Priamo, Ecuba accarezzata da Paride, Amazzoni in atto 
di armarsi. 

LXXXI. Rilievo rappresentante la nascita di Venere. 
LXXXII. Erma moderna con busto antico di Bacco (?), di 
forme rigide. 

LXXXIII. Testa d'Ercole secondo il tipo farnesiano, collo- 
cata su cippo di L. Giulio Eutichiano. 



JI. a CAMERA 



2? 



LXXXIV. Ercole fanciullo con pelle di leone. 

LXXXV. Busto di Saffo, sur un cippo di Flavia Variana. 

Risale a un tipo del V secolo. 
LXXXVI. Erma d'Ercole avvolto nella pelle del leone Nemeo. 
LXXXVII. Sarcofago con Nereidi e Tritoni. 
LXXXVIII. Frammento di ornato (fregio). 
LXXXIX. Bassorilievo rapp. Giove, Giunone e Minerva, i 

Dioscuri, il Sole che monta sulla quadriga e la Notte che 

si allontana. Scultura romana del II secolo. 
LXXXX. Erma d'Ercole giovane avvolto in pelle leonina. 
LXXXXI. Busto di donna, sopra cippo di Claudio Felici. 

Vi sono aggiunti gli attributi d'Iside. 
LXXXXII. Bacco fanciullo. 

LXXXXIII. Busto di un giovane, forse di Alessandro. 
LXXXXIV. Erma di Bacco arcaizzante. 

LXXXXV. Parte di sarcofago rapp. le forze d'Ercole (l'altra 

parte al n, LXXIX). 
LXXXXVI. Bassorilievo di soggetto incerto. La interpretazione 

più accreditata è quella che lo suppone rappresentante la 

nascita di Apollo ed Artemis. 
LXXXXVII. Bassorilievo rappresentante un Baccanale. Opera 

greca V-IV secolo a. C. 
LXXXX Vili. Erma di Bacco arcaizzante. 
LXXXXIX. Statuetta di Bacco, appoggiata ad un'anfora. Buona 

riproduzione di antico originale. La testa è di Fauno. 
C. Riproduzione della Venere del Campidoglio. Poggia su un 

cippo di T. Aurelio Trifo. 
CI. Tazza di alabastro sopra rocchio di verde amico. 
CU. Statua di Apollo su un cippo di Marco Ulpio Eliadio. 
CHI. Ercole fanciullo, nell'atteggiamento dell'Ercole Farnese. 
CIV. Testa di donna su busto moderno. 



28 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



IH». CAMERA 



Pittura nel centro della volta, dell' Angeletti. Rappresenta 
la Metamorfosi di Dafne. 

Le decorazioni all'intorno sono di Gio Battista Marchetti 
(Nel 1785 viveva in Roma, ed era lodato nelle Memorie 
delle Belle Arti per le pitture di prospettiva eseguite nella villa 
Borghese). 

Pitture Antiche. Brill (Paolo). (N. ad Anversa nel IS54, 
m. 1626. Fu discepolo di Daniele Oortelman, pittore della 
corporazione di S. Luca di Anversa. I successi di suo fratello 
Matteo in Italia, lo trassero a Roma, ove arrivato seguì le 
orme del fratello. Dipinse principalmente paesi, ed esercitò 
influsso su Rubens, Annibale Carracci e Claudio di Lorena. 
Il papa Gregorio XIII gli affidò molte opere. I suoi paesaggi 
sono generalmente troppo verdi, ma non senza forza). 

12. Paese (tela a. 0,80, L 1,05). 

13. Paese (tela a. 0,80, 1. 1,05). 

Sono pitture deboli da ascriversi piuttosto a un seguace del 
maestro fiammingo. 

Cardi Ludovico, detto il Cigoli. N. in Empoli nel 15S9, m. 
nel 1613. 

Sortì ingegno grandemente versatile, come ne fanno fede 
i suoi modelli per la facciata di S. M. del Fiore in Firenze, 
le sue pi'.ture a fresco in S M. Novella, il suo libro sulle 
qualità e natura dei colori, la sua abilità nello scrivere versi. 
Nella pittura fu seguace di Alessandro Allori, ma studiò anche 



HI.* CAMERA 



2 9 



le pitture di Correggio e dei Veneziani ; e si compiacque nel 
ricercare forti contrasti di luci ed ombre. 

14. Il casto Giuseppe (tela a. 2.25, 1. I.50). 

Le tinte sono pesanti e le forme tonde e grevi. Reca la 
scritta : 



Baglioni Giovanni. N. in Roma nel ijj2 circa, m. intorno 
il 164^. 

Fu scolaro di Francesco Morelli, e fu impiegato in opere 
considerevoli in Roma a' tempi di Sisto V, di Clemente Vili 
e Paolo V, specialmente in Vaticano, in S. Gio. Laterano e 
in S. Pietro. Per il cardinale Scipione Borghese colorì la favola 
di Armida in una volta di una stanza vicina alla loggia del 
Giardino di Montecavallo. 

15. Giuditta con la testa di Oloferne (tela a. 2.20, 1. 1.50). 

Il rivale di Caravaggio tentò qui di imitarlo, ma fece vani 
sforzi e una brutalissima pittura. 

Sculture. CV. Apollo e Dafne, gruppo del Bernini. 

Di questo gruppo cosi parla il Baldinucci, biografo del Ber- 
nini: «Ma il Card. Borghese, a cui pareva per avventura, 
siccome era veramente, di avere in questo grande artefice ri- 
trovato un tesoro, non permise mai ch'egli senza alcuna bel- 
l'opera, da farsi in suo servizio, si rimanesse ; e così ebbe 
egli a fare il gruppo della Dafne con il giovane Apollo, e 
quella in atto d'esser trasformata in alloro.... e per lo disegno, 
e per la proporzione, e per l'arie delle teste, e squisitezza 
d'ogni parte, e per la finezza del lavoro, ell'è tale, che supera 
ogni immaginazione, e sempre fu, e sempre sarà agli occhi 
e de' periti, e degl'indotti nell'arte, un Miracolo dell'Arte, 
tanto che ella dicesi per eccellenza la Dafne del Bernino, 
senz'altro più subito che ella fu fatta veder finita, se ne 




30 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



sparse un tal grido, che tutta Roma concorse a vederla per 
un Miracolo, ed il giovinetto artefice stesso che ancora 18 
anni non aveva compiti, nel camminar, che faceva per la 
Città, tirava sopra di se gli occhi di tutte le persone, le quali 
il guardavano, e ad altri additavano per un prodigio. Il card. 
Maffeo Barberini, vi fece scolpire il morale avvertimento a 
mo' di distico : 

Quisquis amans sequitur fugitivae gaudio, formae 
Fronde manus impìet, buccas seu carpii amaras. 

CVI. Statua di Putto che stringe un'oca. Il restauro ha troppo 

pulito e rappezzato il bel gruppetto. 
CVII. Gruppo decorativo di una fonte, ove sono rappresentati 

pastori, figure allegoriche di fiumi e di genii del monte fra 

piante e animali, pescatori, ecc. È lavoro romano. La parte 

superiore è tutta di gesso. 
CVIII. Statua di Venere, in un atteggiamento simile a quella 

del Campidoglio. 
CIX. Due vasi di pavonazzetto. 

CX. Gruppo di fanciullo con due anitre. Nibby lo dice del- 
l'epoca degli Antonini; ma è molto restaurato, e di cattive 
proporzioni. 

CXI. Statuetta di una donna arcaistica, restaurata e trasfor- 
mata in una Iside. 
CXII. Testa muliebre. 

CXIII. Statuetta di fanciullo piangente (amore prigioniero). 

Riproduzione di un originale dell'epoca ellenistica. 
CXIV. Statua d'Ercole ignudo. 

CXV. Statuetta di fanciullo, copia di opera ellenistica. 

CXVI. Anfora di marmo con danza bacchica sopra una base 
triangolare, ove sono scolpite in bassorilievo tre figure giu- 
dicate Mercurio, Venere e Bacco. 

CXVII. Statua di Apollo arcaizzante. 

CXVIII. Gruppo di una capra e di due fanciulli. Lavoro del 

secolo XVII. 
CXIX. Due vasi di alabastro. 



III. a CAMERA 



31 



CXX. Testa colossale, creduta dal Nibby di Lucilla, ma più 
probabilmente virile innestata su busto femmineo. Scultura 
romana del II-III secolo. 

CXXI. Statuetta di Apollo. 

CXXII. Statua d'Ercole, secondo il tipo farnesiano. Il solo 
torso è antico, il resto si attribuisce al cinquecento. Il 
restauratore può essere un seguace di Michelangelo. 

CXXIII. Piccola statua, forse di un'Amazzone. Di antico non 
v'è più che il torso. 



32 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



CORRIDOIO DALLA III.* ALLA IV. a CAMERA 



Lanfranco Giovanni. Parma, 1558-164J. 

Giovinetto fu messo con Agostino Carracci, e a venti anni 
si condusse a Roma nella scuola di Annibale Carracci, ma 
la mente aveva piena delle idealità del Correggio, eh' egli 
aveva copiato con grand' amore a Parma. A Roma ebbe grido 
per la cupola di Sant' Andrea della Valle, ove rappresentò la 
visione gloriosa della Assunzione; a Napoli per le cupole della 
chiesa del Gesù e del Tesoro, e per altre pitture. La sua ma- 
niera richiama quella de' Carracci e, per la disposizione, l'an- 
tica del Correggio; ma spesso il pittore si abbandonava alla 
sua facilità, tanto che a Napoli si disse che egli si contentava di 
far meno di quanto sapeva. 

16. Polifemo (tela a. 2.60, 1. 3.38). 

« Per il cardinale Scipione Borghese, » scrive il Bellori, 
« il Lanfranco colorì un gran quadro ad olio, per la Villa 
« di Frascati, Polifemo, ovvero l'Orco nella bocca dell'antro, 
<( tenendo la mano sopra una giovanetta coperta di pelle, la 
« quale a lui si volge con timore, fuggendo gli altri a scampo » . 

Luciani (Scuola di Sebastiano), detto Sebastiano del Piombo. 

17. La visitazione a S. Elisabetta (tela a. 1,46, 1. 1,80). 
La pittura ha caratteri somiglianti a quelli della cappella 

Chigi a S. Maria del Popolo, cominciata da Sebastiano e 
condotta a fine dai suoi seguaci. 

j 



lV. a CAMERA 



33 



IV. a CAMERA 



Pitture della volta, di Domenico de Angelis (pittore della 
volta della I camera). 

Decorazioni di Gio. Battista Marchetti (decoratore della 
III sala). 

Musaici di Cesare Agnatti romano e di Pietro Rudiez 
(firmati). 

Bassorilievi delle pareti e ornamenti delle porte di Ago- 
stino Penna, di Vincenzo Pacetti (gli stessi che eseguirono 
bassorilievi nella I sala), da Massimiliano Laboureur, dal 
Righi, Corradori e Salimeni. 

Sculture. CXXIV. Busto di Traiano (la testa di porfido e il 
busto di alabastro). Questo e i busti simili che ornano questa 
stanza, sono opere del sec. XVII, e ornarono già la sala degli 
specchi del Palazzo Borghese. 

CXXV. Cratere di porfido rosso. 

CXXVI. Statua di giovane donna, che ha nella sinistra una 
maschera (le braccia e la maschera sono opera del restaura- 
tore). 

CXXVII. Busto di Galba (v. n. CXXIV). 
CXXVIII. Busto di Claudio (v. n. CXXIV). 
CXXIX. Statua di Diana. 

CXXX. Vaso di nero antico su tavola di porfido. 

CXXXI. Due colonne di alabastro orientale, con capitelli 
di metallo dorato e piedistalli di marmo con ispecchi d'ala- 
bastro. 

CXXXII. Anfora di porfido verde, rarissimo. È opera mo- 
derna eseguita su disegno del Canina. 



Il Museo e la Galleria Borghese - 3. 



54 



IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



CXXXIII. Vaso di nero antico su tavola di porfido. 

CXXXIV. Statua di Bacco giovinetto. Il SO'O torso è pro- 
babilmente antico. 

CXXXV. Busto di Scipione l'Africano (v. n. CXXIV). 

CXXXVI. Busto d' Agrippa (v. n. CXXIV). 

CXXXVII. Statua di Artemis. 

CXXXVIII. Cratere di porfido rosso. 

CXXXIX. Busto d'Augusto (v. n. CXXIV). 

CXXXX. Busto di Vitellio (v. n. CXXIV). 

CXXXXI. Tavola di porfido, sostenuta da leoni alati di 
alabastro di Moncone. 

CXXXXII. Leone d'alabastro (servì per una fonte). Opera 
della decadenza romana. 

CXXXXIII. Statua di Bacco (il solo torso è antico). 

CXXXXIV. Busto di Tito (v. n. CXXIV). 

CXXXXV. Erma di Bacco, con testa di bronzo in istile ar- 
caistico su fusto in alabastro rosa orientale. Nibby la crede 
antica, ma evidentemente è moderna. 

CXXXXVI. Testa di Giunone di rosso antico e busto di 
alabastro. Opera moderna, e non antica come la ritenne 
il Nibby. 

CXXXXVII. Vaso in marmo lunense, rapp. la Primavera; opera 

di Massimiliano Laboureur. 
CXXXXVIII. Busto di Cicerone (v. n. CXXIV). 
CXXXXIX. Busto di Nerone (v. n. CXXIV). 
CL. Vaso simile al n. CXXXXVII, rapp. l'Estate; opera 

*di Massimiliano Labouremr. 
CLI. Busto di Vespasiano (v. n. CXXIV). 
CLII. Busto di Ottone (v. n. CXXIV). 

CLIII. Vaso simile ai numeri 147 e 150, rapp. l'Autunno; 

opera di Massimiliano Laboureur. 
CLIV. Basto di Domiziano (v. n. CXXIV). 
CLV. Busto di Vespasiano (v. n. CXXVI). 
CLVI. Vaso simile ai n. 147, 150 e 153, rapp. l'Inverno; 

opera di Massimiliano Laboureur. 
CLVII. Bus;o di Caligola (v. n. CXXIV). 



lV. a CAMERA 



35 



CLVIII. Busto di Vitellio (v. n. CXXIV). 

CLIX. Tavola di porfido rosso sostenuta da leoni d'alabastro. 

CLX. Statua di nero antico rapp. il Sonno di Alessandro 
Algardi (n. 1602, 1654), discepolo di Ludovico Caracci, 
detto dal Baldinucci: « uno de' più applauditi scalpelli, 
che abbia avuto questo nostro presente secolo ». A Man- 
tova lavorò figure in avorio ed altre da gettarsi in argento 
per il duca Ferdinando Gonzaga, e venuto poi a Roma, 
sotto la protezione del card. Ludovisi, nipote di Gregorio XV, 
eseguì opere celebrate, fra cui il sepolcro di Leone XI 
nella basilica vaticana e la tavola di San Leone Papa. 
Di questa statua racconta il Passeri: « prendevano occa- 
sione li malevoli di dire che l'Algardi si vedeva confuso 
nell'operazione de' marmi. Per ismentire quell'ingiuria fece 
in pietra di paragone la figura d'un putto, che dorme, il 
quale rappresenta il sonno dal naturale, ed è così ben con- 
dotto, e lavorato, che non incontrò nell'applauso dell'univer- 
sale altro che lode ed encomj, e quest'opera fu posta nella 
Villa dei Signori Borghesi a Porta Pinciana. Uscì in istampa 
un libretto d'una raccolta di componimenti poetici dell'ac- 
cademia dei Letterati di Perugia messe insieme dai Sig. Sci- 
pione della Staffa per fare onore ad un uomo di tanto merito, 
ed in particolare vi son molti di quei componimenti in lode 
di questa figura del Sonno ». 

CLXI. Statua di una Ninfa con un delfino. Riproduzione d'un 
originale dell'epoca ellenistica. 

CLXII. Busto di Tiberio (v. n. CXXIV). 

CLX1II. Umetta di nero antico, su tavola di porfido. 

CLXIV. Tazza grande di porfido. 

CLXV. Urna sepolcrale di porfido rosso, proveniente, secondo 

la tradizione, dal mausoleo di Adriano. 
CLXVI. Tazza grande di porfido. 
CLXVII. Umetta di nero antico, su tavola di porfido. 



36 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



V. a CAMERA 



Pitture della volta del Bonvicini. 
Decorazioni all'intorno del Marchetti. 

I putti dell' attico del Pacetti. 

II musaico del pavimento è antico: rappresenta una scena 
peschereccia. 

Brill Paolo. Cenni biografici al n. 12. 

i8j 

ioJ Paesi (tele a. 0,66, 1. 0,90). 

2l( 

22] Pitture deboli da ascriversi piuttosto a un seguace del 
maestro fiammingo. 

Sculture. CLXVIII. Statua di Diana Q). Il solo torso è an- 
tico. La testa sembra della fine del sec. XVI. 

CLXIX. Statua di matrona (le spiche sono simbolo aggiunto 
dal restauratore). Opera romana del tempo degli Antonini. 

CLXX. Stata di una Ninfa. 

CLXXI. Busto di Tito. 

CLXXII. Statua dell' Ermafodrito, riproduzione del famoso 
tipo ellenistico. Fu restaurata da Andrea Bergondi e qui 
trasportata dal Palazzo Borghese. 

CLXXIII. Anfora di alabastro orientale fiorito sopra zoccolo di 
porfido rosso. 

CLXXIV. Busto di giovane donna, supposto di Saffo. Ap- 
partiene all'arte greca, alla fine del secolo V. Se ne veg- 
gono parecchie riproduzioni a Corneto nel Museo Municipale, 



V. a CAMERA 



37 



a Roma nella collezione Baracco ecc. Anche il n. LXXXV 
riproduce, benché con molta libertà, questo tipo giovanile. 
CLXXV. Busto di Tiberio. 

CLXXVI. Statua del Cavaspino. Copia di quella del Cam- 
pidoglio, moderna. 

CLXXVII. Frammento di un gruppo rapp. Venere e Cupido. 
Copia di originale greco. 

CLXXVII! Testa di Scipione l'Africano, inserita in busto mo- 
derno. 

CLXXIX. Busto di donna Romana, del III secolo. 

CLXXX. Frammento di statua greca di fanciullo, trovata 
nel 1835 presso la Via Nomentana: a causa del vaso si 
considerò come Ila. 

CLXXXI. Busto di donna. Ritratto arcaico greco (del se- 
colo VI a. C.) innestato su busto romano. 



38 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



VI/ CAMERA 



Volta dipinta da Lorenzo Pécheux, 11. a Lyon nel ij2i, 
m. a Torino nel 18 21. — (Giovanissimo si recò a Parigi, e 
poscia a Roma ove si dedicò allo studio delle opere classiche. 
Venuto in fama per gli affreschi eseguiti pei Borghese, si con- 
dusse a Torino, ove fu eletto primo pittore del Re di Sar- 
degna, direttore dell'Accademia di Belle Arti). Rappresenta il 
Concilio degli Dei. 

Le decorazioni sono del Marchetti. 

I bassorilievi sono del Pacetti. 

Luteri Giovanni, detto Dosso Dossi {cenni biografici al n. 1). 
23. I SS. Cosma e Damiano (tela a. 2,25, 1. 1,57). 

È un'opera forte di colore come tutte le pitture del Dosso, 
ma trascurata e ordinaria al paragone delle migliori del mae- 
stro. Proviene dall'Ospedale di Sant'Anna in Ferrara, donde 
fu tolto nel 1607 dal Vescovo di Ferrara che ne fece dono 
al Card. Scipione Borghese. 

Fu detto che in questo quadro trovasi segnato « in modo 
umoristico» il nome del Dossd, e precisamente sul vaso di 
medicina, ove sono le lettere ONTO D...; ma queste si leg- 
gono sulla parte del vaso cilindrico che si mostra allo spet- 
tatore, e dovevano essere susseguite da altre indicanti la specie 
dell'unto: cosa ben naturale sur un vaso di medicina collo- 
cato presso i due santi medici Cosma e Damiano, non na- 
turale invece il leggct v; 'jna sciarada e la bizzarra firma dei 
Dosso. 



VI.* CAMERA 



39 



Vecelli (Tiziano), detto il Tiziano. N. a Pieve di Cadore, 
1477-1 576. — Scuola veneziana. 

Recatosi in tenera età da Cadore a Venezia per imparare 
l'arte, conservò fin dai suoi primi lavori un'impronta propria, 
quantunque mostrasse reminiscenze della scuola dei Bellini e 
l'influsso esercitato su di lui dal genio di Giorgione. L'amor 
sacro e Vamor profano della Galleria Borghese in Roma, una 
delle prime sue opere, mostra già l'artista nella pienezza della 
sua forza e nella sua affinità con Giorgione e Palma il Vec- 
chio. Distruttosi nel 1505, a causa di un incendio, il Fon- 
daco dei Tedeschi, fu prontamente ricostrutto; e Giorgione e 
Tiziano lo ornarono di affreschi che l'aria salsa distrusse. Nel 
1509, il Tiziano fu chiamato a Padova, e dipinse altri af- 
freschi nella scuola dei Carmine e in quella del Santo mi- 
rabilissimi. Ritornato a Venezia, gli fu commesso di lavorare 
nella sala del Gran Consiglio del palazzo ducale. Invitato da 
Alfonso I d'Este a Ferrara, vi si recò con due suoi assistenti, 
e ivi die' compimento ad un baccanale di Giovanni Bellini, 
ritrasse Lucrezia Borgia, Alfonso d'Este, l'Ariosto, e dipinse 
il Sacrificio a Venere ed altro. Nel 1 5 1 9, a Venezia espose 
V Assunta, una delle più grandi creazioni dell'arte. La fama 
del pittore andava a cielo: il duca di Ferrara non gli dava 
requie, Federico II Gonzaga lo voleva alla sua corte, le cor- 
porazioni religiose di Venezia lo sopraccaricavano di commis- 
sioni. Egli è già all'apogeo dell'arte sua; grandioso come 
altri mai, forte e delicato, abbagliante e trasparente di colore. 
La luce inonda le sue tele, il sangue scorre nelle carni delle 
sue figure, la natura si riflette viva nello smalto dei suoi 
colori. 

Nel 1532 circa ritrasse Carlo V, che lo vantò come VApelìe 
del suo tempo, e lo colmò di onori. I suoi contemporanei s'in- 
chinavano al suo genio; gli Estensi, i Medici, i Gonzaga, i 
Farnesi erano bramosi di quadri suoi; l'Imperatore Carlo V 
era il suo patrono; l'Aretino il suo amico. Nel 1545 Gui- 
dobaldo, duca d'Urbino, gli diè modo di viaggiare col seguito 



40 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 

ducale da Ferrara a Pesaro,, e di qui lo fece condurre con 
una scorta a Roma. Lo accolsero a festa il Bembo, il Car- 
dinal Farnese e Paolo III, e lo visitò Michelangelo: osservò 
le cose antiche con diletto, e imitò il Cupido della collezione 
Vaticana: Roma gli conferì la cittadinanza. Ritornato a Ve- 
nezia, fra le altre opere, dipinse, accarezzò con paterno amore, 
ritratti di Lavinia, sua figlia sommamente bella. Nel 1548, 
il pittore settuagenario si recò ad Augsburgo alla Corte di 
Carlo V, che egli ritrasse anche a cavallo, al campo di bat- 
taglia di Mùhlberg; ed effigiò ad un tempo re, principi, nobili 
della Corte, i prigionieri dell'Imperatore, e i figli di re Fer- 
dinando. Nel 1550 fu richiamato ad Augsburgo per ritrarre 
Filippo II, per cui in seguito fece gran numero di dipinti. 
Le pitture del sommo artista eseguite negli ultimi suoi anni 
sono, come dice il Vasari, « condotte di colpi, tirate via di 
grosso e con macchie, di maniera che da presso non si pos- 
sono vedere, e di lontano sembrano perfette ». Mori T im- 
mortale pittore il 27 agosto 1 576 di peste, e gli si tributarono 
onori funebri solenni, contrariamente alle leggi sanitarie ve- 
gliami. 

23. Sansone in carcere (tela a. 1,91, 1. I, >$)• 

È una figura maggiore del naturale, con le braccia legate 
a tergo, in un interno di carcere rustico. Sul davanti, vicino 
a' piedi di Sansone, sta la grande mascella di asino. È pit- 
tura assai danneggiata, specialmente nel basso. « Sebbene », 
scrivono Crowe e Cavascaselle, « i ridipinti ne abbiano in 
molta parte alterato il carattere primitivo, vi si riconosce però 
uno stile grandioso, una maniera larga ed un fare tutto ti- 
zianesco; ma ridotto come vedesi presentemente, non sappiamo 
deciderci ad emettere un'opinione. » A noi sembra opera 
propria di Tiziano, eseguita probabilmente dopo che in Roma 
fu colpito dalla gradiosità michelangiolesca, ed ebbe copiato 
il Laocoonte. 

Il quadro fu attribuito a Sebastiano del Piombo, anche 
anticamente dal Manilii (1650). 



Tav.n. 




VI. a CAMERA 



Al, 



Cesare (Giuseppe), detto il Cavaiier d'Arpino (cenni bio- 
grafici al n. 4). 

24. Il Giudizio di Paride (tav. a. 1, 22, 1.0, 70). Opera 
fatta a gran furia, rozzamente. 

Tassi (Agostino), n. in Perugia nel ij66, + 1644. Di ca- 
rattere pronto a contese, fu condannato alla galera per alcuni 
anni dal Granduca di Toscana ; e in galera si diede a disegnar 
vascelli, navi, porti, tempeste, pescatori. Escito di carcere, 
stette a Livorno, poi a Roma, irrequieto sempre. A Roma, 
dipinse per Paolo V Borghese nel palazzo del Quirinale, col 
Gentileschi e col Lanfranco. Seguì i Carracci, ma non ebbe 
insegnamenti nè da essi, nè da altri in particolare. 

25. Paese (tela a. 0,56, 1. 0,90). 

Vi è finezza fiamminga in questo paesaggio. 
Ponte (Scuola di Giacomo da), detto il Bassano (cenni 
biografici al n. ^). 

26. Presepio. (Tela a 0,76, 1. 0,94). 

Sculture. CLXXXII. Enea ed Anchise, gruppo del Bernini. Di 
questo gruppo cosi parlali Baldinucci, biografo del Bernini: 
« Correva già (il Bernini) in tanto il quindicesimo di sua 
età, quando e' fece vedere scolpita di sua mano la figura di 
S. Lorenzo .... ; e poi per il nominato Cardinal Borghese 
[Scipione Borghese] la Statua dell'Enea, che porta il vecchio 
Anchise, figure anzi che nò maggiori del naturale; e fu 
questa la prima opera grande ch'egli facesse, nella quale, 
quantunque alquanto della maniera di Pietro suo padre si 
riconosca, non lascia però di vedersi, per le belle avver- 
tenze, ch'egli ebbe in condurla, un certo avvicinarsi al te- 
nero e vero, al quale fino in quell'età portavalo l'ottimo 
gusto suo, ciò che nella testa del Vecchio più chiaramente 
campeggia » . 

CLXXXIII. Statua di Atena Partenos, copiacela romana che 



42 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



lontanamente ricorda il capolavoro di Fidia. La testa è ag- 
giunta. 

CLXXXIV. Gruppo di tre fanciulli dormenti in alto rilievo 
su pietra di paragone, incorniciata di giallo antico. Opera 
attribuita erroneamente all'Algardi: sembra fattura di un 
dilettante. La tavola su cui sta il gruppo è di granito rosso. 

CLXXXV. Statua di figura togata. 

CLXXXVI. Testa colossale di Giunone o Cibele. Arte ro- 
mana, Il secolo. 

CLXXXVII. Coperchio di sarcofago, con figura matronale 
stesa e posata sul fianco. Epoca degli Antonini. 

CI. XXXVIII. Gruppo di tre figure ad altorilievo. Forse del 
I secolo. 

CLXXXIX. Bassorilievo rappresentante Amorini con faci, in- 
torno ad un incudine, in atto di fabbricare strali. 

CXC. Gruppo di tre donne su base quadrata rappresentante 
una Vittoria ed altre figure. 

C1XC. Statua di Ninfa, copia dello stesso originale della Da- 
naide Vaticana. La testa è differente, ma è aggiunta. 

CVIIIC. Altorilievo d'Ercole dormente, sopra tavola di gra- 
nito rosso. 

CVIIC. Statua di Leda: debole copia di un originale d'epoca 
ellenistica. 

CVIC. Statuetta rapp. un fanciullo plebeo, come al n. 75. 

CVC. Statua di fanciulla. Epoca degli Antonini. 

CIVC. Sarcofago avente nel coperchio una figura distesa di 

giovane; nereidi, tritoni e mostri marini nelle faccie. 
CHIC. Statua rappresentante forse una Imperatrice. Opera degli 

ultimi tempi degli Antonini. 
CIIC, Altorilievo con tre figure d'uomini togati, opera dei 

tempi severiani. 
C1C. Statua d'Esculapio con suo figlio Telesforo. 



VII.* CAMERA 



43 



VII.* CAMERA 



Pitture della volta di Tommaso Conca nipote di Seba- 
stiano Conca, che colorì anche le Stanze delle Muse in Va- 
ticano (+ 1 8 1 5 ). Rappresentano Cibele che versa i suoi doni 
sull'Egitto; intorno i sette pianeti e l'astro della Canicola 
personificato in un Anubi alato; in basso la storia di Cleo- 
patra e alcuni riti egiziani. 

Ornamenti del Marchetti. 

Musaici del pavimento: quello presso la finestra esprime 
il rito federale degli antichi popoli italici. 

Sculture. CC. Statua di giovane sur un delfino. La testa 
del satiro è aggiunta posteriormente. Portò il nome di Arione 
e di Palemone: è opera dell'epoca di Adriano. Si volle trovare 
un riscontro a questa statua con quella di Giona nella Cap- 
pella Chigi a S. Maria del Popolo. Merita d'essere notata 
particolarmente come uno dei più bei motivi di decorazione 
per una fonte. 

CCI. Statua di una Baccante in atto di danza. 

COI. Statua d'una Sacerdotessa; opera romana del 1° se 

colo (il carattere di Sacerdotessa principalmente deriva 

alla statua dagli attributi aggiunti di metallo). 
CCIII. Statua di Paride. Deriva dallo stesso modello come 

l'altro del Vaticano (n. 381). 
CCIV. Tazza ovale di granito bigio scuro orientale, sopra 

rocchio di granito bianco-rosa. 
CCV. Vaso d'alabastro orientale. 

CCVI. Testa di donna, forse Sabina (secondo il Nilbby). 
Non v'è quasi più nulla dell'antico. 



44 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



CCVII. Sfinge di basalte. 

CCVIII. Tazza di granitello orientale. 

CCIX. Statua di Iside. Opera romana del tempo di Adriano 
CCX. Tazza di breccia corallina. 

CCXI. Sfinge di basalte (moderna, forse disegnata dal Canina). 
CCXII. Testa di Cerere, con la corona di spighe, inserita 

in busto di africano. - ■ • 

CCXIII. Vaso di alabastro orientale. 

CCXIV. Tazza di granito sopra rocchio, come al n. CCIV. 

CCXV. Statua di Venere uscente dal bagno. 

CCXVI. Statua di giovinetta. Secondo Helbig la testa non 
appatiene alla statua (a noi sembra originale e riconnessa 
alla statua), e questa è un'opera originale arcaica greca 
della scuola Peloponnesiacn. Le mani sono moderne. 

CCXVII. Statua di Atena. Opera romana. 

CCXVIII. Vaso di alabastro orientale. 

CCXIX Anfora di nero antico (marmo tenario, secondo 
il Nibby). Erano originariamente in una farmacia di Roma. 
CCXX. Vaso di alabastro orientale. 

CCXXI. Tazza moderna di rosso antico a quattro manichi 
annodati. 

CCXXII. Vaso d'alabastro orientale. 
CCXXIII. Anfora di nero antico. 
CCXXIV. Vaso di alabastro orientale. 



I 



VIIl. a CAMERA 



45 



VIII. a CAMERA 



Pitture deila volta, del Conca. Rappresentano un sacrificio 
a Sileno, e figure di satiri tutt'all'intorno. 
Ornamenti del Marchetti. 
Due bassorilievi alle pareti del Righi. 

Honthorst (Gherardo) detto Gherardo delle notti. N. a 
Utrecht nel 1/92, m. dopo il 1662. 

Fu discepolo di Abramo Bloemaert. Venuto a Roma, subì 
l'influsso delle opere di Michelangelo da Caravaggio, e con 
grande contrasto di luci e d'ombre dipinse figure e scene a 
lume di fiaccole e di candele. Da Roma, dopo aver eseguito 
molte opere specialmente per Cardinali, passò in Inghilterra, 
e là dipinse per Carlo I, per il re di Danimarca ad altri 
principi. Infine ritornò in patria, ove stette a La Haye, e la- 
vorò pel principe d'Orange. 

27. Susanna e i Vecchioni (tela a. 1,57, 1. 2,13). 

Modellatata bene la figura della donna e con bel giuoco 
d'ombre, mentre i tipi dei vecchioni sono di tìnte un po' 
crude e con rossi stridenti. 

Reca la firma: 



Manfredi Bartolomeo. N. a Mantova verso il 1572, m. 
a Roma circa il 160J. 

Non fu semplice imitatore del Caravaggio, bensì, scrive il 
Bellori, " si trasformò nel Caravaggio, e nel dipingere parve 




46 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



con gli occhi di esso riguardasse il naturale. Usò li modi 
stessi, e fu tinto di oscuri, ma con qualche diligenza e fre- 
schezza maggiore, e prevalse anch'egli nelle mezze figure, con 
le quali soleva comporre l'historie „. 

28. La cattura di Cristo neir Orto (tela a. 1,39, 1. 2,02). 

In quest'opera di forza tutta caravaggesca, con grande con- 
trasto di luci e d'ombre, forse il Manfredi si ispirò alla cat- 
tura di Cristo nell'orto eseguita dai suo maestro. 

Ponte (Giacomo da), detto Giacomo Bassano. 

29. Scena campestre (tela a. 1,44, 1. 1,84 1 

Nel fondo del quadro si vede Crirto che porta la Croce 
su un monte coperto di neve : richiamo strano nel fondo della 
confusa, farraginosa scena villereccia! 

Veneziana (Scuoia), 

30. Venere dormiente (tela a. 1,30, 1. 2,12 

Il fondo del quadro è giorgionesco, di bell'effetto di tra- 
monto sulle montagne: la figura di Venere è disegnata timida- 
mente, con la testa piccola e alquanto stecchita di forme; 
ma vi è molta forza di colore, una bella ricerca di gradi 
nel color delle carni. E nei particolari vi sono minuziose ca- 
rezze di artista che si perdono nell'effetto generale. Per certe 
pieghe bianche del lenzuolo che si stende sotto a Venere si 
può pensare al Savoldo. Ad ogni modo è opera di Veneziano, 
del 15 10 circa. Nel dizionario del Brouiilot (1832) è ripor- 
tato il monogramma che si vede nel quadro, e dicesi tratto 
da una incisione di un imitatore di Palma Vecchio: lo ri- 
porta anche il Passavant, dicendolo tolto da un'incisione di 
una Susanna nel bagno con ricco fondo di architettura veneziana. 




VlII. a CAMERA 



47 



Honthorst Gherardo, detto Gherardo delle Notti. (Cenni 
biografici al n. 2j). 

31. Un concerto di musica (tela a. 1,68, 1. 2,02). 

Il fondo grigio rende le torme cartacee. Grottesca la fi- 
gura di uno dei suonatori col profilo pienamente in ombra, 
ma gentile la giovinetta che cantando tiene le dita tra le cioc- 
che de' capelli inanellati dell'innamorato. 

Rustici Francesco, detto Rustichino. Siena, . . . , i6$2* 

Fu allievo di Cristoforo Rustici frescante senese, padre 
suo, e del pittore Francesco Vanni, e dimostrò, sin dalla sua 
giovinezza, molta attitudine all'arte. I Granduchi di Toscana 
gli commisero molti quadri, che esegui dimostrando, scrive 
il Baldinucci « d'aver avuto per eredità il genio della pittura ». 

32. S. Sebastiano curato della pia Irene (tela a. 1,37, 
1. 2,19). 

In questo quadro l'autore sembra aver subito influssi ca- 
ravaggeschi. 

Oresti Domenico, detto il Passignano. N. . . . , m. 1638. 

In puerile età fu messo a Firenze all'aite del libraio, poi, 
grazie a un abate valambrosano, fu alla scuola di Girolamo 
Macchietti, di Battista Naldini, poi di Federico Zuccheri, ch'e- 
gli coadiuvò nel colorire la gran cupola di S. Maria del Fiore 
di Firenze e la gran sala del Consiglio a Venezia. 

Il Passignano ebbe rapporti col card. Scipione Borghese, 
perchè si sa com'egli per lui dipingesse una volta di un suo 
palazzo a fresco con la favola di Armida. 

33. 11 Giudizio di Salomone (tela a. 1,58, 1. 2,00). 

È una composizione castigata, disposta secondo le leggi di 
un bassorilievo, diligente così che non sembrerebbe di un 
maestro che fiorì nel seicento. 

Sculture. CCXXV. Statua di Fauno, scoperta nel 1824 a 
Monte Calvo presso Rieti nella Sabina, restaurata sotto la 



48 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



direzione di Thorwaldsen con due piattelli nelle mani, mentre 
in antico, a quanto si suppone, era in atto di suonare due 
tibie. La statua fu tratta da un originale in bronzo della 
scuola di Lisippo. « Egli rotea sopra i suoi piedi con una 
velocità prodigiosa; i suoi membri nervosi e tesi, il suo viso 
originale e brutto sono trattati in modo spirituale oltre a ogni 
dire. » (Burckhardt). 

CCXXVI. Statua di Satiro, derivante dal tipo prassitelico. 
CCXXVII. Statua con testa inserita di Mercurio. 
CCXXVIII. Statua di Satiro, simile al n. CCXXVI. 
CCXXIX. Busto virile. 

CCXXX. Busto di Fileta (già supposto di Seneca). 
CCXXXI. Busto di Minerva, con elmo formato col capo di 

Medusa. Principio del secolo XVII. 
CCXXXII. Statua di Fauno in marmo pario, riproduzione 

dell'originale di Prassitele. 
CCXXXIII. Statua di Plutone col Cerbero. 
CCXXXIV. Statua dell'imperatore Commodo (la testa è però 

aggiunta). 

CCXXXV. Statua di Pane, su cippo di C. F. Metrodoro. 
CCXXXVI. Statua di matrona romana, op. del III secolo. 
CCXXXVII. Statua di Tucidide (secondo Helbig) o uno dei 

Diadochi sotto le forme di Giove. 
CCXXXVIII. Statua di matrona romana, del III secolo. La 

maschera è aggiunta dal restauratore. 
CCXXXIX. Busto virile. 

CCXXXX. Statua di matrona romana, III secolo. 
CCXXXXI. Gruppo rappresentante Bacco e una fanciulla, che 

si suppone una defunta in relazione con Bacco (v. Helbig). 

Riproduzione di originale greco. 
CCXXXXII. Statua di donna, dell'epoca degli Antonini. 
CCXXXXIII. Busto di donna, dell'epoca sudd. 
CCXXXXIV. Busto di donna, del II-III secolo. 



l. a STANZA AL PRIMO PIANO 



49 



P STANZA AL PRIMO PIANO 



Volta del Lanfranco (Cenni sui pittore, a proposito della pit- 
tura n. 16 del museo). Gli Dei dell'Olimpo. 

Il Passeri parla di questa pittura, dopo aver discorso del- 
l'altra eseguita dal i anfranco nel 1 6 1 6 in una cappella nella 
chiesa di S. Agostino. « Quest'opera, egli scrive , gli diede 
con ragione un grido universale, e fu causa, che facendo la 
famiglia Borghese un'amenissima villa vicino alla Porta Pin- 
ciana, che si stende quasi sino a quella del Popo'o operò in 
una loggia di quel suntuoso Palazzo. Dipinse adunque in una 
di quelle volte un Cielo delle Deità de' Gentili assise sopra 
candide nuvole in varie positure ed attitudini con varii ripar- 
timenti dintorno interrotti da alcuni termini di chiaroscuro 
fìngendoli di stucco; ed in alcuni vani, che mostrano l'aper- 
tura d'aria, vi collocò figure colorite, che rappresentano fiumi, 
e sono di maniera assai grande, e da maestro di buon gusto 
in modo che tutti l'opera è portata a segno che riesce assai 
nobile, grandiosa e molto vaga. » Questa volta nel 1782 fu 
restaurata da Domenico Corvi ; ed in quell'anno furono chiuse 
le grandi arcate della loggia, ma ciò non valse a difendere 
da ulteriori danni le pitture. Il Corvi colorì le lunette e i 
bassirilievi sulle finestre (Domenico Corvi nacque in Viterbo 
nel 1721, m. nel 1803. Imparò il disegno da Francesco Man- 
cini, e lo insegnò ad artisti che divennero illustri, come Giu- 
seppe Cades e Vincenzo Camuccini). 

Sculture della stanza. CCXLV. Gruppo di un'Amazzone 
combattente due guerrieri greci stramazzati al suolo. Copia 
di un gruppo della scuola pergamica, ma reso moderno dal 
restauratore. 



// Museo e la Galleria Borghese - 4. 



50 IL MUSEO E LA GALLÉRIA BORGHESE 



CCXLVI. Sileno. Opera romana. 

CCXLVII. Venere con un delfino, neh 1 ' atteggiamento della 
Venere Capitolina. Op. romana. 

CCXLVIII. Busto di Paolo V (Camillo Borghese, papa negli 
anni 1 605-1 62 1). Opera della giovinezza di Bernini, cara 
a Paolo V che la tenne sulla sua scrivania. È un gioiello per 
la finezza dell'esecuzione, che rende con potente realtà il carat- 
tere della figura, con amorosa fedeltà i paludamenti papali. 

CCXLIX. Il Toro Farnese (riproduzione in bronzo di Antonio 
SusiNr fiorentino, eseguita nei 161 3. Reca infatti la scritta: 
Ant. Susini fior, opus A. D. MDCXIII. - Ant. Susini nella 
sua fanciullezza lavorò di bronzo nello studio di Felice Tra- 
ballesi, poi in quello di Gian Bologna. Compagno a questo 
maestro, viaggiò per tutta la Lombardia, venne a Roma, ove 
copiò molte statue antiche, e fece cinque getti del gruppo 
su ricordato. Morì nel 1624). 

CCL. Venere e Marte. Opera romana di scarsa importanza. 

CCLI. Frammento di un Cervo. 

Raibolini (Scuola di Francesco), detto il Francia. (Cenni 
biografici al n. 61), 

24. Madonna col Bambino (tav. a. 0,48, 1. 0,39) 
È l'opera di uno dei duecentoventi discepoli del Francia, 
assai materiale e negligente. Ripete le forme del maestro, ma 
enfiate e tonde; dipinge il piano dello stesso valore delle ri- 
svolte verdi dell'ampio manto della Vergine; disegna il piede 
sinistro del Bambino così che sembra tronco. Il fondo manca 
d'ogni ricerca. È stato supposto che il Boateri, scolaro dei 
Francia, di cui si conosce un solo quadro firmato nella gal- 
leria Pitti di Firenze, possa essere l'autore di questo dipinto; 
ma il Boateri in quell'opera si mostra di gran lunga superiore 
al meschino suo condiscepolo, che eseguì questa tavola. 

Albani Francesco. N. a Bologna nel 1578. m. nel 1660. 
Scuola bolognese. 

Con Guido Reni si pose a studiare il disegno sotto Dionigi 



I.* STANZA AL PRIMO PIANO 



51 



Calvaert, e lasciato questo maestro entrò col compagno nella 
scuola de' Carracci. Sorta fra essi dissensione, lavorarono a 
gara in diversi luoghi a Bologna, e riconciliatisi poscia, fe- 
cero viaggio insieme a Roma nel 161 1. Qui li disunì di 
bel nuovo la gelosia. L'Albani intanto co' cartoni di Anni- 
bale Carracci lavorò in S. Giacomo degli Spagnuoli, poscia 
dipinse nella piccola chiesa detta della Pace , e nella 
Galleria Verospi l'Aurora, le Stagioni, i Crepuscoli, la Notte, 
che con ali grandi e oscure copre due fanciulli addormentati 
nelle sue braccia. Ritornato a Bologna, si rimaritò, ed ebbe 
dalla seconda moglie bellissima, della nobile famiglia Fiora- 
vanti, numerosa prol*, di cui si servì per modello nel ri- 
trarre quelle sue deità del cielo, della lerra, e del mare; que' 
suoi genietti ed amorini. Fu appunto il genere prediletto dal- 
l'Albani quello di rappresentare gli elementi, l'Aria, l'Acqua, 
la Terra e il Fuoco, con figure di Amori, di Dee, con vaghi 
paesi e giardini,' con limpide lontananze marine, con bosca- 
glie, prati fioriti, collinette apriche; e similmente figure di 
Veneri con corone d'Amori, di Diane con corteggio di Ninfe, 
di Grazie, di Galatee, di Arianne. Nel 1633 l'Albani fu chia- 
mato a Firenze dal Principe Gio. Carlo de' Medici per cui 
dipinse Diana contaminata da Venere, e Giove a cui Gani- 
mede porge la coppa d'ambrosia. Una lite ch'ebbe a sostenere 
per un'eredità a Roma, e gravi debiti lasciatigli dal fratello, 
e le critiche che gli venivano mosse, resero meno lieti i suoi 
ultimi giorni. Visse gran tempo nelle sue ville di Meldola e 
di Querciola, che aveva abbellito di fonti, di peschiere e di 
amenità. 

35, 40, 44, 49. " L'Istoria d'Amore ,, (tondi in tela, dia- 
metro 1,54). 

3 5 . Venere vincitrice nella fucina di Vulcano, mentre gli 
amorini fabbricano e auguzzano i dardi, e Diana medita 
vendetta per la morte d'Ippolito. 



40. La acconciatura di Venere. 



52 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



44. Marte geloso di Adone addita dall'alto il cignale col- 
pito dal giavelotto di Diana. 

49. Diana trionfante fa disarmare dalle ninfe gli amorini 
e distruggerne le armi. 

Questi tondi furono assai vantati dai contemporanei, e die- 
dero occasione all'artista di colorirne altri simili per il Car- 
dinale Maurizio di Savoia, per il conte di Carouge e per 
Ferdinando Gonzaga di Mantova. Il restauro ha tolto ai qua- 
dri l'alabastrina levigatezza delle tele dell'Albani, ma ancora 
sotto al velo bituminoso traspaiono le eleganze leziosette del 
pittore degli Amorini. Secondo il Passeri, questi quattro tondi 
erano nel Palazzo del Principe Borghese a Ripetta, ove fu- 
rono trasportati dalla villa Pinciana, perchè corsero il rischio 
di essere sostituiti da copie. Lo Scannelli li designò " fra le 
migliori operationi di questo raro Maestro ,,. 

Tiariki Alessandro. Bologna, 1577-1668. Scuoia bolognese. 

Giovinetto fu alla scuola di Prospero Fontana e poi sotto 
la disciplina del frescante Cesi. Venuto alle prese con uno 
di Bologna, si fuggì a Firenze ove lavorò col Passignano. Lu- 
dovico Carracci lo richiamò a Bologna ; e colà adornò molti 
altari di chiese, mentre a Reggio dipinse principalmente nel 
tempio della Ghiara, e nel Lucchese, nelle Romagne, a Parma 
e a Cremona lasciò molte opere della sua mano. Le sue com- 
posizioni sono di una grande varietà, le sue figure di una 
grande libertà di movimenti e d'espressione ; mostrò un grande 
talento decorativo nelle spaziose tele, e seppe ad un tempo 
dipingere delicatamente su piccole lastre di rame. 

36. Rinaldo e Armida (tela a. 1,24, 1. 1,85). 

Quest'opera è magnificata dal Malvasia per gli arditi scorci 
che al parere di questo scrittore dimostravano come il Tiarini 
si compiacesse di contrastare con le difficoltà, introducendo 
« nelle sue figure le vedute più aspre e scabrose, gli scorti 



I. a STANZA AL PRIMO PIANO 



53 



più stravaganti e difficili, mentre tutti per le difficoltà li fug- 
gono». Loda anche il Malvasia lo stato di conservazione 
del dipinto, ottimo, secondo lui, per avere il pittore prepa- 
rata prima con biacca e nero d'osso la pittura, poi ricoperta 
di colori e per via di velature condotta a fine. 

Bolognese (Scuola). Seconda metà del secolo XVI. 

37. Un Apostolo (tela a. 1,32, 1. 0,80). 

Può giudicarsi opera di Scuoia Bolognese della seconda metà 
del secolo XVI per le carni infuocate e il drappeggiare tormen- 
tato dalle vesti iridescenti. È pittura sotto T influsso miche- 
langiolesco, ma trascuratissima ; vedasi ad esempio il disegno 
dei contorni de' panni come sfilaccicati. A menomare oltre l'ef- 
fetto della pittura, fu messo a mordente il campo ad oro, 
così che la figura sembra di cartone ritagliato. 

Grimaldi Gio. Francesco, detto il Bolognese. Bologna, 1606- 
1680. Scuola Bolognese. 

Il Malvasia lo disse « gran virtuoso in architettura, pro- 
spettiva, disegno e bravo paesista » . Dipinse nel Vaticano e 
nel Quirinale, in ville e chiese di Roma, cosicché, divulgatasi 
la sua fama, fu chiamato nel 1648 dal Mazzarino a Parigi, ove 
lavorò per due anni nel palazzo reale e nel palazzo del Car- 
dinale, ora Biblioteca Nazionale. Tornato a Roma, fini glo- 
rioso come paesista caposcuola della seconda generazione dei 
Carracceschi. 

38. Paesaggio. (Rame a. 0,44, 1. 0,67;. 

Carracci Annibale. Bologna, 1 $60-1609. Scuola bolognese. 

Fratello minore di Agost no Carracci, Annibale, lasciata la 
bottega da sarto di suo padre, si dedicò all'arte della pittura 
animato da Ludovico Carracci cugino suo, che si propose di 
unire insieme i due fratelli e di opporre la diligenza di Ago- 
stino alla impazienza di Annibale. Per consiglio di Ludovico, 



54 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



questi si recò a Parma, ove fu rapito dal divino Correggio, 
i cui « puttini » , scriveva, « spirano, vivono e ridono con 
una grazia e verità che bisogna con essi ridere e rallegrarsi ». 
Passò da Parma a Venezia, ove, sbalordito dalle meraviglie 
pittoriche, si disse un goffo nell'arte. Tornato a Bologna, col 
cugino e col fratello dipinse un salone del palazzo Fava, e 
tutti insieme fondarono un'Accademia, e diffusero l'arte loro 
per tutta l'Emilia. Annibale fece inoltre opere per Bologna, 
per Reggio e* Parma, e diè mano ad ornare col fratello e 
col cugino una sala del palazzo Magnani, che fu giudicata 
una delle meraviglie di Bologna. Nel 1600 fu invitato a Roma 
dal Cardinale Odoardo Farnese, e col fratello dapprima, poi 
solo, dipinse la galleria farnesiana celebratissima. Cogli aiuti 
suoi eseguì la pala d'altare e gli affreschi della chiesa di 
S. Giacomo degli Spagnoli ed altro. Negli ultimi anni dava 
in istranezze, e si mostrava d'humore malinconico. Mori nel- 
l'anno 1609. e accanto alla sua salma, illuminata dal vivo 
chiarore dei ceri, stette esposto un suo quadro, così come 
accanto a queKa del divino Raffaello videsi la Trasfigurazione. 
E alle esequie accorsero l'Accademia di S. Luca, la nobiltà 
romana, e il popolo, che faceva ressa per vedere, scrive il 
Bellori, « l'esequie lugubri e le morte spoglie di Annibale, 
quasi nel luogo stesso si mirarse di nuovo Raffaello disteso 
sulla bara. » La salma fu deposta nel Pantheon, in una tomba 
presso quella dell'Urbinate. Eccessivi onori resi dal mondo in- 
conscio della fatuità della sua arte ufficiale ! 

39. Il Nazareno (tela a. 0,50, 1. 0,50). 

È ricordata dal Malvasia, come esistente al suo tempo nella 
vigna Borgh:se. 

40. (v. al n. 35) 

Spada Leonello. Bologna, 1^6-1622. Scuola bolognese. 

« Nelle miserie si vide ricco di nome, nella felicità ebbe 
a restar privo di gloria » . Così disse un contemporaneo di 



I. a STANZA AL PRIMO PIANO 



55 



lui, che, figlio di un povero boccalaio, servi giovanetto come 
modello nell'Accademia de' Carracci, macinò colori al Baglione, 
suonò di quaresima le campane di S. Martino Maggiore per 
avere di che sfamarsi. Anche fu preso a beffe dai Carracci 
per certo suo berrettone all'antica e le strette colze di cuoio, 
che davano l'aspetto d'un fantasma a lui lungo, asciutto e 
nero. Venuto in fama, si recò a Roma, ove fu caro al Ca- 
ravaggio, ch'egli seguì quasi come schiavo a Napoli e a Malta, 
donde si fuggì a Bologna per sottrarsi all'ira di un Cavaliere, 
e vi tornò in abito sfarzoso e cavalleresco. Fu detto la scim- 
mia del Caravaggio, di cui temperò le ombre, fu emulo di 
Tiarini ch'ei superò nella vivacità del colore. Gli onori ri- 
cevuti a Parma dal Duca Ranuccio e gli agi della vita lo 
distolsero dall'arte, così che al Colonna parve ch'egli non 
sapesse più dipingere. 

41. Un Concerto (tela a. 1,80, 1. 1,42). 

È un'opera di una grande forza di colorito, cor. grandiosi 
partiti di pieghe, con una varietà di rossi in gradazioni bel- 
lissime. La composizione, senza ricerca di linee, di equilibri, 
di distribuzione convenzionale, ma escita quasi accidental- 
mente, con tutta quella confusione di forme che spesso è nel 
vero, sembra una scena riprodotta a volo, istantaneamente. 

Barbieri (Giov. Francesco), detto il Guercino. — Cento 
1 591-1666. Scuola bolognese. 

Ebbe diversi maestri, oscuri, come Bartolomeo Bcrtozzi di 
Bastiglia (terra del modenese), Paolo Zagnoni di Cento e Cre- 
monini di Bologna. Ma quantunque egli non sia stato all'Ac- 
cademia de' Carracci, risentì l'influsso di que' maggiori pit- 
tori bolognesi, e in ispecial modo di Ludovico Carracci. Dopo 
aver tratto prò' degli esempi de' suoi contemporanei di Roma 
e Venezia, si recò a Roma nel tempo di Paolo V, e fu colpito 
dall'arte di Michelangelo di Caravaggio, di cui divenne imi- 
tatore, però tenendo una via di mezzo tra il fare di questo 



56 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



pittore e quello de' Ca tracci. Dopo aver lasciato a Roma nel 
palazzo Ludovisi celebri affreschi e in S. Pietro il gran 
quadro di S. Petronilla, abbandonò questa città nel 1623, 
morto il suo protettore Gregorio XV, e ritornò a Cento, ove 
stette sino al 1642. In quest'anno pose sua sede a Bolo- 
gna, e là morì nel 1666. Ebbe commissioni continue, da 
tutte parti; e se ne ha notizia da un libriccino d'enti ata, che 
Paolo Antonio Barbieri, suo fratello, pittore di irutta e fiori, te- 
neva con esattezza. Fu richiesto spesso di opere dalla corte di 
Modena, per cui fece ritratti ed ancone da altare, e da cui 
fu tenuto in altissimo conto. 

Il Guercino fu il principale dei pittori detti Tenebrosi. Ec- 
celse specialmente nella sua seconda maniera, nel tempo ch'egli 
risentì l'influsso caravaggesco, ma la sua pittura, di una gran 
forza di rilievo, di una modellatura scultoria, riesce pesante, 
greve. 1 suoi manigoldi da muscoli accentuati, in atto di fare 
sforzi, disposti in modo da mettere in evidenza l'accademica 
robustezza del pittore sono alquanto volgari. Più tardi il Guer- 
cino, per seguire l'arte di Guido perdette della sua vigoria, 
ritornò all'arte dei suoi tempi, e fu floscio pittore. Le sue 
madonne giallognole, maremmane, non attraggono più. Ma 
negli ultimi tempi abbandonava anche le sue tele a' suoi sco- 
lari, specialmente ai Gennari, insipidi e fiacchi imitatori della 
sua maniera. 

42. Il figliuol prodigo (tela a. 1,25, 1. I, 63). 

Questo soggetto fu eseguito più volte dal Guercino, nel 
16 18 pel cardinale Ludovisi, nel 1 6 1 9 pel cardinal Serra, 
nel 1642 per Taddeo Barberini (che donò il quadro a Ur- 
bano Vili), nello stesso anno pel padre Maffoni, nel 1651 
per il nobile veneto Gio. Nani, nel 1654 per l'arcivescovo 
Boncompagni. Il quadro della Galleria Borghese fu acquistato 
nel 18 18, e proviene dalla galleria Lancellotti. 

Le figure ricordano molto la maniera del Guercino intorno 
al tempo in cui stette a Roma, chiamato da Gregorio XV, 
ed esegui i celebri affreschi nel palazzo Ludovisi e il gran 



Tav.IH 




I. a STANZA AL PRIMO PIANO 



57 



quadro di Santa Petronilla in S. Pietro. Vi è la gran forza 
di rilievo, la modellatura scultoria, il suo « tono terribile 
del colorito », i suoi bianchi eccessivi e nivei, il suo effetto 
tenebroso. 

Il Guercino ebbe rapporti col Card. Scipione Borghese, che 
gli commise la pittura del quadro di mezzo nel soffitto della 
nave centrale di San Crisogono, ora sostituito da una copia. 

Carpacci (Annibale). Cenni biografici al n. 59. 

45. Gesù deposto nel sepolcro (Tela a. 1,23, L 1,68). 

Questo quadro mostra i principi eccletici de 1 Carracci nell'arte, 
e quali effetti freddi questi producevano, nonostante le citazioni 
di grandi esempi nelle loro opere, e nonostante la cura messavi 
attorno. In questo quadro le parti che attraggono alquanto 
l'osservatore sono la graziosa testa di fanciulla che si vede 
su quella di Maria e l'altra della pietosa che si copre per 
dolore il viso. Ma qui più che le reminiscenze di autori, si 
palesano i sentimenti dell'autore. 

44. (V. ai n. 35). 

Honthof.st (Gherardo), detto Gherardo delle no^ti {Cenni 
biografici al n. 27 delle pitture al pianterreno). 

45. Lot con le figlie (tela a. 1,42, 1. 1,66). 

È un quadro con grandi contrasti di colore e forti ombre 
portate dal basso in alto, ma repugnante per la rappresenta- 
zione del delirio bacchico. Una copia di esso sta nella galleria 
Doria. 

Bolognese (Scuola). Fine del secolo XVI. 

46. Un apostolo (tela a. 1,42, 1. 0,80). 

Questo dipinto fa riscontro al n. 37, e come quello ebbe 
il campo della figura messo malamente ad oro. Non è però 
della stessa mano dell'altro; il drappeggiare qui è determinato 
con cura, benché sembri di sottili falde metalliche. Ci ricorda 
il fare di dipinti ascritti a Lelio Orsi di Novellara. 



58 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 

Grimaldi (Gio. Francesco), detto il Bolognese. (Cenni 
biografici al n. 3S). 

47. Paesaggio (Rame a. 0,44, 1. 0,67). 

Caracci (Annibale) (Cenni biografici al n, 39). 

48. La Maddalena (tela a. 0,50, 1. 0,50^. 

49. (V. al n. 35). 
Veneziana (Scuola). 

50. Venere (tela a. 1,18, 1. 1,80). 

Copia con molte varianti della Venere di Tiziano nella 
" Tribuna di Firenze. 

Canlassi Guido, detto Cagnacci. Castel Sant'Arcangelo, 1601. 
Vienna 1681. — Scuola bolognese. 

Fu discepolo di Guido Reni, di cui esagerò alquanto lo 
stile. Stette al servizio dell' Imperatore Leopoldo I. 

51. Sibilla (tela a. 0,67, 1. 0,56). 

Pittura di ispirazione guidesca, di esecuzione fumosa, vuota 
e liscia e rotondeggiante così che il collo ignudo sembra gonfio 
come per gozzo. 

Incognito. Secolo XVIII. 

52. Psiche che sorprende Amore (tela a. 1,25, 1. 1,50. 

Zampieri Domenico, detto il Domenichino. iV. a Bologna 
nel if8i, m. nel 1641. 

Studiò sotto la disciplina del Calvaert, poi sotto quella di 
Ludovico Carracci. Recatosi a Roma per eseguire, come as- 
sistente di Annibale Carracci, gli affreschi del palazzo Farnese, 
fu caro a quel maestro, che gli diede occasione di dimostrare 



I. a STANZA AL PRIMO PIANO 



59 



il suo talento pittorico, proponendolo al Cardinale Odoardo 
Farnese per la dipintura di una cappella a Grottaferrata. Il 
gran quadro della Comunione di S. Girolamo e le istorie di S. 
Cecilia in una cappella di S. Luigi de' Francesi accrebbero 
grandemente il suo grido di pittore. Assunto al trono pon- 
tificio Gregorio XV, di patria bolognese, il Domenichino che 
già era tornato a Bologna corse a Roma; e fu dal Papa nomi- 
nato Architetto del Palazzo Apostolico. Succeduto Urbano Vili 
a Gregorio XV, lo Zampieri dipinse la Tribuna dell' altare 
maggiore delia chiesa di S. Andrea della Valle; poi a S. Sil- 
vestro; e in S. Pietro fece un S. Sebastiano che. guarito dalle 
freccie per opera della pia Irene, e presentatosi di nuovo a 
Diocleziano, è legato al patibolo. L'ultima opera eseguita in 
Roma dal Domenichino si è la cappella di S. Francesco in 
Santa Maria della Vittoria. Nel 1629 si recò a Napoli per 
dipingere la Cappella di S. Gennaro, detta del Tesoro, ma 
qualche anno dopo, distratto da quel lavoro dal Viceré, e per- 
seguitato, si fuggi verso Roma lasciando imperfetta l'opera sua. 
Si soffermò a Frascati, in casa Aldobrandini, e vi eseguì i 
ritratti delle tre nipoti del Cardinale Ippolito. Nel 1636, tornò 
a Napoli per compiere il lavoro interrotto, e vi morì forse di 
veleno a sessanta anni, tormentato dall' altrui malignità, da 
rivalità artistica e da familiari dissensioni. Il Passeri che lo 
conobbe, così scrisse di lui : « nella professione fu sempre 
« studioso ed applicato, e credo che non la vivacità e pron- 
te tezza del suo ingegno, ma più tosto l'assiduità del suo studio 
« che non intermise mai, il facesse arrivare a quel segno di 
c< perfezione, alla quale pervenne. In ogni cosa appartenente 
« all'arte procurò di erudirsi, e fece assai bene de* paesi, in- 
« tese di prospettiva, e fu molto studioso di arch : tettura, ma 
« non ebbe occasione di sfogare questo suo talento; del che 
« sempre si dolse » . 

Il Domenichino lasciò molti seguaci; ma il sentimento che 
egli seppe profondere nelle sue composizioni sparve con lui. 

53. La caccia di Diana (tela a. 2,25, 1. 3,20). 



6o 



IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



« É l'opera stupenda, l'invenzione e l'arte »: così scrisse 
il Bellori (1672). Il Cardinale Ludovisi, che fu poi papa Gre* 
godo XV, disse di non aver mirata cosa più bella del suo 
tempo che « due quadri di Domenico (la Caccia di Diana e 
la Sibilla) che ha il Sig. Card. Borghese, posti in paragone 
di cento altri di valenti maestri, anche de' tempi andati » . 
E Gio. Battista Passeri raccontò che il quadro « La Caccia 
di Diana » fu levato a viva forza dalla casa del pittore per 
opera del Cardinale Scipione Borghese, che non ascoltò nè 
le raccomandazioni de' protettori di Domenichino, né le la- 
mentanze dell' artista. 

Questa rappresentazione mitologica è un vero idillio per 
la giocondità giovanile che allieta le tonde testine bene ac- 
conciate delle ninfe, per la delicatezza dei loro movimenti, 
per la purezza delle figure che spiccano sul verde della bruna 
boscaglia. E sembra una scena di genere, il giuoco popolare 
del tiro alle colombe eseguito da uno stuolo di fanciulle ba- 
gnanti. E a farla sembrar tale concorre un cane che vor- 
rebbe slanciarsi suli' uccello che cade saettato al snolo, un 
altro che tranquillamente si disseta in un torrentello. Ivi 
è una graziosa fanciulla, con le braccia puntate nel fondo 
del torrente, e il corpo quasi a galla, steso sulla superficie 
dell'acqua; e mentre la luce ne illumina la testina, le spalle 
e un ginocchio, un' ombra trasparente ne vela il tenero corpo. 

L' animazione è grande in tutta la scena, piena d' unità, 
dalla diva che applaude teatralmente con le braccia in alto, 
alla fanciulla che si curva tripudiarne nel vedere il volatile 
cadente pel colpo del dardo, alla bambina che lo addita con 
l'indice sollevato, alla giovine cacciatrice che sussulta per la 
gioia del bel colpo, a tutte le altre intente, sorprese, ammi- 
ratrici. 

Vogelaer (Carlo Vak). Mastricht, 1653-169;. 



Fu soprannominato Distelblum o fior di cardo, a Roma, ove 
arrivò giovane, e dipinse fiori pei Pallavicini e per altri. Fu 



l. a STANZA AL PRIMO PIANO 



6l 



detto anche comunemente Carlo del Fiore. Ornò di fiori 
alcuni dipinti del Gauli e del Maratta, ritrasse animali e frutti 
con grande realtà. Le gallerie di Dresda, di Schleissheim e 
Lichtenstein di Vienna conservano saggi dell'arte sua. In 
Roma, come pittore fiorista, ebbe a rivale Francesco Var- 
nertam, detto Daprait. 

54. Frutti (tela a. 1,05, 1. 1,84). 

Zampieri Domenico, detto il Domenichino. {Cenni biografici 
al n. sì)- 

55. La Sibilla Cumana (tela a. 1,23, 1. 0,94). 

Ha l'aria ingenua di fanciulla rapita nella visione del futuro; 
l'esecuzione è semplice, il colorito chiaro e vago. 

Negli antichi cataloghi il quadro fu registrato sotto il nome 
di Musa del Domenichino, poi di Santa Cecilia, poi come 
allegoria della Musica, e infine come Sibilla Cumana. 

Fu dipinta pel Cardinale Scipione Borghese. 

Ribera (Jose de), detto lo Spagnoletto. — N. a Jàliva presso 
Valenza nei ijSS f m. nei 1656. — Scuola di Valenza. 

I suoi genitori lo avevano destinato allo studio delle lettere, 
ma la sua passione per le arti lo indusse a preferire all' U- 
niversità la scuola di Francesco Ribalta. Recatosi in Italia, 
continuò gli studi fra gli stenti, sostenuto dalia carità dei 
compagni, e si fece seguace di Michelangelo da Caravaggio. 
A Parma le sue tendenze realistiche furono scosse per alcun 
tempo dalle pitture del Correggio; ma la sua educazione pit- 
torica riprese il sopravvento. Recatosi quindi a Napoli, entrò 
nelle grazie del Conte di Monterey, che gli commise parecchie 
opere per Filippo IV. Accademico di S. Luca nel 1630, in- 
signito dell'ordine dell' « Abito di Cristo » dal Papa nel 1644, 
onorato e ricco morì, secondo Cesare Bermudez, nel 1656. 
Le sue pitture, eccessive nelle ombre, sono di forme corrette 
e ricche di colore. Preferì di rappresentare i martini dei Santi 



62 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



con tutti i particolari più crudeli, con tutti gli orrori del 
sangue e della morte; e preferì riprodurre vecchi scarni, in- 
cartapecoriti, che spesso vesti dell'abito dell'anacoreta e del 
filosofo. Ebbe molti imitatori a Napoli, in Italia e nella sua 
patria lontana. 

56. S. Girolamo (tela a r 1, 12, 1. 1 , 5 7). 

La figura dell'eremita fu più volte soggetto al Ribera, che 
ne fece uno per gli Spinola di Genova, un secondo per gii 
eredi di Francesco Bergoneio di Venezia, un terzo nella Chiesa 
della Trinità delle Monache in Napoli, quadro che il De Do- 
minici disse « ammirabile per la tessitura del Corpo del Santo 
Vecchio inaridito dagli anni, macerato dalla penitenza ed 
estenuato dal digiuno, con la pelle tutta attaccata su l'ossa e 
tutta aggrinzata nelle piegature del Corpo...» Altro S. Girolamo 
in atto di studiare fece il Ribera per il Principe di Stigliano, 
ed altri ancora per il duca di Maddaloni, per D. Giovanni Grillo 
deiSomaschi, per D. Antonio Piscicello ecc. La rappresentazione 
della vecchiaia, energica sempre, nonostante i segni esteriori 
del disfacimento della carne, è data anche in questo quadro 
dei xealistico pittore spagnuolo. 

Meloni (Marco). Carpi, fiorì nel periodo 1504-1537. Scuoia 
bolognese. 

Di lui si conserva una grande ancona, proveniente da Carpi, 
nella Galleria Estense, recante la firma dell'autore e la data 
1504, più la predella dell'ancona rappresentante in tre scom- 
partimenti il sacrificio di Abramo. Quelle tavole mostrano 
come Marco Meloni si recasse nella sua giovinezza da Carpi 
alla vicina Bologna per erudirsi nell'arte alla scuola del Francia, 
e come là copiasse la gran tavola del Perugino, ora nella pi- 
nacoteca di Bologna, di cui ripetè parecchi motivi ne' suoi 
quadri. È un pittore che si riconosce per le orlature e sfu- 
mature rosee delle carni delle sue figure, per certi suoi colori 
rosso di vino e verde di prato, pei contorni neri, massime negli 
occhi e nelle narici, pel modo crudo di illuminare i capelli. 



l. a STANZA AL PRIMO PIANO 



63 



57. Sant'Antonio da Padova (tav. a. o, 55, 1.0,4$). 

Si trovano in questo dipinto gli stessi caratteri degli altri 
quadri del Meloni, il suo rosso nelle palpebre, nelle guancie, 
nell'orecchia sinistra, nel collo; i suoi contorni neri, taglienti 
e grossi; le sue tinte pesanti e opache, ben lontane dalla traspa- 
renza e dalla tenuità perlina delle mezzetinte dei Francia. 

Carracci Ludovico. — N. a Bologna, ijff-ióip. — Scuola 
bolognese. 

Il suo primo maestro fu Prospero Fontana, ma la sua na- 
tura e l'arte stessa decadente lo portavano all'eclettismo. A 
Firenze studiò le opere d'Andrea del Sarto, a Parma il Cor- 
reggio, a Mantova Giulio Romano, a Venezia Tintoretto, Ti- 
ziano e il Veronese. Correggio e i Veneziani furono l'attra- 
zione sua e de' bolognesi suoi contemporanei; mentre la 
generazione precedente aveva i suoi punti fissi in Raffaello e 
in Michelangelo. Nel 1589 co' suoi cugini Agostino ed An- 
nibale fondò l'Accademia bolognese, e con essi lavorò nel 
palazzo Fava di Bologna e in altri luoghi sino al 1600, anno 
in cui i suoi cugini posero stanza a Roma per eseguire la 
decorazione del palazzo Farnese. Gli affreschi del convento 
di S. Michele in Bosco, cominciati da Ludovico nel 1604, 
dopo una breve visita a Roma, furono considerati come il 
capolavoro del maestro : ma ora non resta che il ricordo nelle 
stampe di G. M. Giovannini pubblicate con cenni illustrativi 
dal Malvasia, autore della Felsinei pittrice. Compiuti questi af- 
freschi, dipinse a Piacenza, nella Cattedrale, a Parmi poi e 
a Bologna. Quivi, nel dipingere un lunettone con la Annunciata 
nella Cattedrale, incorse in così grave errore di disegno, che 
sollevò ciitiche assai, onde egli desideroso di correggerlo pregò 
i fabbricieri a concedergli di fabbricare di nuovo il ponte. 
Non essendogli stato concesso, tanto se ne afflisse, che po- 
stosi in letto, in pochi giorni morì. 

58. L'Estasi di S. Caterina da Siena (tela a. 1,01, 1. 0,57). 



64 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 

Molte reminiscenze correggesche, specialmente negli Angioli 
e negli scorci delle mani della Santa. 

Roncalli Cristoforo, detto delle Pomarance. Pomarance 
presso Volterra^ 1552-1626 Scuola romana. 

Imparò l'arte da Nicolò dalle Pomarance, e molto operò 
nelle chiese di Roma. L'opera principale è la composizione 
della morte di Anania in S. Pietro. 

59. La Vergine col Bambino e S. Giovanni (tav. a. 0,84, 

1. 0,65). 

Bonzi Pier Paolo, detto il Gobbo de' Carracci. Cortona, 
1 570-1630. 

Dapprincipio dipinse frutti dal naturale, in casa de' Cre- 
scenzi romani, e con tanta verità, che fu detto anche il Gobbo 
de' frutti. Si diede inoltre a far paesi e a formar figure, e 
fu giudicato c< degno di qualche stima. » 

60. Satiro con frutti (tela a. 0,66, 1. 0,52). 
Raibolini (Scuola di Francesco), detto il Francia. 
60-A. Sacra famiglia e S. Caterina (tav. a. 0,75, 1. 0,56). 

È l'opera di uno dei duecentoventi discepoli del Francia. 
Le forme sono liscie, lavorate con diligenza, ma mancanti di 
vivacità d'espressione. Le carni sono tutte di un colore, d'uno 
stesso grado; ogni forma rivela un senso di stanchezza, una 
grande fatica nel modellato, nelle sfumature, nei passaggi di 
tinte. 

Raibolini (Francesco; detto il Francia. N. probabilmente a 
Bologna, circa ti 1450 ; M. // j gennaio ifi8. Scuola ferrarese. 

A maestro del pittore fu dato Marco Zoppo; ma la critica 
moderna lo fa derivare non dallo squarcionesco bolognese, bensì 



I. a STANZA AL PRIMO PIANO 



65 



dal vigoroso tronco della pittura ferrarese. Fu detto il Francia 
dal soprannome del maestro suo, orafo di cui non rmane 
ricordo. Certo il Raibolini fu iniziato nell'arte dell'oreficeria, 
prima che nella pittura : di lui si mostrano nella pinacoteca 
di Bologna due Paci, e sono più propriamente due anconette 
o maestati, come solevansi chiamare nel quattrocento quelle 
immagini sacre, vuoi di argento, vuoi di pittura o scultura, 
le quali erano date a corredo delle nove'le spose, e recavano 
gli stemmi dei coniugi. Oltre quest'opere che ci restano dell'orafo, 
è noto che il Francia apparecchiò vasellami e lampadari d'ar- 
gento, per le sfarzose nozze di Annibale Bentivoglio, collane 
per gli Estensi ecc. La finezza dell'orafo si manifesta nelle 
prime pitture del Francia. Il Vasari racconta che, tardi, a 
quarant'anni, egli si applicò a dipingere; ma nell'opere ese- 
guite a quest'età non si rileva un esordiente, bensì un provetto 
maestro, padrone d'ogni segreto della tecnica. Egli crebbe certo 
con la vivace generazione degli ultimi quattrocentisti ferraresi: 
da Ferrara, ove si recò varie volte per commi. 4 sioni di orefice, 
ricavò utili insegnamenti; e da' Ferraresi, che tennero il campo 
della pittura a Bologna, ebbe quegl'insegnamenti ribaditi. Col 
caposcuola ferrarese Lorenzo Costa attinse alle stesse fonti; 
ma, grazie allo studio della plastica, il Francia ottenne una 
pienezza e una larghezza singolare di forme, meno aspre delle 
ferraresi ; come mercè l'uso del bulino, acquistò l'amorosa e 
fine diligenza de' particolari e la rigorosa precisione del segno. 
Il Francia lasciò travedere nelle sue pitture quell'affabilità, quel 
decoro, quella gravità di costumi per cui lo lodano i suoi 
contemporanei. I suoi quadri non presentano una grande varietà, 
ma rivelano la coscienza scrupolosa dell'artista, un'intelligenza 
ordinata, un animo semplice e pio. La tranquillità regna nelle 
sue composizioni, nella placidità delle sue figure, nella limpi- 
dezza delle sue tinte. Però i suoi tipi si conservano gli stessi 
in dipinti diversi: le sue composizioni sono poco animate ed 
hanno poca varietà di motivi e di caratteri. 

Il Francia fu di un'operosità instancabile: coniò monete, 
gettò medaglie, incise, scolpì, architettò. Tenne scuola, e sin 



II Museo e la Galleria Borghese - 5. 



66 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



dal 1490 essa era affollata di giovani desiderosi di dedicarsi 
alle arti. Nei registri di note del Francia stesso, il Malvasia 
lesse duecento venti nomi di giovani accorsi alla bottega di 
lui ; e questo spiega come in tutte le gallerie pubbliche e 
private di Europa sia dovizia di quadri della scuola del Francia. 
Per tutta l'Emilia principalmente, si diffuse l'arte del maestro: 
a Parma, a Reggio, a Modena, a Faenza; e Bologna mostrava 
e mostra ancora le sue caste Vergini col capo incorniciato 
da un bianco velo nelle magnifiche riquadrature intagliate dei 
Formigine. 

61. La Vergine col Bambino (tav. a. 0,87, 1. 0,64). 

Quantunque sia stato messo in dubbio l'attribuzione di questo 
dipinto al caposcuola bolognese, pure esso oppartiene a lui, 
non a Giacomo Francia torbido, sciatto e di forme rigonfie. 
Il sospetto nella autenticità dell'attribuzione deriva forse dai 
mali recati al quadro dal restauro, dall'alterazione subita dalla 
veste rossa della Vergine, dal < uasto prodotto al modellato 
del petto di essa, dal rifacimento delle mani. Ma il fondo terso, 
la composizione scultoria del gruppo, l'espressione di purità 
propria del Francia, la freschezza del sentimento, il roseto che 
circonda la Vergine con foglie e fiori lumeggiati d'oro, rivelano 
la mano del vecchio Francia. 

Fu condotto per commissione di Suor Dorotea Fantuzzi 
dei convento di S. M. Maddalena di Bologna, come si legge 
a tergo della tavola. 




Vanni Francesco, n. a Siena nel ijó;, ;//. net 1009. 

Ancora fanciullo attese al disegno presso Ventura Salim- 
beni. Circa il 1577 passò a Bologna nella scuola di Barto- 



l a STANZA AL PRTMO PIANO 



67 



lomeo Passerotti, e poscia a Roma in quella di Gio. de' Vecchi 
Imitò in seguito il Barrocci, e fu uno dei pittori delle tavole 
degli altari di S. Pietro. Egli dipinse i SS. Pietro e Paolo che, 
alla presenza di Nerone, fanno cadere a terra Simon Mago, 
e per quest'opera fu insignito dal Cardinale Baronio dell'abito 
di Cavaliere dì Cristo. Tornato in patria, ornò delle opere sue 
molte chiese, finché morte lo colse ancora in verde età. 

62. Lo Sposalizio di S. Caterina, assistenti i SS. Gio. Evan- 
gelista e Francesco (tela a. 0.86, 1. 0,67). 

É una delle pitture eseguite dal Vanni sotto l' influsso del 
Barrocci, che si rivela specialmente nel Divin Bambino. 

Provenzale Marcello, n. a Cento nel ijjf m. nel 1639. 

Nel pontificato d Paolo V lavorò in Roma di musaico, e 
le opere sue furono giudicate mirabili. Quelle in S. Pietro fu- 
rono eseguite sui cartoni di Cristofano Roncalli dalle Poma- 
rancie. 

63. L'Addolorata (tela a. 0,90, 1. 0,73). 

É uno studio da antica pittura che il musaicista Marcello Pro- 
venzale eseguì per tradurla poi in musaico. 

Carracci Ludovico, (v. cenni biografici al n. 9/). 

64. Sacra Famiglia (tela a. 0,67, 1. 0,56). 

Raibolini Francesco, detto il Francia, (v. cenni biografici 
al n, 61). 

65. Santo Stefano martire (tav. a. 0,75, 1. 0,53). 

È una delle opere giovanili del Francia, e manifesta la fi- 
nezza dell'orafo nelle liste gialle arabesche della dalmatica del 
Santo, nel basamento con ornamentazioni dorate della colonna 
d'agata che gli sta dietro. Sembra una figura preparata col 
bulino tanta è la precisione dei segno; e sembra ornata di 
smalti, tanta è la vivezza del colorito, della dalmatica di ru- 



68 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



bino e del resto. In quest'opera il Francia riesce espressivo 
più che in altre posteriori, per la compunzione profonda, per 
l'intensità della preghiera che manifesta il santo ginocchioni 
negli occhi smarriti, nel dolore prodotto dalle ferite del cranio 
che ne rigano di sangue la fronte e il collo immacolati. Come 
nelle altre pitture de' suoi primordi, quali la piccola « Cro- 
cifissione » della biblioteca comunale di Bologna e la Ma- 
donna del Senatore Bianchini a Berlino, è espressa qui l'arte 
profonda e schietta, l'animo semplice e pio del Francia. Le 
mani del Santo hanno perduta la velatura, così che si scorge 
la maniera di preparare del Francia e il suo fine tratteggio, 
prima che la pittura ricevesse la sua finitezza, e che l'arte 
coprisse l'arte. Reca la scritta : 



Carracci (Scuola dei) 

66. S.Francesco che riceve le stimmate (tela a. 1,38,1.1,10). 

La gloria con Angeli fu imitata da quella che appare in 
alto nell'ispirata testa di Santa Cecilia nella celebre pala d'al- 
tare eseguita per Bologna, ora nella galleria di quella città, 
ma l'imitazione è infedele, quasi barbara. La testa che pare 
tinta di carbone spicca nel fondo turchino di grado simile a 
quello su cui volgesi la testa estasiata della Santa Cecilia . 

Lanfranco Gio., (v. cenni biografici al n. 16). 

67. Il casto Giuseppe (tela a. 1,01. 1. 1,57). 

Il naturalismo nell'arte del seicento aveva messo alla moda 
i soggetti più triviali tratti dalle sacre istorie, come Giuseppe 
e la moglie di Putifarre, le figlie di Lot ecc. Questo per la 
libidine che spira dalla figura della donna e per l'atteggia- 
mento di essa è di una brutalità naturalistica. 




I. a STANZA AL PRIMO PIANO 



Barocci Fedlrico, n. ad Urbino, i $28-1612. Scuola Ro- 
mana. 

Suo padre Ambrogio Barocci, uno scultore, oriundo da fa- 
miglia milanese, diede a lui la prima istruzione artistica ; poi 
Battista Franco, ne coltivò l'ingegno. Partito il suo maestro 
da Urbino, egli pure lasciò questa città, e si recò a Pesaro 
con lo zio suo, Bartolomeo Genga, architetto del duca Gui- 
dobaldo II, che gli insegnò le leggi della prospettiva, e gli 
ottenne di trarre copie di pitture di Tiziano esistenti nelle 
sale ducali. A vent'anni venne a Roma, e vi rimase parecchi 
anni, dedicato allo studio dell'Urbinate; e vi tornò poi nel 1 560 
per lavorare con Federico Zuccheri nel Vaticano. I suoi quadri 
principali si trovano a Urbino e a Perugia. Fece abuso di rosso 
nel colorire i volti delle sue figure, di oltremare nelle vesti. 
Un'intonazione rosea domina nelle sue pitture. Fu pittore ag- 
graziato, delicato nel chhroscuro ; nei suoi pastelli si mostra 
fino osservatore del vero. 

68. Enea che fugge dall'incendio di Troia (tela a. 1,84, 
L 2,58) 

Questo quadro fu eseguito per il Cardinale Della Rovere. 
Il Barocci ne fece repliche, una per l'imperatore Rodolfo II, 
che preso d'ammirazione per l'artista, lo invitò a' suoi ser- 
vigi. Lo Scanelli ricorda l'intaglio « straordinario » che ne 
fece nei 1595 Agostino Carracci ; e lo ricorda anche il Mal- 
vasia, dicendolo « tremendo » e « spaventoso taglio » . La 
ricerca di colori inusitati, di effetti nuovi spingeva l'arte 
sempre più in basso, e quantunque il Barocci si mostrasse 
ingegnoso ed abile, appare falso nei toni, falso nelle forme 
raggirate, ricurve, aggrovigliate. Porta la scritta : 

-FED'BAR'VRB 



-FAOMDXCV/// 



70 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



Carracci (Scuola dei) 

69. S. Rocco (tela a. 1,12, i. 1,80). 

Nelle carni bruciate, nella grandiosità della figura, ricorda 
l'arte del Lanfranco. 

Barbieri Francesco, detto il Guercino. (v. cenni biogra- 
fici al n. 42). 

70. Sansone che porge a' suoi genitori il favo del miele 
trovato nella bocca del leone (tela a. 1,12, 1. 1,46). 

La luce investe Sansone alle spalle; e la faccia, del tutto 
in ombra, spicca contro un monte e un cielo assai tetri. La 
luce illumina le fronti e parte del volto dei due vecchi ge- 
nitori giallognoli e tristi. Tanta è l'intensità del nero che le 
parti delle figure illuminate sembrano separate o incollate al 
resto. È un'opera degli ultimi anni del pittore, come si rileva 
dal registro delle opere d'arte del Guercino e del denaro per 
esse ricevuto, tenuto dapprima da Paolo Antonio fratello di 
lui, poscia da esso medesimo e dai Gennari. Nel registro si 
legge: 

« 1658. Il dì 21 Febbraro. Dal Sig. Gio. Battista Tarta- 
ra leoni si è ricevuto dobble d'Italia n. 44 per pagamento del 
« Sansone giovine quando portò a suo Padre ed a sua Madre 
« il Favo di Miele, e queste fanno lir. 660 che sono duca- 
« toni 132, scudi 165 ». 




II. a STANZA 



7 1 



II/ STANZA 



Volta di Gaetano Lapis (n. a Cagli, operò in Roma verso 
la fine del secolo scorso, segui Varie del Conca). Rappresenta 
l'aurora (Intonazione plumbea, fredda, ma le figure egregia- 
mente disegnate; gli ornati belli per la tranquilla intonazione). 

Sculture. CCLII. Statua iu bronzo rappresentante un gio- 
vane imperatore. Secondo il Nibby, opera del III secolo. 

CCLI1I. Statuetta supposta di Giove, con molta parte di 
restauro, compreso il fulmine. Forse di un oratore greco. 

CCLIV. Bacco rappresentato in un'antefissa (?) di terracotta. 
Schema del gruppo prassitelico. 

CCLV. Vaso. 

CCLVI. Vaso. 

Veneziana (Scuola). 

71. Ritratto di Cardinale (tela a. 0,55, 1. 0,41). 
Incognito. Sec. XVI. 

72. Ritratto muliebre (tav. a. 0,56, 1. 0,45). 

Mola (attribuito a Pier Francesco). Coìdrè in quel di Como, 
1612-1668. Scuola bolognese. 

Condotto a Roma da suo padre Gio. Battista, architetto, 
vi studiò pittura sotto la direzione del Cav. d'Arpino. Ancor 
giovane fu a Venezia, a Milano e a Bologna, ove si fece 
seguace dell'Albani; e finalmente, sotto il pontificato di In- 



72 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



nocenzo X, risiedette a Roma. Eccelse nel paesaggio; nei 
forti contrasti di luce ed ombra mostrò di risentire gl'influssi 
di Guercino ; nelle idilliche composizioni profuse i delicati 
suoi sentimenti. , 

73. Ritratto di Paolo V (tela a. 1,23, 1. 1,42). 
Il ritratto a noi sembra l'opera d'un rozzo frescante. 

Carrucci Jacopo, detto Puntormo. Punto rmo presso Empoli, 
1494-15 5 7. Scuola toscana. 

Rimasto orfano in tenera età, fu messo da Bernardo Vet- 
tori, secondo quanto afferma il Vasari, con Leonardo da 
Vinci e poco dopo con Mariotto Albertinelli, con Piero di 
Cosimo, e nell'anno 1 5 1 2 con Andrea del Sarto per cui finì 
molte opere. Fu artista ingegnoso e disegnatore così disinvolto, 
che, per facilità di mano, fu giudicato a niuno secondo fuorché 
ad Andrea. Raffaello e Michelangelo dalle opere della sua 
giovinezza trassero di lui i migliori auspici. Ma mutò la forma, 
ispirata prima al fare di Andrea, poi a quella di Michelangelo 
ed anche alle stampe di Alberto Durer. Nel ritratto conservò 
la sua propria forza, e stampò sulle immagini dei Medici e 
degli altri personaggi da lui dipinti i caratteri dell'animo. 

74. Ritratto di magistrato (tav. a. 0,97, 1. 0,75). 

È un ritratto che il Puntormo dovette non ritrarre dal vero, 
ma comporre, servendosi di una maschera del personaggio o 
di disegni o di indicazioni di seconda mano. Mentre la toga 
è di un bel rosso rubino, con belle pieghe finamente lumeg- 
giate, e mentre le mani sono modellate con larghezza, la testa 
ha lineamenti incerti, occhi sbarrali, occhiaie difettose con 
bulbo sporgente, le palpebre altissime. L'occhio a sinistra non 
è impostato naturalmente, e non si volge con la testa di tre 
quarti: anche le ciocche de' capelli sono dipinte con materialità. 

Bronzino (Angelo di Cosimo, detto). Monticelli nei dintorni 
di Firenze, 1502-1572. Scuola toscana. 

Fu prima discepolo di Randellino del Garbo, poi di Jacopo 



II.* STANZA 



73 



da Puntormo, di cui terminò parecchie pitture. Eseguì parecchie 
opere a fresco e ad olio per Firenze ed altri luoghi della To- 
scana, ma l'amico del Vasari e l'ammiratore di Michelangelo, 
fu manierato come tutti i michelangioleschi. Invece nei ritratti 
pieni di energia e di carattere il pittore eccelse al suo tempo, 
trovò per essi nel duca Cosimo I un mecenate, e ammiratori 
sinceri anche nei posteri. 

75. Lucrezia (lavagna, a. 0,56, 1. 0,43). 

È una delle prime opere del maestro, dura, tagliente ne' 
contorni, ma diligentissima. Il colore sembra anche di mag- 
giore aridità per l'ossidazione delle trecce della figura disposte 
come cimiero di un baldacchino intorno alla fronte. 

Palma (Scuola di Jacopo), il Vecchio. 

76. Ritratto muliebre (tav. 0.42, 1. 0,35). 

Non è pittura che dimostri una forte abilità nel suo autore ; 
il naso è ritorto, mal disegnato il taglio in alto delle narici ; 
le arcate delle sopracciglia non hanno il loro giusto sviluppo ; 
la bocca piccolina non s'adatta alla testa. Il collo invece e 
il largo piano del petto sono disegnati con palmesca larghezza. 

Sabatini Lorenzo, detto Lorenzino da Bologna. Bologna, 1533? 
1577. Scuola bolognese. 

Fu caro al pontefice Gregorio XIII, che gli commise di di- 
pingere nella cappella Paolina le storie di S. Paolo apostolo, 
nella sala regia il trionfo della Fede, e anche di distruggere 
i nudi del Buonarroti nelL cappella Sistina e di rifare il Giu- 
dizio Universale. Fortuna volle che Lorenzino non eseguisse 
l'ordine, che non vi tacesse « un Paradiso tutto pieno di one- 
stà e di nobiltà », come avrebbe vagheggiato di vedere il 
Malvasia, in vece a di oscenità e di facchinerie ». 

Il tardo imitatore di Raffaello, grazioso ma artificiale nelle 



74 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



opere, il concorrente di Federico Zuccheri nella cappella Pao- 
lina, V aiuto del Vasari nel dipingere apparati per feste, il 
pittore che Cavedoni giudicava debole, avrebbe stesa la mano 
sacrilega sopra l'opera del Giove dell'arte italiana! 

77. Ritratto muliebre (tela a. 0,45, 1. 0,30). 

Il ritratto è schizzato con facilità, e costruito solidamente, 
con caratteristica forza. Solo la mano grande e informe, stesa 
lungo il lato inferiore della tela, toglie al dipinto alquanto 
del suo buon effetto. 

Bronzino (Agnolo di Cosimo, detto) (V. Cenni biografici 
al n. 7/). 

78. Ritratto muliebre (tela a. 0,58, 1. 0,42). 

È dilavato, privo di colore, biaccoso; tuttavia è del Bron- 
zino, simile ad altri suoi, aventi V effetto di tempere, sodo di 
carattere. 

Bronzino (Agnolo di Cosimo, detto). (V. cenni biografici 
ai n. 7j). 

79. Ritratto di donna (Lavagna a. 1,12, 1. 0,79). 

Questo fa riscontro ad altro ritratto segnato col n. 100; 
ed entrambi sono di effetto metallico, effetto prodotto comu- 
nemente dalla pittura su lavagna. 

Pulzone (Scipione), detto Gaetano. Gaeta 1550-1588. 

Fu allievo di Jacopo del Conte fiorentino, e fu molto van- 
tato pei ritratti, tanto che il Baglione scrisse che i vivi non 
si distinguevano da' suoi dipinti, e che nel ritratto del Car- 
dinale Ferdinando de* Medici si vedeva fin dentro alla pic- 
cola pupilla degli occhi il riflesso delle vetrate delle finestre. 
Papi, Cardinali, Principi e Dame romane, Don Giovanni d'Au- 
stria ed altri Grandi furono effigiati da lui. Dipinse anche qua- 
dri per varie chiese di Roma assai lodati al suo tempo. Con 
Federico Zuccheri ebbe rivalità. Mori nel fiore degli anni. 



II. a STANZA 



75 



80. Ritratto di donna con libro in mano (tav. a. 0,72, 
l. 0,56). 

Fontana Lavinia. Bologna, n. nel IJJ2, m. nel 1602. 
Scuola bolognese. 

Educata nell'arte da Prospero Fontana suo padre, dipinse 
specialmente ritratti tenuti in pregio al suo tempo. I poeti la 
dissero " vero ornamento „ della loro età, il Baglione la 
paragonò a Lala Cizicena Greca, i Bonccmpagni la ricevettero 
nelle loro ville come una principessa, facendo schierare le 
milizie lungo il suo passaggio. Pittrice di Gregorio XIII e 
d'altri Grandi, lasciò molti ritratti nelle gallerie di Roma e 
nelle case private di Bologna, e parecchi quadri d'aitare nelle 
due città. Perchè donna fu molto lusingata. 

81. Testa di un giovane (tela a. 0,49, 1. 0,37). 

Questa deve essere imitazione di qualche studio dei Car- 
racci dal Correggio, ma lungo la via delle imitazioni si per - 
dette la fine idealità del prototipo. 

LA Vi''* FON: r- ito 6 

Leone O'itavio, detto il Padovanino. Roma, n. nel 1578?, 
m. nel 1630. 

Fece piccolissimi ritratti a matita nera in carta turchina 
lumeggiati di bianco e alcuni a matita rossa che furono detti 
tanto naturali e vivi u che paiono coloriti e di carne ,,. Tali 
disegni erano presso il Cardinal Scipione Borghese; e fece 
anche ritratti di grandezza naturale, e tanti che ogni nobile 
casa di Roma ne teneva alcuno. Fu molto onorato all'età 
sua: dal pontefice Gregorio XV, ch'egli aveva ritratto, fu in- 
insignito del grado di Cavaliere; l'accademia Romana lo pro- 
Clamò suo Principe. 



7 6 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



82. Ritratto virile (tela a. 0,38, 1. 0,30). 
Carracci (Scuola dei) 

83. Testa di giovane ridente (tela a. 0,45, 1. 0,28). 

Piazza Paolo, detto Fra Cosimo. Castelfranco 

Studiò a Venezia, e in S. Gio. e Paolo dipinse attorno al 
sepolcro di Antonio Bragadino le sue gesta nell'assedio di 
Famagosta. Poi, lavorando per i Padri Cappuccini del suo 
paese nativo, ne vestì l'abito. Mandato in Germania, si gua- 
dagnò la stima di Rodolfo II, che gli commise molte opere 
per chiese; e recatosi quindi a Roma, fu bene accolto da 
Paolo V e dal Cardinale Scipione Borghese per cui dipinse 
varie stanze. Fatto ritorno a Venezia, dipinse, nella chiesa 
del Redentore, Sibille e Profeti così che il Doge Priuli, presa 
stima di lui, gli commise pitture r.el palazzo ducale, pitture 
che egli non finì perchè sorpreso da morte. 

84. Ritratto di un medico (tela a. 0,8 j, 1. 0,72). 

Mazzola (Francesco), detto il Parmigianino. Parma n. i$o$ 
m. 1540. 

Fu allievo dapprima de' suoi zii, Michele e Pierilario Maz- 
zola, cui parve, dice il Vasari, ch'egli " fosse nato, si può 
dire, con i pennelli in mano/ ,, A diciott'anni dipinse il Bat- 
tesimo di Cristo in S. Giovanni di Parma, con grande mera- 
viglia di tutti, a vent' anni si rifugiò a Viadana, luogo del 
marchese di Mantova, per starsene lontano dai rumori di 
guerra, e là dipinse altre cose che furon giudicate di pro- 
vetto maestro. Tornò nel 1522 a Parma, e di là si incam- 
minò verso Roma per vedere le meraviglie di Raffaello e di 
Michelangelo e le antichità. In Roma trovò la protezione del 
Papa e ii Cardinali, ma nei giorni del Sacco a stento scampò 
da gravi pericoli, e prese la via del ritorno alla sua città. 
Si soffermò a dipingere a Bologna, e giunto poi a Parma, la- 



H. a STANZA 



77 



vorò a fresco nella chiesa di S. Maria della Steccata; ma mes- 
sosi a ricerche di alchimia, si veniva consumando co' suoi 
fornelli a poco a poco. Fuggi da Parma a Casalmaggiore, per 
timore che male potesse incogliergli per la lite mossagli dalla 
Compagnia della Steccata, e là morì. 

Imitò il Correggio, serbando tuttavia una certa originalità 
propria. Cercò soprattutto la grazia, e per raggiungerla diede 
alle sue figure una lunghezza fuor d'ogni proporzione. 

85. Ritratto d'uomo incognito (tavola a. 0,52, 1. 0,42). 

Testa di chiaroscuro gagliardo, d'espressione penetrante, che 
si rileva fortemente sul fondo grigio. Le labbra serrate, le 
fossette delle guancie, la barba breve che circorda il mento, 
mostrano grande studio del vero. È un tipo d'uomo energico, 
abbronzato dal sole, abituato alla fatica. Purtroppo il dipinto 
ha subito ritocchi, che sono cresciuti di tono, e lo macchiano 
così che le carni del volto sembrano segnate da ulceri. 

Sanzio (attribuito alla Scuola di Raffaello). 

86. Ritratto di un giovine incognito (tela a. 0,72, 1. 0,58). 

Portava in antico il nome di Raffaello. La testa ossuta, 
con forti zigomi, di contorni contratti, con occhi sbarrati con 
un berrettone di felpa schiacciato, produce l'efletto che il ri- 
tratto sia di giovane pronto a mettere mano alla spada, pro- 
vocatore, spavaldo. La fattura, specie in alcune particolarità, 
nel naso, ad esempio, tagliato con rigore e finamente lumeg- 
giato e nella bocca e nel mento caratteristici, rivela la mano 
di un pittore non ordinario. 

Certa ricercata eleganza dell'atteggiamento farebbe pensare 
al Parmigianino. In una lettera che è dipinta nel quadro leg- 
legi soltanto l'indirizzo: in Roma. 

Veneziana (Scuola). 

87. Ritratto di un suonatore di siringa (tavola a. 0,60 
1. 0,50). 



78 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



Santi di Tito. Borgo San Sepolcro, 1538-1603. Scuola toscana. 

Fu discepolo di Agnolo Bronzino, e impiegato, sin dalla te- 
nera età, in opere ragguardevoli. A ventidue anni si recò a 
Roma, ove stette quattro anni. Tornato a Firenze, fra le altre 
cose operò negli apparati funebri per le solenni esequie di 
Michelangelo. Eseguì molti ritratti, buoni e cattivi, secondo 
il maggiore o il minore pr zzo offertogli dai committenti. 
Ciro Ferri, chiesto da un Senatore fiorentino di un certo ri- 
tratto tirato di pratica da Santi di Tito, rispose che non si 
sarebbe risoluto a spenderci sei paoli, benché opera di un 
grand'uomo; e Salvator Rosa, a chi faceva consistere la per- 
fezione della pittura nel disegno, fece notare che i quadri di 
Santi di Tito accuratamente disegnati si vendevano sui pub- 
blici mercati per una pezza da otto, mentre mai se ne vede- 
vano del Tintoretto e di maestri lombardi. Il Tiziano si fece 
beffe di Santi di Tito. 

88. Ritratto di donna incognita (tav. a. 0,40, 1. 0,28). 

Akguisciola Sofonisba. Cremona, 1535-1620. 

Educata nella pittura da Bernardino Campi e da Bernardo 
Gatti, esordi col ritrarre se stessa, servendosi di uno specchio, 
e col ritrarre i suoi, in modo che presto fu levata a cielo la 
sua valentia, e furono desideratissime le sue opere. « Nulla 
cosa desidero più», scriveva Annibal Caro, «che l'effigie di 
lei medesima, per potere in un tempo mostrare due maraviglie 
insieme, l'una dell'opera, l'altra della Maestra » . Il ritratto di 
Asdrubale suo fratellino, di Minerva sua sorella e di Amilcare 
suo padre erano nel palazzo Borghese, nella stanza detta di 
Seneca. Nel 1559 accompagni* a da gentiluomini e da dame 
si recò alla corte di Madrid, e ritrasse più volte i Reali di 
Spagna, finché fatta sposa a Don Fabrizio di Moncada, cava- 
liere siciliano, stette alcuni anni in Sicilia. Mortole il marito, 
fece viaggio per tornarsene a Cremona, ma giunta a Genova 
sposò il capitano della galea che la conduceva in patria. Fu 



ll. a STANZA 



79 



bella e di nobili portamenti, soavissima nell'arte del canto. 
In età senile perdette la luce degli occhi, e tuttavia diede 
avvertimenti intorno all'arte a Van Dyck, che fu compreso 
di venerazione per la saggia pittrice. 

89. Ritratto di donna incognita (tav. 0,44, 1. 0,30). 

È modellato con gran cura, ma l'effetto è freddo anche 
per la distanza in cui è dall'osservatore. 

Sirani Elisabetta, Bologna, 1638-1635. Scuola bolognese. 

Anche questa donna bolognese mise, come Properzia Rossi 
vantata dal Vasari, « le tenere e bianchissime mani nelle cose 
meccaniche » . Essa trovò apologisti che la dissero il prodigio 
dell'arte, la gemma d'Italia, il sole d'Europa. Ebbe a maestro 
Gio. Andrea suo padre e dipinse molte Madonnine con grande 
prestezza. Morì giovane, di veleno, somministratole, secondo 
i sospetti del Malvasia, da donna forse ignara della qualità 
della sostanza, per suscitarle nell'animo amore verso persona, 
che forse ella stessa segretamente amava. 

90. Lucrezia (tela a. 1,01, 1. 0,78). 

Barbarélli (Scuola di Giorgio), detto il Giorgione. 

91. Giuditta conia testa di Oloferne (tela a. 0,95, 1. 0,78). 

Nei vecchi cataloghi il quadro fu attribuito al Giorgione, 
e Giudi :ta fu indicata come ritratto della moglie di Tiziano. 
L'opera non ha Li sapienza giorgionesca, e piuttosto sembra, 
anche per il costume di Giuditta, la cui veste è di velluto 
verde scuro, con maniche larghe a sborri terminate da mani- 
chetti arricciati, opera posteriore di un seguace di Giorgione. 

Peruzzi Baldassare, Siena 1481-1536. 

Ebbe relazioni dapprima col Pinturicchio, indi col Sodoma 
a Siena, con Raffaello e Michelangelo a Roma. A vent'anni 



80 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 

nel 1501, era ancora nella sua città natale ; due anni dopo, 
era forse già in Roma. Fra le prime sue opere si citano gli af- 
freschi di Sant'Onofrio, la parte decorativa della volta delle 
Camere dell'Eliodoro in Vaticano, il musaico della cappella 
sotterranea in Santa Croce e la Farnesina. Gli influssi di Raf- 
faello e Michelangelo si palesano nei lavori successivi, in 
quelli eseguiti nella chiesa della Pace, nei modelli per arazzi 
del Vaticano, cosi che il Peruzzi si presenta con una fisonomia 
differente da quella ch'egli ebbe nel suo esordire. 

92. Venere ch'esce dal bagno (tav. a. 0,97, 1. 0,75). 

Questo quadro fu eseguito dal Peruzzi (a cui l'ha attribuito 
per primo il Frizzoni) probabilmente in età avanzata, dopo 
i suoi molti studii dall'antico. La testa è convenzionale, falso 
e monotono il colore, snervata la forma, liscia, piatta, senza 
rilievo. A quest'effetto poco gradevole ha concorso il restauro 
della figura e il suo deperimento, così che sembra invasa dalla 
lebbra bianca; e ha concorso ancora la stoffa verde, la quale 
altro non è che carta colorata, apposta sul ventre della Venere, 
in prolungamento della stoffa di verde chiaro, cangiante in 
roseo, che ravvolge al braccio destro. Questa carta colorata 
sembra rompere la figura in due pezzi. Poco più resta da am- 
mirare all'infuori della testina graziosa, coi bei capelli dorati 
a nastri. 

Caliari (Scuola di Paolo), detto il Veronese. 

95. Ritratto muliebre (tela a. 1,03, 1. 0,78). 

Non ci sembra che il ritratto si possa ascrivere al maestro, 
anche per la indecisione dell'effetto luminoso,per le carni peste 
e deboli. Una replica di questo ritratto si vede al Louvre 
(n. 103) indicato pure come opera della scuola di Paolo. 

Bronzino (Scuola di Agnolo di Cosimo, detto il). — V. cenni 
biografici al n. 75. 



II. a STANZA 



8l 



94. Ritratto di Cosimo dei Medici (tav. a. 0,84, 1. 0,66). 

Il ritratto non ha la forte macchia del colore del Bronzino, 
e manca dello spirito e della sicurezza del maestro. Ad ogni 
modo è eseguito con accuratezza, con molto studio dei par- 
ticolari del ritratto originale del Granduca Cosimo eseguito 
dal maestro. La imitazione è palese anche dalla mano destra, 
che si vede in parte tagliata dai limite inferiore della tavola. 

Veneziana (Scuola). 

95. Ritratto di donna incognita (tela a. 0,60, 1. 0,48). 

Vi è in questo ritratto una ricca tonalità, il colore brillante 
di Bonifacio Veneziano II, la forte modellatura. 

Balestra (Antonio) Verona 1 666-1 740. 

Studiò a Venezia sotto Giovanni Zeffio e Antonio Bellucci, 
poi a Bologna, e infine a Roma sotto il Maratta. Visse lun- 
gamente a Venezia e a Verona, ove eseguì molte opere in 
S. Zeno, a S. Bernardino, a S. Niccolò, a S. Sebastiano, ecc; 
a Venezia lasciò opere stimate a S. Zaccaria, S. Geminiano, 
S. Eustacchio e S. Marziale. 

96. Ritratto d'uomo incognito (tela a. 0,64, 1. 0,48). 

Mokoni (attribuito a Gio. Battista). Bondio, presso Albino 
in quel di Bergamo, ij20?-ifj8. 

Nel dipingere ritratti ebbe particolare talento, tanto che il 
Tiziano consigliava i rettori della repubblica destinati alla città 
di Bergamo, di farsi ritrarre dal Moroni « che gli faceva 
naturali ». Fu discepolo del Moretto, e, secondo il Tassi, il 
suo migliore seguace. Dipinse principalmente a Bergamo e nei 
dintorni. 

97. Ritratto d'uomo incognito con guanti in mano (tela 
a. 0,76, 1. 0,58). 

É un carattere scolpito con potenza in questa testa a pera 
con lunga barba caprina, con occhi furbi, ironici. Vi è una 



// Museo e la Galleria Borghese - 6. 



82 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



grande profondità di rilievo, definito con piccole luci argen- 
tine, ottenuto con semplici mezzi. 

Il Morelli ritenne il dipinto né del Moroni, né di scuola 
veneziana. 

Luteri (attribuito a Gio.), dento il Dosso. 

98. Ritratto di donna incognita (tav. a. o, 58, 1. o, 54). 

Non ha la robustezza del fare del Dosso, nè il suo acceso 
colorito, questa rossastra testa muliebre. 

Vouet (Simone). Paris, 1590-1649. 

Suo padre Lorenzo, mediocre pittore, fu il suo primo maestro. 
A 14 anni dipingeva ritratti così abilmente che fu condotto 
in Inghilterra a dipingere quello di una nobile dama. Carlo I 
cercò inutilmente d'averlo a' suoi servigi, mentre tornato in 
Francia, il pittore fu disposto a seguire l'ambasciatore Harley 
a Costantinopoli, donde si recò a Venezia nel 16 12, poscia 
a Roma nel 161 3 e a Genova nel 1620. 

Nella prima città copiò alcune opere di Tiziano e di Paolo; 
nella seconda si ispirò al Caravaggio, al Valentin, a Guido; 
nella terza ornò il palazzo dei Doria. Ritornato nel 1624 a 
Roma, fu eletto principe dell'Accademia di S. Luca. Luigi XIII 
lo richiamò nel 1627 in Francia, ove gloriosamente chiuse 
la vita. Fu un pittore elegante, abile e immaginoso, ma spesso 
convenzionale. Ripetè spesso teste in profilo con la stessa fi- 
sonomia, ne soppresse i particolari caratteristici, nascose sotto 
tinte piatte generali il chiaroscuro, oppose al tono rosso uni- 
forme delle sue figure virili delle mezze tinte grigie e verdastri. 

99. Ritratto di una sarta (tela a. o, 78, L o, 62). 

Bronzino (Agnolo di Cosimo), detto il. (V. cenni liogr ci- 
lici ed n. jf). 

100. Ritratto di donna (lavagna a. 1,12, 1.0,78). 



IIl. a STANZA 



83 



III* STANZA. 



Il centro della volta è dipinto da Gavino Hamilton (2V. a 
Lanark di Scoria nel 1730, m. a Roma nel 1797. Decorò 
questa volta intorno al 1794, lasciò molte pitture suirilliade. 
Fu carissimo al Canova). Rappresenta la morte di Paride. 

Sono dello stesso autore i tre tondi rappresentanti: 

Paride instigato da amore. 

Il giudizio di Paride. 

Il convegno con Elena. 

Il quarto tondo sulla finestra è opera giovanile di Vincenzo 
Camucciki (N. in Roma nel 177 j-7/, tn. nel 1844. Fu di- 
scepolo di suo fratello Pietro e dell'incisore Bombelli. Subì 
l'influsso dell'arte di David, e dipinse con neo-classici modi 
parecchie pitture illustrative della storia romana e della vita 
dei primitivi cristiani. Come pittore di ritratti, fu giudicato 
eminente; come ispettore generale dei musei pontifici e della 
officina de' musaici e dell'Accademia napoletana di Roma be- 
nemerito dall'arte). Rappresenta: 

Archelao che consegna ad Ecuba il fanciullo Paride. 

Sculture della stanza. CCLVIII. Cerere. Nibby la giudica 
una musa di fattura greca. Gli attributi sono aggiunti dal re- 
stauratore. È una matrona, opera del II secolo. 

CCLIX. Sileno seduto. 

CCLX. Testa di putto. 

Caliari Paolo, detto Paolo Veronese. Verona, 1 528-1 $SS. 
— Scuola veneziana. 

Sortì i natali in una famiglia di tagliapietra : a quattordici 



84 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



anni entrò come garzone nella scuola del celebre Antonio Badile, 
e subì quindi l'influsso di Giovanni Carotto. Una delle prime 
sue opere fu la decorazione da lui eseguita nel 1 5 5 1 della 
villa Soranza edificata dal Sammicheli presso Castelfranco; 
poscia, per commissione del cardinale Ercole Gonzaga, insieme 
con Battista dal Moro, Domenico Riccio detto il Brusasorci 
e Paolo Farinati, ornò di pitture la cattedrale di Mantova; 
e dopo essersi soffermato alquanto nel Trivigiano con lo Zelotti, 
si recò nei 1555 a Venezia, teatro della sua gloria. Là dipinse 
dapprima il soffitto della sagrestia di S. Sebastiano, e poscia 
altri tre quadri nel soffitto della chiesa stessa, in cui spiegò 
tale ricchezza d'immaginazione e tale splendore di colorito, 
che valsero a determinare la sublime sua riputazione d'artista. 
Stabilitosi a Venezia, prodigò i tesori della sua tavolozza nella 
libreria Nicena, nel palazzo ducale, nella casa Nani alla Giu- 
decca, nel palazzo Trevisani a Murano, e a S. Sebastiano ancora. 
Nel 1 5 60-6 1 visitò Roma, condottovi dal procuratore di S. Marco, 
il cardinale Girolamo Grimani, e tornato a Venezia, riempì le 
case patrizie, le chiese, i palazzi pubblici delle sue opere sma- 
glianti, di vaste composizioni, ove la vita veneziana si riflette 
nei personaggi suntuosamente vestiti, che cenano o s'aggruppano 
negli aperti loggiati e nei grandiosi vestiboli, ornati di velluto 
o di broccato, fra suppellettili di cristallo e d'oro scintillanti, 
fra paggi e buffo li, falchi, cani, scimmie e pappagalli. Il sog- 
getto sacro dispare in tutto quello sfarzo profano, fra episodi 
fantastici o tratti dalla vita comune. Ma i suoi quadri sono 
un trionfo di luce. Nello splendore argentino appaiono le sue 
magnifiche Madonne, su troni a riflessi di madreperla; i suoi 
Apostoli, i suoi Santi si mostrano avvolti grandiosamente nei 
drappeggi de' manti di raso o di sete cangianti; le sue donne 
bionde, esuberanti di vita, di fresche e rosee carni imperano. 
La rapidità del colorire è meravigliosa in Paolo Veronese, tanto 
che nelle opere sue si possono annoverare le pennellate, se- 
guirne i tocchi franchi, magistrali, di un effetto sicuro. Le sue 
tele sono sparse per tutte le gallerie d'Europa, e il loro gran 
numero attesta dell'operosità instancabile del fervido pittor 
veronese. 



Ul. a STANZA 



85 



101. Sant'Antonio di Padova che predica ai pesci (tela a. 
1,12, 1. 1,57). 

Il sole al tramonto illumina le teste degli ascoltatori del 
Santo, ne indora i turbanti, fa rosseggiare la riva, e dà intensità 
verde alle acque del mare. Il Santo sulla rupe sembra muoversi 
a danza, e spicca sul cielo sparso di nubi a striscie, con strappi 
di verde. Il Ridolfì cita questo quadro con queste parole: « 11 
signor Principe Borghese ha un quadro mezzano con Sant'An- 
tonio che predica a' pesci sul lito, quali spuntano fuor del- 
l' acqua per udirlo, come se riavessero lo intendimento ». Il 
Morelli ascrisse il quadro allo Zelotti, che non ebbe mai, a 
nostro parere, la vivacità e la freschezza del suo maestro, quale 
si rivela in quest'opera. La tela ha avuto un'aggiunta in alto, 
così che ha perduto le sue naturali proporzioni. 

Tiziano (Scuola del). 

102. Ritratto di Tiziano Vecellio (tela a. 0,28, 1. 0,25). 

È la copia di un ritratto del maestro eseguita in tempo assai 
posteriore a quello in cui egli visse. 

Gargiulo (attribuito a Domenico), detto Micco Spadaro. 
Napoli, iói2 i6yc}. Scuola napoletana. 

Questo pitiore scolaro di Aniello Falcone, riprodusse epi- 
sodi della vita napolitana, anche della celebre rivoluzione su- 
scitata da Masaniello, a cui prese parte ; dipinse battaglie, l'eru- 
zione del Vesuvio, la peste in Napoli. Condiscepolo di Salva- 
tor Rosa, ne subì l'influsso. 

103. Un bevitore (tav. a. 0,28, 1. 0,20). 
Grossolano, rozzissimo dipinto. 

Bellini (Scuola dei). 



104. Ritratto d'uomo incognito (tav. a. 0,28, 1. 0.26). 



86 JL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



Il tipo è quello d'un orientale, la fattura è debole, il co- 
lore tirato a* fatica. 

Bassano (Scuola di Iacopo). 

105. Noè uscito dall'arca (tela a. 1,3 5, 1. 1,91). 

La storia sacra fu pretesto a questo studio d'animali ese- 
guito con grande cura. 

Palma (Jacopo), detto Palmo Vecchio. N. a Serinaìta 
presso Bergamo, 148 0-1528. 

Fu detto il Vecchio, per distinguere lui dal suo pronipote 
Jacopo Palma, il giovine. Si hanno pochi ragguagli sulla sua 
educazione artistica; ma a Venezia, ove si recò in età gio- 
vanile, dovette trovarsi nella scuola di Giovanni Bellini, con- 
discepolo di Tiziano e di Giorgione, che esercitarono su lui 
un grande influsso. La sua prima maniera fu alquanto sco- 
lorita, vigorosa la seconda, e la terza fu detta bionda, perchè 
nell'ultimo periodo il pittore rappresentò donne di ricche forme 
e di un vivo incarnato con lunghe chiome di un biondo do- 
rato. Tali sono ad esempio la famosa Santa Barbara di Ve- 
nezia, le ire sorelle di Dresda, la Bella di Tiziano nel Palazzo 
Sciarra a Roma. Se la data M D, che si legge inscritta presso 
il nome di Giacomo Palma nel quadro già posseduto dal signor 
Reiset a Parigi, ora nella collezione del duca d'Aumale, non 
è apocrifa, il pittore a vent'anni sarebbe stato già padrone 
della sua arte. Tuttavia le opere del maestro arrivate a noi 
non sono numerose, ed è notevole come nell'inventario, al- 
legato al suo testamento dell'anno 1528, si trovino annoverati 
quarantaquattro quadri incompiuti nel suo studio. Le sue com- 
posizioni sono severe e dignitose, solenni i suoi Santi, dolci 
idilliche le sue Sante Conversazioni, i suoi ritratti vigorosi e 
sinceri. La prima sua opera, di data irrefutabile, è Adamo ed 
Eva nella galleria di Brunswick (151 2): le sue ancone di al- 
tare a Fontanelle, presso Oderzo; a Zerman, presso Treviso; 
a Vicenza, in Santo Stefano; a Serinaìta, nel Duomo; a Dossena, 



111.* STANZA 



87 



villaggio della valle del Brembo, nelle vicinanze di Bergamo; 
a Peghera, nella stessa valle, appartengono ad un tempo po- 
steriore a quella data. Nel 1 $20 per la famiglia de' Guerini, suoi 
protettori, fece in S. Antonio di Venezia un quadro d'altare 
oggi perduto. Nel 1 5 2 5 le Tre Sorelle del Museo di Dresda 
erano già in proprietà di Taddeo Contarini. Ebbe a discepoli 
e imitatori il brillante Bonifazio Veronese e il bergamasco 
Cariani meno gaio ed elegante. 

106. Lucrezia in atto di uccidersi (tav. a. o, 78, 1. o, 56). 
Biondissimi sono gli sciolti e ondeggianti capelli di questa 

figura, d'intonazione argentina, di fresca e semplice esecuzione. 
La camicia è a piegoline minute, un manto verde ne copre 
la spalla sinistra. Questo quadro può considerarsi come l'em- 
brione del dipinto tante volte ripetuto dal Palma, un tipo 
primitivo delle sue formose donne bionde. Anche come fat- 
tura, il quadro sembra non definito, mancante di patine e di 
velature: i capelli biondicci appena preparati non hanno il 
fulgore dorato delle chiome delle donne del Palma, la carne 
rosata non ha il suo bruno vigoroso e sano, e la mano con- 
vulsa che tiene lo stile non ha le gradazioni delle sue mez- 
zetinte. Secondo il Morelli, questo quadro appartiene al pe- 
riodo 15 10-14 del pittore veneziano, precedente a quello 
della Lucrezia della galleria degli Uffizi. 

Zelotti (Battista). Verona, 15 $2-1 592. 

Apprese i primi rudimenti della pittura in Verona dal Ba- 
dile, e lavorò in compagnia di Paolo Veronese. A, Vicenza, 
a Venezia nella libreria di S. Marco e nel Palazzo ducale, a 
Murano, al Cataio, a Moranzano nel palazzo dei Foscari lasciò 
le sue opere maggiori. Il Ridolfi ch'ebbe un'altissima stima 
del fantasioso decoratore scrive che tornò a gran pregiudizio 
della fama dello Zelotti l'aver dipinto principalmente nei vil- 
laggi, « ove rimasero perdute le più belle sue fatiche » . 

107. Cristo in croce con la Vergine e le Marie (tela a. 
0,76, L 0,56). 



88 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



Notevole è il fondo con edifìci che sembrano disegnare i 
loro contorni biancastri nella nebbia; le vesti delle figure sono 
rigate da luce; ma le figure sono senza carattere. Il Cristo 
sembra balzar via dalla croce, la Madonna ha il collo torto 
e tirato, San Giovanni e la Maddalena sono insignificanti. 
È una composizione in cui le figure non fanno la loro parte. 

108. Testa di un Apostolo (tela a. 0,54, 1. 0,43). 
Mazzola (Scuola di Francesco), detto il Parmigianino. 

109. S. Caterina con Angeli (tela a. 0,78, L 0.3 6). 

E una copia della Madonna, detta « dal Collo lungo » che 
si vede nella R. Galleria Pitti a Firenze, ma il copiatore ha 
raccolte e strette insieme sulla piccola tela tutte le teste delle 
figure distribuite nella grande pala d'altare del Parmigianino. 

Bonifazio II. N. a Verona (?), m. a Venezia nel 1553. 
Scuola veneziana. 

Vuoisi che tre pittori di nome Bonifazio abbiano dipinto 
a Venezia nel secolo XVI: il primo (scolare di Palma il 
Vecchio) morto nel 1540; il secondo, che terrebbe una grande 
affinità con quello, morto nel 1553; il terzo, contemporaneo 
di Palma il giovine, che lavorava nel 1560-70. Dal primo 
all'ultimo dei Bonifacio, la critica ha segnata una via discen- 
dente dell'arte ; poiché il primo di essi combinerebbe la gaiezza 
veronese alla succosità e ricchezza del Palma; il secondo avrebbe 
imitato il primo, ma sarebbe alquanto men forte di esso; il 
terzo, continuatore della maniera de' precedenti, si sarebbe 
ingegnato qualche volta anche a imitare il suo grande con- 
temporaneo Tiziano. Questa distinzione non è sicura; ma 
poiché essa é oggi generalmente ammessa, noi dovremo di- 
scorrere qui del pittore Bonifacio li, autore del quadro de- 
scritto in seguito, ma mancano notizie positive e biografiche 
intorno a lui. 

Solo diremo che nel carteggio di Pietro Aretino trovasi 
una lettera del 1548 diretta a Bonifacio pittore, con cui si 



Tav.V. 



lll. a STANZA 



8 9 



rallegra per i bei quadretti, con piccole figure e graziosissimi 
fregi, eseguiti per il procuratore De Lezze; e, chiedendogli 
scusa per la sua passata trascuranza, lo pregava di lasciargli 
visitare la sua bottega. Secondo il necrologio, da varii autori 
citato, della chiesa di S. Ermagora, Bonifacio II moti li 19 
di ottobre 1553. 

156. Gesù nella famiglia dei Zebedei (tela a. 1,37, l. 2,04). 

La scena è composta similmente a quelle di Gesù nel 
tempio. Pei verdi vellutati, pei rossi teneri e scoloriti, pel 
disegno alquanto allungato delle teste, a noi sembra che 
l'opera sia del pittore che per convenzione si dice Bonifacio II. 
Le teste sono piene di carattere, quella specialmente espres- 
siva della vecchia madre prostrata con vesti ampie e brune. 

Veneta (Scuola). Principio del secolo XV L 

157. La Sacra conversazione (tela a. 1,35, 1. 1,91). 

E un'opera che tiene qualche carattere del Palma, alcuno 
del Lotto, e non è nè dell'uno, nè dell'altro. Fu eseguito proba- 
bilmente intorno al 1 5 10 da un condiscepolo dei due artisti. 
La pianta d'arancie che s'innalza dietro al capo della Vergine 
farebbe pensare, pel ricorrere continuo di questo motivo nei 
quadri veronesi del tempo, che l'autore fosse veronese. La fi- 
gura della Vergine e delle due Sante provengono da uno stesso 
modello, la messa del putto è vivace, caratteristiche sono le 
figure dei due coniugi committenti, accurato lo studio d:l co- 
stume della donna. Il pavimento è sparso di foglie di rosa. 
È notevole caratteristica di colorito il turchino chiaro brillante 
delle maniche di una Santa, uguale a quello delle creste delle 
montagne del fondo; caratteristica è pure la diligenza nel pae- 
saggio, ov'è la riproduzione diligente di particolarità del vero. 

Barocci Federico. (F. cenni biografici al n. 68). 
ni. S. Caterina d'Alessandria (tela a. 0,67, 1. 0,62). 
È una testa colorita di maniera a gran fatica, benché con 
tratti rapidi. 



90 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



Veneziana {Scuola). 

112. Cristo della Moneta (tela a. 0,78, 1. 0,58). 

È una imitazione con brutte varianti della solenne opera del 
Tiziano ora a Dresda. 

Carracci (Ludovico). 

113. Testa di un Profeta e di un Angelo (tela a. 0,43, 
1. 0,41). 

È uno studio eseguito sugli affreschi del Correggio a Parma. 
Veneziana {Scuola). 

114. Ritratti di due uomini con un cane (tela a. o, 68, 
1. 0,68). 

Licinio (Bernardino). Pordenone, fiorì 1524-1541. 

Fu spesso confuso col Pordenone, del quale era lontano pa- 
rente, e di cui imitò la maniera. Si crede che nascesse al prin- * 
cipio del secolo XVI, e che fosse eJucato nel Friuli, e poscia 
che abitasse Venezia, ove lasciò il capolavoro delle sue com- 
posizioni religiose nel quadro della chiesa dei Frari. Si mostrò 
più abile nei ritratti che nei soggetti religiosi, e piacquegli 
di ritrarre gruppi di famiglia intorno a una tavola. Ad Aln- 
wich in Iscozia si vede un pittore co' suoi discepoli, un 
uomo con la moglie e la numerosa figliuolanza ad Hampton- 
Court, una madre col figliuolo e familiari all' Bermitage di 
Pietroburgo, una donna che suona uno strumento e can- 
tanti e ascoltatori ad Hampton-Court ecc. Nel primo dei di- 
pinti qui citati, in quello di Alnwich, il pittore mostra un 
disegno ove sta scritto a Vardé se sta ben sto disegno » (Guar- 
date se sta bene questo disegno); e un giovane ne addita un 
altro, su cui leggesi: Le dificile sta arte (È pur difficile que- 
st'arte). 

115. Ritratto del pittore e de' suoi. (Tela a. 1, 18, 1. 1, 65). 
Il colorito è crudo nelle vesti, le forme sono carnose e pesanti, 



UI. a STANZA 



91 



i tipi con espressione di poca vivezza, l'esecuzione un po' fiacca. 
Però qui il pittore non cade, come di consueto nel rosso. 

Lo Scannelli nel «Microcosmo della pittura» (1657) cita 
questo quadro della galleria Borghese così: « s'osserva in 
Roma nel Palazzo dei Borghesi alcuni quadri (del Pordenone) 
historiati di grandezza per ogni parte riguardevole, ed uno 
in particolare, che dimostra insieme con esso Maestro tutti 
di sua famiglia, opera espressa con gran gusto, e veramente sin- 
golare. » Un'altra rappresentazione della famiglia del Porde- 
none si vede in Inghilterra a Hampton - Court, proveniente 
dalla galleria di Giacomo II. Nel Museo del Prado a Madrid 
si vede il solo ritratto della moglie del pittore. In questo 
dipinto il figlio di Bernardino Licinio tiene in mano il mo- 
dellino del Torso del Belvedere, che ha ancora, come un in- 
cisione attribuita a Gio. Ant. da Brescia, intatta la gamba 
destra, ora mancante alla scultura. Il quadro reca la scritta: 

SXPRINUT HIC FRATREM TOTA CVM GENTE LYCIKV5 
ETVfTAM H4S FORMA PROROGAR ARTE SIBt 

B'LYHNII OVVS 

Schedoni (Bartolomeo). Modena ijyo-ióif. 

Studiò l'arte del Correggio, cui fu imitatore; ma le sue 
figure abbronzate, con occhi di gazzella non traducono la fine 
idealità del prototipo. Nel 1604 dipinse nella sala dei maggior 
consiglio a Modena, e poi a Parma, lavorando pel duca Ra- 
nuccio Farnese, chiuse i suoi giorni. Le pitture, da lui eseguite 
colà ora si trovano al Museo nazionale di Napoli, e fra quelle 
è notevole « la Carità » per la novità della composizione. 

116. Ritratto d'uomo incognito (tav. a. o, 27, 1. o, 20). 
Piccola tavoletta eseguita con fine garbo e verità. 

Catena (Vincenzo). Treviso? — Venezia ijp- 

L' artista si firmò Vincenlius de Tarvixio. Lavorò a Venezia 



92 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



sotto l'influsso di Giovanni Bellini. La prima notizia che si 
ha di lui risale al 1495. 

117. Ritratto di donna incognita (tav. a. o, 30, 1. o, 20). 
Anguisciola (Sofonisba). Cenni biografici al n, 89. 
I 18. Ritratto di donna incognita (tela, a. o, 28, 1. 0,20). 
Sembra una miniatura. 

Bordone (Paris.) Treviso, i^oo-i^o. 

A Venezia fu posto ancor giovinetto alla scuola di Tiziano, 
di cui fu uno dei migliori discepoli. La sua tela celebre è quella 
del Pescatore innanzi al Doge e al Senatr, in atto di mostrare 
l'anello ricevuto da S. Marco. Lavorò per Cividale, Milano, Fi- 
renze ecc. 

1 19. Venere scoperta da un Amore e da un satiro (tela, 
a. 1,22, 1. 1.48). 

Negli antichi cataloghi questo dipinto era indicato come un 
lavoro di Tiziano, e modernamente fu ascritto a Paris Bordone. 
Non sarebbe però delle opere sue più felici: le forme sono gros- 
solane, rotonde, gonfie. Il satiro va a gambe levate; Venere 
non s'adagia sul terreno, e il drappo rosso, che passa tra l'ima 
e l'altra coscia, divide in due la figura; il braccio destro della 
Venere e anche il resto del corpo è mal disegnato. 

Ponte (Iacopo da), detto il Bassano. Cenni biografici al n. 3. 

120. Una pecora lattante il suo nato (tav. a. 0,30, 1. 0,5 1). 

È uno studio dal vero che Iacopo Bassano dovette eseguire 
per le sue farraginose composizioni ; epperò il quadretto ha 
una freschezza di tocco superiore alle cose messe insieme poi 
a fatica. 

Fiorentina (Scuola). 

121. Giuditta (tav. a. 0,54, I. 0,40). 



Ill. a STANZA 



93 



Allegri (Copia da Antonio), detto il Correggio. 

122. Leda (tela a. 0,65, 1. 0,47). 

Copia del quadro, nella R. Galleria di Berlino, di quello che 
probabilmente fu regalo di Federico II di Mantova a Carlo V. 

Cambiasi Luca, detto Lucchetto da Genova. Moneglia. 152J- 

Suo padre gli insegnò Parte ; poi, giunto in Genova, ebbe 
i consigli dell'Alessi e del Castelli bergamasco. Traduceva con 
tanta rapidità i suoi concetti che l'Armenini afferma di averlo 
veduto dipingere con due pennelli. 

123. Venere sul mare e Amore (tela a. 1,18, 1. 1,10). 

Benché povero di colore, il modellato è eseguito con accu- 
ratezza e con toni argentini. 

Tiziano (Scuola del). 

124. Venere e Amore (tela a. 1, 15, 1. 1, io). 

E' una composizione sgangherata della scuola del Tiziano, 
di un seguace di poco talento come lo dimostra, oltre la po- 
chezza dell'arte, anche la commista riproduzione del Cupido 
del rarmigianino, ora esistente nel Belvedere di Vienna. 

Allegri (Antonio), detto il Correggio. Correggio, 1494?- 
1534^ 

Il Correggio ricevette i primi rudimenti nell'arte, secondo 
l'affermazione di alcuni biografi, da suo zio Lorenzo Allegri; 
ma difficilmente si riesce a comprendere che potesse insegnare 
a lui un pittore che, a detto di Rinaldo Corso, « volendo 
tare un leone dipingeva una capra, e sopra vi poneva il ti- 
tolo di leone » . Più giustamente altri biografi, ripetono una 
tradizione la qui le risale al secolo XVI, e danno, a maestro 
del Correggio, Francesco Bianchi Ferrari modenese. Le opere 
della sua giovinezza dimostrano che il Correggio correva 



94 IL MUSEO E LA. GALLERIA BORGHESE 



sulle orme dell'arte ferrarese, dell'arte costesca, che, al suo 
tempo, nei centri principali dell'Emilia aveva mecenati, imi- 
tatori e seguaci, e nei centri minori, ove stette l'Allegri, cioè 
a Reggio, a Carpi e a Correggio, si era infiltrata e diffusa. 
A Mantova il sommo pittore si erudì sulle opere del grande 
Mantegna, e le forme di questo maestro penetrarono in lui 
attraverso all'arte ferrarese. La pittura ferrarese, rigida ma 
profondamente ricercatrice del vero, forte, drammatica, nel 
periodo 1 450-1 480; piena di movimento e di calore con la 
generazione del 1470- 1500; rivelante un senso più chiaro 
della grazia col ciclo del Costa e de' suoi seguaci, trovò in- 
fine nel Correggio la corona degl'ideali, il prototipo cercato 
con una serie non interrotta di sforzi di tre generazioni. Il Cor- 
reggio, continuando sulle orme degli artisti della regione, 
giunse al trionfo, alla determinazione della tipica bellezza 
emiliana. Nel convento di S. Paolo e nelle due celebri cu- 
pole di Parma il suo genio s'innalzò a volo; nelle pale di 
altare di Modena (ora a Dresda) e in quelle della galleria 
di Parma espresse l'estasi dei Santi, la grazia femminile, la 
vita spirituale, la dolcezza della maternità della Vergine. 

Il Correggio nelle penombre trasparenti move le sue animate 
figure; co' suoi colori accordati, come suoni di una lira, spande 
intorno serenità e letizia. 

125. Danae (tela. a. 1,61, 1. 1,93). 

Nella delicatezza delle forme leggiadre la sensualità del 
soggetto scompare; l'Amore, bello come un genio greco, ha 
degli angioli cristiani la devozione al suo Dio; Danae sembra 
assoggettarsi, dopo un contrasto co.i Amore, alle nozze divine. 
Non è Danae una Venere trionfante della sua bellezza, ma 
una fanciulla, cui non è ignoto il pudore, illanguidita, di pu- 
rissime forme virginali; e amore adolescente, con le ali va- 
riopinte, non ha la bellezza forte di Ero, ma la divinità degli 
angioli che, nella cupola del Correggio, fanno corona al trionfo 
di Maria. I due putti, che provano le freccie sulla pietra di 
paragone, nelle curiose movenze infantili richiamano dalla 



m. a STANZA 



95 



mitologia alla realtà della vita. L'equilibrio tra le luci e le 
ombre, la loro fusione, e il rilevarsi dei corpi dalle carni ar- 
gentine lucenti sulle bianche lenzuola, contro alle cortine del 
letto grigio, è mirabile esempio delia perfezione dell'arte del 
Correggio. Quest'opera fa probabilmente eseguita nel periodo 
1530-1532. 

Il Vasari racconta che Federico duca di Mantova fece ese- 
guire al Correggio questo quadro e l'altro di Leda per farne 
dono a Carlo V nella festa della incoronazione dell'Imperatore 
a Bologna, e che Giulio Romano ammirandoli dicesse: « non 
aver mai veduto colorito nessuno che giungesse a quel segno.» 
Secondo alcuni storici, Carlo V collocò i quadri a Praga, ove 
rimasero sino a che, durante la guerra cLi trent'anni, diven- 
nero bottino di Gusta v'o Adolfo che li fece trasportare a Stoc- 
colma. Ma o Carlo V non ebbe i quadri da Federico Gon- 
zaga, o di Spagna tornarono in Italia (prima che a Praga 
facessero forse parte della collezione di Rodolfo II avidissimo 
di pitture del Correggio), perchè il Lomazzo (i 580-90) vanta la 
Danae che stava presso Leone Leoni aretino scultore, cui l'aveva 
mandata di Spagna a Pompeo suo figliuolo. Come altre opere 
della collezione di Rodolfo II, la Danae venne nelle mani 
di Cristina di Svezia, che la portò a Roma, e la lasciò al 
Cardinale Decio Azzolini. Il marchese Pompeo, nipote di 
questo, la cedette a Don Livio Odescalchi; gli erecii la ven- 
dettero al Duca d'Orleans, reggente di Francia. Dalla Casa 
d'Orleans passò a Londra, ove divenne proprietà del duca 
Bridge water per 650 guinee, nel 1 8 1 6 fu comprata da Henry 
Hope per 183 lire sterline, riportata nel 1823 a Parigi e 
venduta per lire 285 sterline ai Borghese. 

Allegri (Copia da Antonio), detto il Correggio. 
126. La Maddalena (tav. a. 0,28, 1. o, 39). 

Copia del quadro attribuito al Correggio, ora nella R. Gal- 
leria di Dresda. È eseguita con grande diligenza ne' più mi- 
nuti particolari, come ad esempio nelle mani ove le unghie 



96 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



sono segnate e illuminate finamente. Nelle carni alabastrine si 
sente alquanto la maniera dell'Albani. 

Ponte (Leandro da). Bussano, 1558-1623. 

Figlio di Jacopo da Bassano, ereditò, come i suoi tre fra- 
telli, attitudini all'arte. 

A Venezia, ritrasse il doge Grimani, e rappresentò nella 
sala del Consiglio dei Dieci l'incontro del doge Sebastiano 
Zani, vittorioso del Barbarossa, con Alessandro III. In seguito 
fece molte opere per Bassano e Vicenza, per Merlata villa del 
Padovano; e molti ritratti di Cardinali, di Principi, di Am- 
basciatori. Fu splendido cavaliere, dedito al canto e al suono, 
prodigo: vestiva di ricchi panni con collana al collo e le in- 
segne di Sin Marco. 

127. La Trinità (Rame a. o, 52, 1. o, 43). 

E' un quadro pieno di spirko, specialmente nei graziosi, 
e carnosi angioletti, nel Dio Padre pieno di energia. Peccato 
che le nuvolaglie del fondo tolgano all'effetto e alla freschezza 
dei putti di quest'abbozzo! È segnato: 




Allegri (Copia da Antonio), detto il Correggio. 

128. Giove e Io — (tela a. 0,65, 1. 0,50). 

Copia del quadro del Correggio, ora nel Belvedere di Vienna. 
Bellini (Scuola di Giovanni). 

129. Adamo — (tav. a. 1,50, 1. 0,82). 

Questo e il quadro al n. 131 non mostrano molta intelli- 
genza della forma, nè molto studio. I piani delle figure sono 
tracciati in modo generale e sommario, tondeggianti ; il disegno 



lll. a STANZA 



97 



è stentato, incerto, debole. I due quadri erano probabilmente 
in origine gli sportelli d'una grande ancona, come dovettero 
essere l'Adamo e l'Eva di Alberto Dùrer eseguiti nel' 1507, 
circa al tempo stesso di questi dipinti, ispirati alle statue dei 
nostri progenitori che Antonio Bregno, detto il Rizzo, esegui 
per la corte dei palazzo dei Dogi, di fronte alla gradinata dei 
Giganti, a Venezia. 

Capriolo (Domenico), Treviso (?) fiorì intorno al i$i8. 

Pittore poco noto,di cui si veggono dipinti principalmente a 
Treviso, uno dei quali, rappresentante l'Adorazione dei Pastori, 
è segnato Domenico Capriolo j$j8 pit. La fattura di quel quadro 
secondo Crowe e Cavalcasene, richiama la scuola di Pier Maria 
Pennacchi. 

130. Caricatura d'uomo (tela a. 1,12, 1. 0,75). 

Questo e l'altro quadro che gli fa riscontro (n. 132) ricorda- 
no quello esistente a Dresda attribuito a Domenico Capriolo: 
ad entrambi i quadri si' riferiva probabilmente il Manilli, discor- 
rendo « di due quadri di due buffoni di Giorgione » . 

Bellini (Scuola di Giovanni). 

131. Eva (tav. a. 1,50, 1. 0,82). 

Il quadro fa riscontro al n. 129. La composizione della figura 
d'Eva non è felice, per i lunghi capelli biondi che seguono 
il braccio destro steso verso il basso, e corrono quasi paralleli 
al tronco dell'albero vicino. In questo quadro vi è un cartellino 
con una Z susseguita da lettere che non si distinguono chiara- 
mente, se si eccettuino una b ed un 1 e la finale f (fecit). Proba- 
bilmente, come molti quadri dei discepoli di Giambellino, questo 
recava il nome del maestro. 

Capriolo (Domenico). 

132. Caricatura d'uomo (tela a. 1,01, 1. 0,78). 
Venusti (Marcello). Mantova, i$if-i$y6. 

Fu discepolo di Perin del Vaga, ma cresciuto negli anni, si 
cattivò l'animo di Michelangelo Buonarroti, che gli diede molte 
opere a lavorare co' suoi disegni. 



Il Museo e la Galleria Borghese - 7. 



98 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



133. Copia della « Flagellazione di Gesù alla colonna» di 

Sebastiano del Piombo (tav. a. o,$o, 1. 0,39). 

È una riproduzione fedele della composizione che Sebastiano 
del Piombo esegui in S. Pietro in Montorio di Roma e sulla 
tavola che ora si vede nel Museo civico di Viterbo. Per la 
bellezza dei verdi e il buon impasto del colorito armonioso, 
ottenuto con poche tinte, il quadro ricorda la maniera di 
Marcello Venusti. 

Mola (G 10. Battista). Lugano 0 Charlns(?) iÓ2o(?yi66i . 

Dapprima seguì l'arte di Simone Vouet a Parigi, e poco 
dopo il 1630 venne a Roma. Più tardi a Bologna seguì l'Albani 
al quale fu cooperatore in parecchie opere. Dipinse paesaggi 
con figurette storiche, mitologiche od erotiche. A Roma lavorò 
quattro grandi paesaggi pel duca Salviati, ed altri nel palazzo 
Rinuccini a Firenze. 

134. Paesaggio (tela a. 0,30, 1. 0,52). 

È eseguito con molta finezza, ed è notevole l'effetto della 
luce che si sprigiona dai nuvoli dell'orizzonte a raggi, e fa 
rosseggiare le case in vetta d'un monte e indora il piano. 

Licinio (Scuola di Gio. Antonio), detto il Pordenone. 

135. Gesù che porta la croce (tav. a. 0,75, 1. 0,50). 
Americhi (attribuito a Michelangelo), detto il Caravaggio. 

136. Giovine con canestro di frutti (tela a. 0,70, 1. 0,70). 
Caliari (Paolo), detto il Veronese. Cenni biografici al n. 10 1. 

137. La Predicazione di S. Gio. Battista (tela a. 2,08, 
1. 1,40) 

La tela si trova indicata in un catalogo della galleria Bor- 
ghese dell'anno 16 13, e forse è quella che il Patriarca di 
Aquileia inviò nel 1607 al Cardinal Borghese. E' un dipinto 
fresco, chiaro, moderno. Le figure che stanno accanto a S. Gio- 
vanni Battista sono soleggiate : il sole ne ravviva il raso e il 
velluto roseo, rosso e giallo delle vesti; cade a chiazze sur 



III. a STANZA 



99 



un manto orientale a cerchietti e a punti : zampilla tra le frondi 
degli alberi a destra. S. Giovanni Battista si appoggia ad un 
albero, e altre due figure di donna in un piano più lontano si 
appoggiano a due tronchi ; ma sembra che, nonostante l'ap- 
poggio, esse non riescano a reggersi, che pencolino, e stieno 
per cadere alla loro destra. Le figure del fondo sono appena 
abbozzate con rapide pennellate di primo acchito. 

Scarsella (attribuito a Ippolito), detto lo Scarsellino. 
Ferrara, i$ $1-1620. — Scuola ferrarese. 

Fu allievo di Sigismondo Scarsella, suo padre, e dei Bas- 
sano. Quest'artista della Decadenza rallegra ancora le sue tele 
con veneto colorito. Lavorò assai per gli Estensi, e pel Car- 
dinale Luigi d'Este condusse diverse opere per adornamento 
de' soffitti delle stanze del Palazzo dei Diamanti, figure alle- 
goriche e mitologiche, anzi tutta la famiglia degli Dei, se si 
avesse a credere al Baruffaldi. 

Quando gli Estensi lasciarono Ferrara, lo Scarsellino con- 
tinuò a vivere in una stanza di Corte sin verso la fine del 
novembre 1620, epoca della sua morte. Fu fiacco pittore, 
ma non senza gentilezza di sentimento, specialmente nel fi- 
gurare angioli in atto di suonare. Dipinse con accuratezza, 
e al Duca Cesare d'Este che lo pregava di fare presto certo 
quadro, ora a Dresda, « de' più bei colori e vaghi che sia 
possibile », e secondo certo disegno fornitogli, rispose che 
avrebbe accomodato i Santi nel modo che gli sarebbe parso 
migliore, e di non poter promettere di far presto, perchè non 
poteva, nè voleva « infrascare le opere sue » . 

138. Venere incoronata da Amore (tela a. o, 78, 1. 1, 10). 

Il colore è stridente, le forme tonde, così che poco si ri- 
conosce il pittore erede dei forti colori di Ferrara e la ge- 
nialità delle sue forme. 

Savoldo (Giovanni Girolamo). — A 7 , a Brescia, circa il 
1480, viveva ancora nel 1^48. — Scuola veneziana. 

Dimorò lungamente a Venezia, e da una lettera dell'Aretino, 
che lo ha citato come uno dei pittori più famosi del suo 



100 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



tempo, si apprende che nel Dicembre del 1 5 48 egli era assai 
vecchio e esaurito. Non possiede le qualità proprie dei conter- 
ranei suoi Romanino e Moretto, e subisce invece l'influsso di 
Giorgione e di Tiziano. Tuttavia egli ottiene una vera e propria 
solennità di espressione, come nel grande quadro della galleria 
di Brera in Milano. Il suo colore è generalmente caldo, rosso 
scuro nelle carni, vivamente illuminato ne' panneggiamenti. Il 
Vasari ricordò di lui, nelle case della Zecca in Milano, quattro 
quadri con effetti di notte e di fuochi; ed una Natività, in casa di 
Tommaso da Empoli in Venezia, finta di notte. A Berlino si vede 
di lui una figura muliebre, che s'avanza fra le mure diroccate 
da un incendio. Tali quadri fecero dire al biografo Aretino 
ch'egli fu capriccioso pittore; ma ad un tempo lo commendò, 
e lo disse maestro in fantasie di quel genere. 

139. Testa di giovane (tela a. o, 60, 1. 0,40). 

Di lineamenti gentili, con capelli ricciuti a mo' delle teste 
giorgionesche, con le carni di colore vivo, di un'esecuzione 
diligente. Sembra uno studio dal vero esLguito dal Savoldo 
per il tipo di San Giovanni nella sua « Deposizione dalla 
Croce » di Bertino. La vernice aranciata e il prosciugamento 
del colore tolgono molto alla vivezza, al colore del dipinto. 

Mola (G10. Battista). Cenni biografici al n. 134. 

140. Paesaggio (tela a. o, 30, 1. o, 52). 

Muziano (Girolamo). Acqua/recìda (Brescia), 1 528-1590. 

Fu discepolo di Girolamo Romanino da Brescia, poi a Venezia 
studiò sulle pitture dei grandi maestri del luogo, e infine a 
Roma con Taddeo Zuccaro disegnò le antiche statue. Passò 
gran tempo a Tivoli, a dipingere per il Cardinale Ippolito II 
d'Este, e ritornato a Roma, lavorò per molte chiese. 

141. S. Francesco d'Assisi (tela a. 0,82, 1. o, 56). 
Amerighi (attribuito a Michelangelo), detto il Caravaggio. 

Cenni biografici al n. 2. 

142. S. Caterina d'Alessandria (tela a. 0, 70, 1. 0,70). 
Sembra una copia ingrandita di una testa garofalesca. 



lV. a STANZA 



101 



IV. a STANZA 



Volta dipinta di Francesco Novelli (n, nel 1776 da Pie- 
tro Antonio veneziano, ni. nel 1836. Si dedicò principalmente 
all'incisione, ma giovanetto, in Roma, ove fu condotto dal 
padre, esegui parecchie pitture). 

Rappresenta la favola di Psiche (Psiche trasportata all'O- 
limpo, Venere che move lagnanze contro Cupido a Giove, 
Giove che invia Mercurio alla ricerca di Cupido, Amore in- 
nanzi a Giove, Venere guidata da Mercurio che sale al con- 
siglio dei Numi). 

Scultura. CCLXI. Statua di Ercole. 
Veneziana [Scuola). 

143. Ritratto muliebre (tela a. 0,97, 1. 0,75). 

Il senatore Giovanni Morelli suppose di Giorgione questo 
dipinto. Innanzi tutto la tela, che certo stette per molti anni 
malamente rotolata, mostra come tanti tagli orizzontali, una 
divisione di essa in istriscie: un taglio sotto agli occhi della 
figura, un altro sulle labbra ecc. ecc. Poi i restauri hanno 
tormentato il dipinto a spacchi : tutta la guancia destra è co- 
lorata dal restauratore, la bocca è rifatta per metà con una 
brutta tinta violacea, impiastricciato è il collo, sono mac- 
chiate di rosso le mani e di pece il fondo. La conservazione 
del quadro, benché sia sembrata sufficiente al senatore Mo- 
relli, è tale invece che il designarne l'autore è più che arduo; 
egli è impossibile scoprirlo sotto al velame de' restauri, ne' 
suoi frammenti, dietro la vernice aranciata. Il velo a can- 



102 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



noncini, che adorna ii capo della donna è eseguito a grande 
stento, materialmente, coi contorni a semicircolo incerti; la 
veste è pure fatta in modo grossolano; il nastro, che si an- 
noda sotto il busto, è senza eleganza di sorta; una mano, la 
destra, è deforme, 1' altra è sommariamente modellata. Qua 
e là si scopre qualche abilità di colorista veneziano nell'au- 
tore, ad esempio nella pezzuola, nella camicia con fiocchetti, 
ma non v' è la forte gamma del colore di Giorgione, la fu- 
sione e la freschezza delle sue tinte, la sodezza delle sue forme, 
la elevatezza del suo spirito. 

Ponte (Giacomo da), detto il Bassano. (Cenni biografici al n.j). 

144. La cena di Gesù con gli Apostoli (tela a 1,68, 1. 2,70). 

Nel quadro di tinte monotone domina il rosso sbiadito pro- 
prio del Bassano, e si mostrano le sue predilezioni di pittore 
di genere: il gatto, il cane, la lustra bacinella metallica. Al- 
cune teste sono piene di carattere, ma quasi tutte senza idea- 
lità. Il resto dei corpi, le estremità specialmente, dipinte di 
maniera, spiccano e s'intrecciano malamente. 

Caliari (Carletto). Venefìci-) 1 570-1 j 96. — Scuola veneziana. 

Figlio e discepolo di Paolo Veronese, ne continuò l'arte, 
e si studiò ad un tempo di imitare il Bassano vecchio. Morto 
il padre, Carletto Caliari c il fratello Gabriele , sotto il 
nome di Heredes Paoli, diedero compimento a molte opere 
di lui, senza il suo ricco colorito dai toni argentati. Cessò 
di vivere giovanissimo. 

145. Gesù che predica nella Sinagoga (tav. a 0,30, 1. 0,58). 

Le figure a sinistra sono accurate, caratteristiche e vere. 
È il bozzetto di una ricca e ben distribuita composizione. 

Vecellio (Scuola di Tiziano). 

146. La Vergine col bambino dormente, S. Gio. e un an- 
giolo (tela a. 0,76, 1. 0,73). 



lV. a STANZA 



103 



E' una copia di un quadro del maestro, del quale si ve- 
dono altre riproduzioni nella galleria Pitti e in S. Petronio 
di Bologna. L'impasto del colore, specialmente nel Bambino, 
é buono, ma i contorni a grossi segni neri, il cattivo disegno 
del collo della Vergine, la dissonanza tra il manto azzurro 
di questa e la veste rossa, mostrano ad evidenza la mano di 
un tardo seguace. Crowe e Cavalcasene suppongono questo 
dipinto una riproduzione di qualche pittore fiammingo o te- 
desco (?), e ne ricordano uno identico ad Alnwich in I- 
scozia. 

Vecellio (Tiziano). (Cenni biografici al n. 2}). 

« Amor Sacro e Amor Profano» (tela a. 1,18,1.2,79). 

In una descrizione ms. della galleria Borghese, intitolata 
« La galleria dell'Illustrissimo e Reverendissimo Signor Sci- 
pione Cardinale Borghese cantata da Scipione Francucci » , 
che reca la data 16 Luglio 1 6 1 3 , il quadro è chiamato Beltà 
disornata e Beltà ornata ; i com- 
mentatori del Vasari lo intitola- 
rono Amor celeste e terreno; Gu- 
glielmo Lùbke suppose che rap- 
presentasse V Amore e la pudicizia ; 
Crowe e Cavalcaseli suggerirono 
il titolo di Amore ingenuo e amor 
sa^io; un francese si sbizzarrì a 
cercarvi la rappresentazione della 
favola e della verità ed anche 
quella della natura e dello civiltà ; 
infine vi fu anche chi gli diede a 
soggetto P ingenuità e V esperienza. 
Meglio è confessare che non si co- 
nosce il soggetto dell' allegoria, 
che non si è fatta alcuna ricerca 
positiva a questo riguardo. Proba- 
bilmente il dipinto svolgeva un sim- 
bolo, una divisa del personaggio 




104 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



che commise il dipinto, e il cui stemma si ritrova sulla va- 
sca nello scudo, ov'è al disopra un leone rampante diviso 
per metà, e al disotto un nastro a onde. E forse l'allego- 
ria aveva qualche riferimento alla Primavera, vedendosi nel 
prato i conigli, simbolo della fecondità, un pastore che ab- 
braccia una pastorella, cacciatori che inseguono una lepre, 
due farfalle svolazzanti tra i fiori, e fra i bassorilievi della 
vasca, un genio che sveglia con una verga il Dio dell'Amore. 
« Mirando queste figure » , scrivono Crowe e Cavalcasene, « non 
pensiamo ad alro se non all' effetto armonioso prodotto da 
quell'abito di tela bianca dai cangianti grigi, dalle delicate 
pieghe dei merletti che velano il seno della donna, della cin- 
tura col fermaglio incrostato di gemme, dal mazzo di fiori 
che tiene in mano. Non senza civetteria e senza gusto per 
le combinazioni di colori la giovine ignuda ha i capelli 
castagni avvolti in un velo roseo; il panno bianco che 
in parte la copre ed il drappo di stoffa rossa che le pende 
dai braccio che tiene sollevato, servono a meraviglia a rile- 
vare la tinta dorata delle carni ». È un miracolo d'arte per 
l'armonia perfetta, per l'equilibrio dei bianchi e delle ombre, 
per la giustezza degli effetti. Il trasparente braccio steso del- 
l'Amor Profano (diciamo così per intenderci) stacca sull'az- 
zurro del cielo ed è più luminoso del fondo; le carni dorate 
della Venere ignuda sembrano mandar luce; la veste bianca 
dell'Amor Sacro sembra di panno d'argento. 

Il quadro fu composto da Tiziano in età giovanile, e fu, 
secondo Crowe e Cavalcaseli, il primo frutto di quel lieto 
perìodo che produsse il Baccanale di Madrid e l'Arianna 
delia galleria nazionale di Londra. 

Valentin (?) N. a Coulommiers nel 1600, m, a Romanel 16)4. 
Scuola francese. 

Si ignora il cognome dell'artista. Venuto a Roma, prima 
dell'arrivo di Vouet, imitò il Caravaggio, e arrivato il Vouet, 
si pose sotto la sua direzione. Fu amico del Poussin, ed ebbe 
un mecenate nel cardinale Barberini, che gli ottenne di di- 



IV. a STANZA 



I0 5 



pingere nella basilica vaticana. Morì giovane, e fu sepolto in 
Santa Maria del Popolo. 

148. Giuseppe interprete dei sogni (tela a. 1,57, 1. 2,70). 

Il quadro fu allungato a destra, e ha perduto le sue na- 
turali proporzioni. E carbonioso nelle carni, sotto l'influsso 
di Caravaggio. 

Bonifacio Venezcano IL (Cenni biografici al n. i$6). 

149. L'adultera (tela a. 1,57, 1. 2,70). 

Il quadro fu allungato a destra e a sinistra. Il guerriero 
ricorda in qualche modo le forme di questo dipinto dal Gior- 
gione nella sala d'altare di Castelfranco Veneto; ma nell'in- 
sieme il quadro è dei più trascurati di Bonifacio. Si osser- 
vino le mani delle figure, con le dita come staccate dalle 
palme gonfie, il cattivo getto delle pieghe del manto di Cristo, 
la composizione slegata ; e a fatica si riconoscerà l'elegante 
Bonifacio II in questo quadro dozzinale. 

Ponte (Iacopo da), detto il Bassano. {Cenni biografici al n. 

150. L'adorazione dei Re Magi (tela a. 1,25, 1. 1,40). 

Vi è una gran forza di colore nelle pennellate grosse a colpi, 
di effetto scintillante, nei rossi accesi delle teste, delle lab- 
bra e delle vesti delle figure, nei bianchi di raso argentino. 

Lombarda [Scuola). Fine del secolo XV. 

151. Ritratto di donna incognita (tav. a. 0,31, L 0,22). 

Purtroppo il ritratto è stato tutto ripassato di colore e im- 
piastricciato dal riparatore. In origine (a giudicare da alcuni 
piccoli tratti di tinta che si sprigionano fuori dalla crosta del 
restauro nelle labbra, nel mento, nella cuffia a cordoncini d'oro 
e con coralletti e in alcune perle della collana) il quadro do- 
veva essere delicato e fine, di un maestro come Ambrogio 
de Predis. 



106 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



Carracci (attribuito a Agostino). Bologna, 155J-1602. 

152. Testa d'uomo (Carta su tav. 0,47, 1. 0,30). 

La durezza dei contorni, la materialità del modellato tutto 
schematico, lo stento della pittura non ci lasciano attribuire 
questa testa neppure a un seguace di Agostino, a cui si pensò 
forse per la sua grandiosità. Ci sembra opera di un decoratore 
del secolo scorso. 

Vanni (Raffaele). V. cenni biografici al n. 62. 

153. Una Santa Monaca (tav. a. 0,56, 1. 0,45). 

Vecellio (copia da Tiziano). Cenni biografici al n. 2j. 

154. Ritratto di donna (tela a. 0,36, 1. 0,25). 

È una copia di parte del ritratto di Tiziano, che si sup- 
pone rappresentante Lucrezia Borgia, e che il Sadeler intagliò. 
Se ne vedono copie a Stoccolma, a Modena e a Venezia. 

Carracci (Scuola di Agostino). 

155. Testa di vecchio (tela a. 0,30, 1. 0,20). 

Amerighi (Michelangelo), detto il Caravaggio. V. cenni 
biografici al n. 2. 

no. Sant'Anna con la Vergine Maria e il bambino sul 
serpente (tela a. 2,92, 1. 2,11). 

Il Caravaggio dipinse il quadro per i Palafrenieri, che lo 
collocarono in S. Pietro in Vaticano, ma d'ordine de' sopra- 
stanti della Fabbrica di S. Pietro fu tolto di là perchè di un 
realismo eccessivo; e i Palafrenieri ne fecero dono al Cardi- 
nale Scipione Borghese. « Il quadro di Sant'Anna » , scrive il 
Bellori « fu tolto ancora da uno dei minori altari della Ba 
silica Vaticana, avendo il Caravaggio ritratti in esso vilmente 
la Vergine con Gesù fanciullo ignudo, come si vede nella 
villa Borghese » . 



IV. a STANZA IO7 

Veneziana (Scuoia). Secolo XVI. 

158. Ritratto virile (tela a. 0,31, L 0,22). 

Mostra il fare di un seguace di Tiziano, ed ha molta forza 
di carattere; ma il colore ossidato non lascia gustarne la 
bellezza. 

Veneziana {Scuoia). 

159. Ritratto virile (tela a. 0,47, 1. 0,30). 

Abbozzo preparato con segni scuri e finito a colori, caldo 
per intonazione, ma condotto di maniera. 

Cakracci (Scuola dei). 

160. Testa di satiro (carta su tela a. 0,45, L 0,28). 
Abbozzo eseguito con la furia e la larghezza del frescante. 

Fiorentina (Scuola). Fine del sec. XVI. 

161. Una Santa (tav. a. 0,36, 1. 0,25). 

Rotondetta, gonfia nelle guancie, negli occhi, nel naso; ma 
l'accuratezza del disegno, il roseo sfumato e il verde chiaro 
delle vesti rammentano Santi di Tito. 

Barocci (Federigo). V. cenni biografici al n. 68. 

162. Testa di vecchio (teto a. 0,30, 1. 0,20). 

Palma (Jacopo), detto Palma Vecchio. V. cenni biografici 
al n. 106. 

163. La Vergine col Bambino e Santi (tav. a. o, 7 1 , 1. 1,08). 

Quest'opera delle meno felici del Palma Vecchio appar- 
tiene, secondo il Morelli, al periodo medio del pittore (i 5 14-18). 
La testa della Vergine, bergamasca di tipo, non ha la gran- 
diosità delle donne bionde del Palma; il bambino ha i con- 
torni disfatti, evanescenti; l'ispido San Girolamo, col forte 
deltoide scoperto e rischiarato tra le larghe masse d'ombra 



108 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



che rendono incerta la percezione della figura. Quelle invece 
del Sant'Antonio e della committente hanno la robustezza 
palmesca, benché meno vigorose nel colore di San Girolamo. 
Il colore è intenso e armonioso, la modellatura un po' tonda 
e floscia, il disegno non eccellente, in ispecie nelle pieghe 
delle vesti e nel corpicino del putto che ha difettosa una 
gamba, le braccia male attaccate e peggio modellate. Accu- 
rato il fondo, riproduzione di uno studio dal vero. 

Busi (Giovanni), detto il Cariani. Bergamo, 14801-1541. 

Il più antico ricordo di lui si ha in un atto del 1508. 
Imitò i grandi pittori veneziani del suo tempo, così che le 
sue opere sono confuse col Giorgione, coi Pordenone e spe- 
cialmente col Palma Vecchio. Si conservano due opere da lui 
firmate, una nella raccolta Roncalli (15 19), l'altra in casa 
Baglioni in Bergamo (1520). 

164. La Vergine col Bambino e San Pietro (tela a. 0,73, 
1. 0,94). 

La Madonna ha la testa e il petto avvolti in un ampio 
panno bianco, sotto cui si dispiega abbondante il manto ver- 
dastro a risvolte rosse, orlato di fini arabeschi gialli. S. Pietro 
regge al petto con la sinistra un manto giallo sbiadito, ed 
ha egli pure arabeschi gialli sullo scollo della veste e neri 
sugli orli del manto. Vi è in tutto questo una grande maestria 
di colore, un bel giuoco di luce nel drappo bianco della Ver- 
gine e nelle nubi argentee del fondo. Ma i tipi sono volgari, 
la Madonna è una contadina, S. Pietro un bifolco e il putto 
senza collo è in un atteggiamento squilibrato. 

Galizia (Fede). Trento, i$j$?~i6p ? 

Sorella del famoso miniatore Anmengo Galizia, si dedicò 
nella sua giovinezza alla miniatura. A diciottenni dipinse i 
quadri di Paolo Moriggia, che ora sono neH a Ambrosiana di 
Milano: per questa città, dipinse quadri, e uno specialmente 
per la chiesa di Sant' Antonio, che le diedero rinomanza. L' im- 
peratore Rodolfo II volle possedere alcuni suoi dipinti. 



IV. a STANZA 



IO9 



165. Giuditta (tela a. I.23, 1. 0.92). 

È di una grande accuratezza, minuziosa nell'esecuzione delle 
perle, de' ricami a rao' di miniatura. Recava il nome di Paolo 
Veronese, a cui s' ispirò la pittrice così firmata nel quadro : 

TFDE GAUTVkY 

Veneziana (Scuoia). 

166. S. Caterina d'Alessandria (tela a. 0,73, 1. 0,67) 

La Santa ha i capelli rossicci, la veste rossa, le maniche 
bianche listate di verde e sparsi di garofanetti eseguiti ma- 
terialmente come con uno stampo. Nella campagna s' innal- 
zano alberi in parte lumeggiati d'oro. E' un quadro assai male 
eseguito, senza intelligenza alcuna della forma, eseguito da un 
mestierante. L'imagine era forse preparata per la rappresen- 
tazione di un* altra Santa. Si vede che nella sinistra il pit- 
tore aveva messo un flagello, e che poi lo cancellò, per met- 
tervi in sua vece la spada. 

Lomi (Orazio) de' Gentileschi. Pisa, 1565-1646. 

Orazio Lomi dipinse al tempo di Clemente Vili nella li- 
breria Vaticana, per parecchi Cardinali in varie chiese di Roma, 
per il cardinale Scipione Borghese una Joggetta del giardino. 
In età avanzata si recò in Inghilterra, ove dipinse molto pel 
Re a olio e a fresco. 

167. S. Cecilia e S. Valeriano incoronati dall'Angelo (ta- 
vola a. 0,78, 1. 0,60. 

Nonostante la cura con cui sono resi i più piccoli parti- 
colari, gli occhi di vetro dalla finestra e i loro riflessi nella 
stanza, il tappeto, le lettere di un libro aperto ecc. ecc. il 
disegno è falso, le pieghe sono pesanti, grosse, aggrinzate, il 



HO IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



colore viscido, stridente. Si vedono sul dipinto tre lettere L.E.O. 
Si è detto che il Domenichino ritoccò questo quadro. 

Raibolini (Scuola di Francesco), detto il Francia. 

1 68. La Vergine col bambino (tav. a 0,62, 1. 0,42). 

Fu attribuita a Francesco Primaticcio; ma essa sente an- 
cora del Francia, ed é opera di uno degli ultimi seguaci di 
questo maestro, come lo dimostrano le carni rosseggianti delle 
figure. La testa del bambino dipinta con larghezza piena ai 
grazia, è notevole. 

Scarsella (Ippolito), detto lo Scarsellino. (F. cenni bio- 
grafici al n. 138). 

169. Maddalena innanzi al Salvatore nella casa di Simone 
Fariseo (tela a. 0,82, 1. 1,20). 

Appartiene al tempo in cui lo Scarsellino risentiva gli 
influssi dell'arte veneziana, in ispecie dei Bassano. 

Vecellio (Tiziano). V. cenni biografici al n. 23. 

170. Venere che benda Amore (tela a. 1,18, 1. 1,85). 

Il quadro é simile, ma di gran lunga superiore alla Venere 
con le baccanti di Tiziano, esistente nella galleria di Monaco. 
Un tempo, anche nel catalogo del 161 3 della galleria Bor- 
ghese, s'intitolava: « le tre Grazie »; ma evidentemente vi 
è rappresentata Venere che benda Cupido, mentre un'ancella 
gli porge l'arco ed un'altra la faretra, e un amorino assiste 
alla scena appoggiato sulla spalla destra della Dea. La Venere 
sembra di vera carne, tanto è solido il modellato : la perla 
che luccica al suo orecchio sinistro segna la nota più forte, 
il punto massimo della luce. Il cielo tempestoso, infocato ac- 
cende la testa della Ninfa che tiene la faretra. « Esaminando 
dappresso l'opera dell'artista, » scrivono Crowe e Cavalcasene 
(( null'altro si scorge che un miscuglio di pennellate massiccie 
di colore, talvolta rosso, turchino e nero, e qua e là anche 



IV. a STANZA 



I I I 



grigiastro ed azzurro, ed una esecuzione che si direbbe trasan- 
data, e forme senza contorni ben definiti; ma come noi ci 
ritiriamo alla dovuta distanza, ecco il quadro trasformarsi, 
acquistando forme e colori, da parer quasi la viva natura. » 
Questo capolavoro di Tiziano fu eseguito nel 1565. 

Polidoro (Lanzani), detto Polidoro Veneziano. Vene\ia % 
iji 5 1 $6$. Scuola Veneziana. 

Seguì la scuola di Tiziano, di cui imitò debolmente lo 
stile ; egli attese a dipingere quasi sempre Madonne nelle bot- 
teghe di altri artisti. Fu tenuto di lui poco conto anche al 
tempo suo, così fiorente a Venezia di grandi pittori. 

171. La Saera Conversazione (tela a. 1,12, 1. 1,74. 

Polidoro Veneziano anche in questo quadro sembra diser- 
tare dal campo delle vittorie della scuola veneta, lasciare in 
abbandono le tradizioni gloriose del colore. Solo la manica 
della Santa Caterina di velluto verde cupo, con sparati alla 
spalla, al gomito e a metà dell'avambraccio, dai quali esce 
in pieghe minute il bianco della camicia, è una nota forte, 
squillante di colore, ma stridente col resto che é crudo e 
debole. Nemmeno il disegno e il modellato attraggono il ri- 
guardante, perchè accusano la incertezza dell'artista; e la com- 
posizione non è armonica, le figure non sono bene raggrup- 
pate e distribuite nel quadro. Senza grazia alcuna sono i due 
bambini con un taglio sgarbato di forme; e solo la grandiosa 
figura di Santa Caterina può trattenere il riguardante. I con- 
torni di questo quadro disegnati con una materia caustica 
hanno corroso il colore sovrapposto, e riappaiono a nudo. 

Nebbia (Cesare). Orvieto, 1512 — iS9°- 

Fu allievo di Girolamo Muziano, dipinse ancor giovane 
nel duomo di Orvieto, più tardi a Pavia insieme con Fede- 
rico Zuccaro. Operò molte cose durante i pontificati di Sisto V 
e di Gregorio XIII. 

172. 11 Calvario (tela a. 0,67, 1. 0,52). 
Fiorentina (Scuola). 



112 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



173. Tobia con l'Angelo Raffaele (tav. a. 0,75, 1. 0,52). 

Opera di un debole imitatore di Andrea del Sarto, come 
mostrano i rossi senza luce, i verdi iridiscenti, le tinte vie- 



Sanzio (Scuola di Raffaello). 

174. La Vergine col Bambino (tav. a. 0,58, 1. 0,47). 

È di un tardo seguace di Raffaello, rossiccio di toni. La 
Vergine ha gli occhi di un profondo nero. 

Palma (Jacopo), detto Palma Giovane. Venezia, 1544-1628. 

Figlio di Antonio Palma, nipote di Palma Vecchio, rinnovò 
la memoria di questo celebre pittore. Da Pesaro ove operò 
ancor giovinetto per il duca di Urbino, si recò a Roma, e 
copo otto anni, ritornò a Venezia, e divenne familiare del 
celebre scultore Alessandro Vittoria. Palma Giovane chiuse 
il ciclo de' trionfi della scuola veneziana. 

175. La caduta di Lucifero (tela a. 0,68, 1. 1,46). 
Abbozzo di molta forza di colore e di ombre. 
Bellini (Scuola di Giovanni). 

176. La Vergine col Bambino (tavola a. 0,50, 1. 0,41). 
Questo quadro reca il nome di Giambellino nel cartellino; 



ma non è del maestro, bensì di uno de' suoi scolari, forse 
del Bissolo, che firmò come altri suoi condiscepoli, col nome 
del caposcuola. Una benda bianca orlata di arabeschi gialli 
scende dal capo della Madonna, e le si prolunga nella per- 



alcee. 




IV. a STANZA 



sona parallelamente alla risvolta gialla del bel manto azzurro, 
leggiero, piegato con spontaneità, con ricchezza, nobilmente. 
Alla destra della Madonna, quasi la metà del fondo è occu- 
pato da una tenda verde, distesa, senza pieghe; il resto è 
campagna varia, ariosa. Un alberello con foglie, fatte con di- 
ligenza ad una ad una, taglia nel cielo azzurro, freddo e umido, 
sparso di nubi bianche, che si tinge del chiarore dell'alba 
all'orizzonte ove si disegnano le colline. Anche il gruppo 
composto com'entro a una piramide, ha le carni fredde, 
squallide e in alcune parti, a causa del restauro, fiacche. Tut- 
tavia il quadretto è di grande eleganza per la purezza delle 
linee, per carattere e semplicissima grazia. 

Bugiardini (Giuliano). Firenze, 147 $-1554. Scuola fiorentina. 

Seguì Mariotto Àlbertinelli e Domenico Ghirlandaio, fu in- 
trinseco di Michelangelo, lavorò a Firenze ed anche a Roma 
nei 1508 e a Bologna nel 1 5 26-1 5 30. Michelangelo gli con- 
fuse le idee, e nello stile tormentato egli espresse l'impotenza del 
suo ingegno. 

177. Sposalizio mistico di S. Caterina (tav. a. 0,78, 1. 0,50). 

Il quadro fu attribuito al Franciabigio, ma il tipo della Ver- 
gine e del putto corrispondono a quelli consueti del Bugiar- 
d.ni, specialmente il putto che ride in modo convulso. 

Pulzone (Scipione), detto Gaetano. V. Cenni biografici al n. So. 

178. Madonna (tela a. 0,54. 1. 0,44). 

Veneziana (Scuola). 

179. Gesù legato alla colonna (tav. a. 0,58, 1. 0,40). 

È una copia, forse da un originale di Sebastiano del Piombo. 

Reni (Guido). N. a Bologna, 1575-1642. Scuola bolognese. 

Fra i numerosi discepoli degli eclettici Carracci, Guido Reni 
c l'Albani godettero di maggior fama nel seicento e nel set- 
tecento. Prima però di educarsi alla scuola carraccesca, Gu : do 



// Museo e la Galleria Borghese - 8. 



114 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



fu iniziato, nell'arte da Dionigi Calvaert. Seguì Annibale Car 
racci a Roma nel principio del secolo XVII, e ottenne molli 
favori ed onori al tempo di Paolo V. Ne' suoi primi lavori 
dimostrò uno studio diligente del vero, e mirabili sono i suoi 
affreschi nella cappella annessa alla chiesa di S. Gregorio; 
ma a poco a poco dal vero si discostò, e fu pittore assai con- 
venzionale. I suoi Santi, i suoi Redentori biancastri, con lo 
sguardo rivolto al cielo, sono la ripetizione di un tipo me- 
desimo: sembrarono pieni di ispirazione, ma sono forme ste- 
reotipate. Dopo una residenza di circa ventanni a Roma, ove 
frescò anche la celebre Aurora del palazzo Rospigliosi, ritornò 
a Bologna, ove mori nel 1642, e fu sepolto con gran pompa 
nella chiesa di S. Domenico. Considerevole è il numero de' 
suoi dipinti, fra cui si trovano repliche dello stesso soggetto, 
che dimostrano l'abuso della sua facilità di dipingere. 

180. Mosè con le tavole della legge (tav. a. 1,85, 1. 1,30). 

Quest'opera proveniente dal monte di Pietà, recava il nome 
di Pier Francesco Mola, ma appartiene a Guido Reni, sotto 
l'influsso del Caravaggio. Il modo di lumeggiare le mani, e 
il manto di un rosso tutto speciale a Guido, con larghe pieghe, 
ci assicurano che l'opera grandiosa, energica è del caposcuola 
bolognese. 

Luteri (G:o.), detto Dosso Dossi. V. Cenni biografici al n. 1 . 

181. Davide con la testa di Golia (tav. a. 0,98, 1.0,83). 

Davide non è il giovinetto biblico : è un uomo maturo con 
folta barba, coperto di brunita armatura d'acciaio, con fascia 
arabescata d'oro sul petto. Sul primo piano del quadro ve- 
desi posata sur una tavola l'enorme testa del gigante, pode- 
rosamente modellata e rigata nello zigoma e nel naso da una 
linea, che con bell'effetto separa la grave ombra ove l'occhio 
chiuso e la fronte quasi si perdono, dal forte chiaro che il- 
lumina il resto della faccia. Un giovane dall'espressione quasi 
atterrita con casco rosso in testa e penna bianca si sporge 



IV. a STANZA 



dietro a David. Era attribuito questo quadro al Giorgione, 
ma niuno non è che non vi riconosca la nota lucente, vi- 
brata del colore del Dosso. 

Veneziana (Scuola). Principio del sec. XVI. 

182. Madonna (tela a. 0,30, 1. 0,26). 

È un frammento di quadro, che ha perduto il colore, logoro, 
e con le logorature in più parte ricoperte da tinte cineree 
sovrappostevi da un restauratore. Pure il largo modellato, la 
delicatezza di tocco, la semplicità del tono attraggono verso 
la bella testa che stacca sur un fondo giallo con arabeschi 
neri. 

Veneziana (Scuola). 

183. Testa di un vecchio (tav, a. 0,36, 1. 0,26). 

Luteri (Battista), detto Battista di Dosso. V. Cenni bio- 
grafici al n. 6. 

184. Psiche trasportata all'Olimpo (tav. a. 0,92, 1. 0,75). 

Recava il nome dì Giovanni da Udine, ma il fondo lumi- 
neso a mo' di quelli di Battista Dossi, con monti nel lontano 
bianco-azzurrini, e il rosso del manto della Psiche di un 
rosso sanguigno, ricordano la scuola ferrarese. È noto che 
Battista Dosso fu a Roma, ed ebbe rapporti con Raffaello. 
In quel tempo forse eseguì con varianti tale composizione, 
traendola da quella raffaellesca della Farnesina. 

Lotto (Lorenzo) — N. a Venezia, 1480 (?), m. verso il 
i$J4. Scuola veneziana. 

Fu educato nell'arte da Giambellino, com'è dimostrato dal 
carattere delle opere della gioventù del maestro, una delle quali 
appartenente all'anno 1508 è esposta in questa galleria. Re- 
catosi a Treviso nel 1 503, vi fermò stanza per qualche anno, 
e vi ottenne la cittadinanza. Nel 1505, era già designato in 



I 1 6 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 

un rogito notarile di quella città come pittore celeberrimo. Da 
Treviso si dipartì nel 1506, lasciando in pegno al suo pa- 
drone di casa biancherie, vestiti, mobili della camera da letto. 

Il Vasari dice che egli fu compagno ed amico del Palma 
Vecchio; e probabilmente l'uno e l'altro furono condiscepoli 
nello studio di Giovanni Bellini, e gareggiarono nella imita- 
zione di Giorgione. La prima opera del Lotto si vede al Louvre, 
ed è un « S. Girolamo nel deserto » segnato LOTVS 15 co. 
Dopo le rigorose bellinesche forme delle sue prime pitture, il 
Lotto si ravviva al contatto di Giorgione, e il suo colore cresce 
di forza, la sua fantasia di eccitabilità. La « Deposizione » 
della chiesa di S. Floriano a Jesi (l 512) e la predellina presso 
il Municipio di Jesi rappresentante il martino di Santa Lucia 
legata dietro il carro tirato da buoi, impotenti a trascinarla, 
invano col pungolo tormentati; e il bel cielo d'un azzurro 
intenso in cui navigano nuvole bianche, come illuminate dalla 
luna, sono esempio dell'animazione drammatica, della vivacità 
nel comporre, del profondo sentimento del colore nel maestro. 
La vita artistica del Lotto fu assai lunga, e da Treviso, a 
Beigamo, a Venezia, a Brescia, a Iesi, a Recanati, ad Ancona 
disseminò le opere sue. Nel 1555 era già vecchio, e risie- 
deva a Loreto, come oblato della Santa Casa. Grandemente 
decadde ne' suoi ultimi tempi ; e non par vero che sieno uscite 
dalla sua mano le pale d'aitare che si vedono ad esempio nel 
museo di Ancona. Ma egli quando dipingeva quelle te 1 ^ aveva 
già riempito l'Italia de' tesori usciti dalla sua mano, di ri- 
tratti meravigliosi, di quadri sacri pieni di spiritualità e di poe- 
sia che gli ottennero la stima pure del grande Tiziano, il quale 
mandava a salutare sino da Augusta lui con le parole : « O 
Lotto come la bontà buono e come la virtù virtuoso ». 

185. Ritratto virile (tela a. 1.18, i. 1,05). 

La figura vestita di nero ha la testa piegata sugli omeri, la 
mano sinistra sull'anca in arto di dolore, la destra mano su 
una grande rosa avvizzita, coi petali attorno strappati. Un 
piccolo teschio sbuca fuor dalla rosa, in mezzo a una rama 



lV. a STANZA 



117 



di gelsomini, simbolo della fragilità umana, della fugacità delle 
gioie terrene. Nel fondo S. Giorgio che uccide il drago, la 
veduta di una eira e lontani monti. Il Mùndler, poi Crowe- 
Cavalcaselle, e il LermolierT concordi lo giudicarono di Lorenzo 
Lotto. Le mani bianche e signorili, il contrasto di luci nel 
manto nero, la maestria dell'esecuzione rivelano il maestro. 

Bonifacio Veneziano IL (Cenni biografici al n. 156). 

186. Il ritorno del Figliuol Prodigo (tela a. 1,10, 1. 2,02). 

I gialli dorati, i verdi, i rossi sbiaditi dànno una grande 
festività di colore a questa scena di genere, che può conside- 
rarsi specchio della vita veneziana pei costumi ricchi e caval- 
lereschi, pei loggiati del fondo. Sono animate tutte le figure, 
curiosissima è quella che reca le scarpe, curioso il gruppo di 
coloro che attendono ad uccidere il vitello per festeggiare il 
ritorno del Figliuol prodigo. Il paesaggio preso dal vero rende 
con fedeltà un tratto di paese, con i suoi variati piani, po- 
polato di piccole figure. 

Romana (Scuola), 1630 circa. 

187. La Carità Romana (tela a. 1,03, 1. 1,03). 

Un manto a righe colorate di colore vivido fece attribuire 
un tempo il dipinto alla Scuola di Paolo Veronese. Il soggetto 
divenne comune all'arte romana del secolo XVII. 

Vecellio (Tiziano). Cenni biografici al n. 25. 

188. S. Domenico (tela a. 0,97, 1. 0,78). 

La testa è di un gagliardo color bruno, risoluta con toc- 
chi magistrali : con mirabile parsimonia di mezzi sono in- 
dicate le gote scarne, la fronte corrugata, l'umidore degli oc- 
chi neri da inquisitore. È una figura forse d'uomo bilioso, di 
ferrea volontà. Il resto della figura è abbozzato. « L'esecu- 
zione franca e ardita », scrivono Crowe e Cavalcaseli, « ri- 
corda quello stile che incomincia col S. Giovanni nel deserto; 



I 1 8 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



e il tocco del pennello è largo e massiccio, e i piani sono 
largamente modellati. Evidentemente è questo un ritratto ca- 
vato dal vero di qualche modello molto ben adattato a rap- 
presentare quel Santo ; e Tiziano nel ritrarlo, quasi istanta- 
neamente, sulla tela vi aggiunse quanto occorreva per creare 
questo tipo veramente caratteristico di S. Pietro Martire pieno 
di vita e di movimento ». 

Vanni (Scuola di Raffaele). 

189. La Annunciazione (rame a. 0,33, 1. 0,26). 
Veneziana (Scuoia). 

190. Ritratto muliebre (tela a. 0,34, 1. 0,26). 
Cambiasi (Luca). V. Cenni biografici al n. 123. 

191. Amore in riposo (tela a. 0,90, 1. 0,78) 
Mol<y (Pier Francesco) V. Cenni biografici al n. 73. 

192. SK Pietro in carcere liberato dall'angelo (tela a. 
1.9*1 1 J '35). 

Grandiosa, robusta, come di Ribera, è la figura dormente 
di S. Pietro in un giaciglio col manto gettato a traverso ar- 
ditamente. 

Lotto (Lorenzo). Cenni biografici al n. 18$. 

193. La Vergine col Bambino, Sant'Onofrio e S. Ber- 
nardino, (tav. a. 0,67, 1. 0,73). 

Il Morelli suppose che questo quadro giovanile, semplice 
e leggiadro sia siato eseguito dal Lotto a Ron a o nella Mar- 
ca d'Ancona, ma la data apposta al quadro M. D. Vili ci 
lascia ritenere che esso sia stato eseguito a Venezia, ove 
il pittore dovette vedere il dipinto di Alberto Dùrer, ora 
nella galleria Barberini, rappresentante <:< Cristo fra i Dottori 
nel tempio » . La figura di Sant'Onofrio è ispirata a quella 
di un vecchio scriba del quadro del Dùrer, così come uno 



IV. a STANZA 119 

dei Farisei dell' «Adultera » di Palma Vecchio nella galleria 
capitolina ricorda un altro scriba. Forse i due artisti condi- 
scepoli videro il dipinto presso il maestro, che si era recato 
dal Dùrer ad esporgli il desiderio di avere un suo quadro, 
dichiarandogli che l'avrebbe voluto pagar bene, Il Morelli spiegò 
la somiglianza della testa di Sant'Onofrio con quella del vecchio 
scriba, dicendo che l'uno e l'altro maestro potevano aver preso 
per modello la medesima testa di un mendicante veneto; ma 
l'energia e certi caratteri proprii del Dùrer, che si vedono nella 
testa di Sant'Onofrio, dimostrano la imitazione. Nel resto il 
disegno è bellissimo; e quel ricordo del grande maestro te- 
desco non dimostra che il potente spirito di assimilazione del 
Lotto, avido di novità. Pochi anni dopo, le rigorose e belli- 
nesche sue forme si mostrarono ravvivate dall'arte di Giorgione 
e cresciute di forza; e allora il Lotto partì verso la Marca 
d'Ancona a comporre le splendenti tavole d'altare. Questo 
quadro può considerarsi come un'opera ove sia la genesi delle 
sue meraviglie, ove si riveli in un con la forza pittorica, la 
soavità del suo an mo virtuoso, per la divozione sincera dei 
Santi, per l'accarezzato Bambino dalla bella testa ricciuta e 
dorata, dalla graziosa gambetta nuda che esce fuori daìla lunga 
vesticciuola bianca. Il quadro ha sofferto qualche ritocco: ri- 
fatto è il panno giallastro del capo della Vergine, la vivezza 
di un verde smeraldo ai lati del quadro si è spenta. Il Santo 
Vescovo presenta al divin Bambino il suo cuore acceso, che 
reca nel mezzo una piaga su cui sta il monogramma di Cristo 
IHS: e ciò lascia identificarlo per San Bernardino, non per San- 
t'Agostino, come si è creduto fin qui. 
Reca la firma : 

LAVRENT- LOTVS'M-D'VIlI- 

Vecellio (Tiziano). Cenni biografici al n. 23. 

194. Gesù legato alla colonna (tela a. o,86, 1. 0,58). 



120 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 

II quadro ha subito ritocchi e guasti, come si rileva a tutta 
prima dalla crosta che copre il petto a destra come di una 
gran macchia nerastra. L' espressione di profondo dolore nella 
testa del Cristo, le morbide carni illividite dai flagelli model- 
late con larghezza, sono opera di Tiziano, eseguita probabil- 
mente verso il 1 560. 

Lombarda {Scuola). 

195. Una Santa Martire (tela a. 0,64, 1. o, 46). 

E' una copia di una Santa Martire di Bernardino Luini. 
Lanfranco (Scuola del). 

196. Il Salvatore (tela a. 0,55, 1. 043). 




ANDITO TRA LA IV. a E LA V. a STANZA 121 



ANDITO TRA LA IV* E LA V a STANZA 



Swanevelt, (Hrman Van), detto l'Eremita. Woerden, \6oo- 
iéjj? {Scuola tedesca). 

Pittore di paesaggio, determinò la sua maniera a Roma 
sotto l'influsso di Claudio Lorenese. Nel 1654 ornò una stanza 
dell' Hotel Lambert di Parigi. 

197. Paese (tav. a. 0,24, 1. 0.25). 

La veduta fu tolta probabilmente dall' Aventino. 

Ossembeck (Giovanni). Rotterdam 1627 - Ratisbona 1678. - 
{Scuola U desco). 

Pittore di paesaggio, passò gran parte della sua vita in 
Italia, compì i suoi studii a Roma, e combinò la maniera ita- 
liana con la finitezza tedesca. Da Roma si recò a Vienna, 
poi a Francoforte, e infine a Ratisbona. 

198. Paese, (rame a. 0,16, 1. 0,25). 

Patinier (Ioachim de). Dinant, n. verso il 148^ m. Anversa 
1524. Scuola fiammingo. 

lì pittore subordinò all' ambiente le rappresentazioni bi- 
bliche o sacre, e fu considerato come il fondatore dell' arte 
di paesaggio. Si suppone eh' egli studiasse sotto Gerard David 
a Bruges, e si sa che nel 1 5 2 1 Alberto Durer assistette alle 
sue seconde nozze, che fece ritratti di lui, e che lo chiamò 
il buon pittore di paese. Tuttavia la cura minuziosa per rap- 



122 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



presentare ogni oggetto menomò l'effetto delle pitture del 
Patinier, che sembrano talora un miscuglio, un formicolio di 
forme bizzarre. 

199. Paese (tav. a. 0,23, 1. 0,25). 

Strano, fantastico paese, con scheletri di coccodrilli alla riva 
d'un fiume, con un monaco nero che dardeggia la luce di 
una lanterna sopra S. Cristoforo guadante il fiume. 

Patinier (Ioachim). Cenni biografici al n. lyy. 

200. Paese (tav. a. 0,22, 1. 0,25). 

Vi è uno scoglio traforato, nero, a mo' di stalattile enorme, 
che sorge accanto ad un' isola bianca, illuminata. 

Tempesti (Antonio). Firenze 15 56-1630. Scuoia fiorentina. 

Fu educato da Santi di Tito, poi dallo Stradano. Le opere 
sue di paesi e di battaglie, specialmente dipinte in alabastro, 
furono ricercatissime al suo tempo; i suoi affreschi a Capra- 
rola, a Tivoli, nel Vaticano gli ottennero lode. 

201. Il Presepio (Pietra paesina, a. 0,16, 1. 0,25). 
Patinier (Ioachim). V. Cenni bografici al n. 199. 

202. Paese (tav. a. 0,26, 1. 0,25). 

Zuccaro (Federigo). Sant'Angelo in Vado, 1542-1609. 

Fratello e allievo di Taddeo, continuò in Roma gli affre- 
schi di questo alla Trinità de' monti, continuò in Firenze la 
cupola di S. Maria del Fiore cominciata dal Vasaii, compì 
la cappella Paolina in Vaticano, dipinse nella sala del Mag- 
gior Consiglio a Venezia. A Madrid le opere sue vennero 
cancellate subito per dar luogo alle altre del Tibaldi ; a Roma 
fu eletto principe dell'Accademia di S. Luca, e fu della isti- 
tuzione delle Accademie fervido propugnatore. 

203. La Resurrezione di Gesù (tav. a. 1,31, 1. i,ol). 



V. a STANZA 



123 



V. a STANZA 



Volta del Marchetti, rapp. Flora che s'incorona di fiori. 

Scultura. CCLVII. Busto di Giunone. 

Tisi (Benvenuto), detto il Garofolo. N. in Garofalo circa 
il 1481, m. 1559. Scuola Ferrarese. 

Dal luogo ove la famiglia sua teneva beni ad investitura 
trasse il soprannome di Garofolo. Ritiensi che nel 1499 f° sse 
posto a scuola del Boccaccino, celebre pittore cremonese ; e il 
BarurTaldi ci ha conservato la lettera, con quella data che è 
probabilmente erronea, scritta dal Boccaccino al padre del 
Garofolo, per lamentarsi dell'allievo che un bel mattino ab- 
bandonò Cremona, e, senza dir parola ad alcuno, se ne partì 
per Roma. Vuoisi ancora che a Roma si collocasse presso 
Giovanni Baldini, e poscia imprendesse un viaggio pittorico 
per le città d'Italia finché giunto a Mantova, rimanesse come 
aiuto di Lorenzo Costa. Quesci ed altri particolari della gio- 
ventù del Garofolo non sembrano reggere del tutto alla cri- 
tica. Probabilmente fu a Cremona alla scuola del Boccaccino, 
e si ispirò nelle opere lasciate da questo pittore a Ferrara, 
ove egli stette negli ultimi anni del secolo XV. Visitò pure 
Roma una volta chiamatovi da Girolamo Sacrati, gentiluomo 
ferrarese il quale stava alla corte di Leon X; e pel Sacrati 
eseguì uno de' suoi primi dipinti, che si vede in una chiesa 
sopra a Castellarano, nella provincia di Reggio d'Emilia (1 5 1 7). 
Lavorò molte ancone d'altare per le chiese di Ferrara, e al- 
cuni quadri ad ornamento del castello estense, fra cui, nel 



124 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



1545, la Calunnia di Apelìe. Nel 1550, a causa di una ma- 
lattia perdette del tutto la vista, e visse cieco nove anni, 
traendo conforto dal suono dei liuto. Morì li 6 settembre 
1559, e fu sepolto neìla chiesa di S. Maria in Vado a Fer- 
rara. Ebbe per costume di porre appiè' de' suoi quadri un 
garofano, segno che ha dato luogo a molte attribuzioni fan- 
tastiche di quadri a lui, ogni qualvolta si è 'rovato quel flore 
dipinto in questa o in quella tela. Il Vasari notò nel maestro 
qualche traccia di affettazione, e realmente quasi per tutta 
la vita, in tutti i suoi quadri, il Garofolo ripetè tipi simi- 
lissimi, col suo abituale color cereo, cenericcio, livido nelle 
carni, con le capigliature bionde lumeggiate di giallo, con 
una grazia convenzionale. Sempre egli drappeggiò le sue fi- 
gure, determinando larghi partiti di pieghe e pingendovi per 
entro finissime piegoline, arrotolando i manti e le tuniche 
intorno alle cinture de' suoi personaggi, facendo cadere dalle 
ginocchia al basso le vesti pesanti e pianate. I suoi putti con 
teste tonde e ricciute, le sue donne tondeggianti con accon- 
ciatura all'antica, con occhi che guardano di sbieco, sono 
forme stereotipate nei quadri dell'artista; e così i paesaggi 
autunnali, illuminati vivamente, chiusi da monti a picco az- 
zurrini nel lontano. Tuttavia il pittore è di una grande ge- 
nialità e di nobile compostezza: raffaellesco talora nelle sue 
glorie d'angeli musicanti e anche in alcune delle sue figure 
allegoriche, come ad es. nel Trionfo di Bacco a Dresda. 

204. Le nozze di Cana (tav. a. 0,40, 1. 0,59). 

Fu giudicato un abbozzo di una grande composizione, ma 
ci sembra invece uno dei tanti piccoli quadri eseguiti nello 
studio dell'artista. La accuratezza di molti particolari ne è 
una prova, ad esempio i festoni di fiori che adornano la 
stanza del convito nuziale. Graziosa è la trovata dei due sposi 
che stanno a capo della tavola tutto intenti a loro stessi. 

Tisi (Benvenuto), detto il Garofolo (Cenni biografici al 
n. 204). 



V. a STANZA 125 

• 205. La Deposizione di Gesù (tela a. 0,55, 1. 0,42). 

È un'opera dei primi tempi del Garofolo, prima del 1520, 
e ben composta. , 

Scarsella (Ippolito), detto Scarsellino (Cenni biografici 
al n. 138), 

206. Venere e Amore (tela a. 0,44, 1. 0,55). 
Tempesti (x\ntonio). (Cenni biografici al n. 201). 

207. Caccia (tav. a. 0,30, 1. 0,54). 

Tisi (Scuola di Benevento;, detto il Garofolo {Cenni biogra- 
fici al n. 204). 

208. La Vergine col Bambino, S. Giuseppe e S. Antonio 
da Padova (tav. a. 0,4 j, 1. 0,31). 

Materiale e stentata la figura della Vergine, peggio dise- 
segnati i putti. 

Scarsella (Ippolito), detto lo Scarsellino (Cenni biografici 
al n. 138). 

209. La strage degl'Innocenti (rame a. 0,37, 1. 0,50). 

Sembra che lo Scarsella, a giudicare dall'affastellamento 
delle forme rotondeggianti, si sia ispirato alquanto a una delle 
tante composizioni di questo soggetto eseguite dal Mazzolino. 

Tisi (Benvenuto), detto il Garofolo (Cenni biografici al 
n. 204). 

210. La Vergine col Bambino (tav. a. 0,33, 1. 0,28). 

È una debole opera della giovinezza del Garofolo : nelle 
dita rettangolari delle mani e nei contorni neri degli occhi 
ricorda gli angioli, specialmente quello a destra, della cimasa 
dell'ancona del Garofolo a S. Valentino in Reggio d'Emi- 
lia (1517)- 



126 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



Luteri (Gio), detto Dosso Dossi (Cenni biografici al n. i). 

211. La Vergine col Bambino (tav. a. 0,35, 1. 0,28). 

Più che un dipinto finito, questo può considerarsi un ab- 
bozzo; bellissimo è in esso il giuoco del colore, la vivezza e 
lo scintillio delle tinte. Le pagliuzze d'oro dell'aureola della 
Vergine, i raggi della testa soleggiata dei Bambino, gli al- 
beri del fondD accesi di luce producono un effetto meravi- 
glioso. LVsecuzione è a colpi di pennellate libere e franche, 
ad eccezione delle carni delle Augure dal pennello modellate 
con levigatezza. Il colore del manto della Madonna è oscu- 
rato, come quello del fondo a destra di chi osserva ; la mano 
dritta della Madonna è rifatta. 

Scarsella (Ippollito), detto lo Scarsellino [Cenni biogra- 
fici al n. 138). 

212. Venere piangente per la morte di Adone (tela a. 
0,95 1. 1,20). 

Notevole specialmente per la verità del paese freddo, con 
luci livide. Appartiene a un periodo avanzato del maestro, 
a giudicare dalle figure rotondeggianti, eseguite con poche 
tinte. 

Tisi (Benvenuto), dato il Garofolo (V. Cenni biografici 
al n, 204). 

213 La Vergine in trono, col Bambino e i SS. Pietro e 
Paolo (tav. a. 0,39, 1. 0.30.) 

L'uno dei quadretti in cui il Garofalo tentò di avvicinarsi 
al Dosso, sotto la cui direzione lavorò a Ferrara. La testa 
della Madonna si accosta al legno dossesco, non per le carni 
torbide e terree, non col disegno povero; le vesti, benché 
drappeggiate in modo alquanto classico, sono di colore sma- 
gliante. 

Scarsella (Ippolito), detto lo scarsellino (V. cenni biogra- 
fici al n. 138). 



V. a STANZA 



127 



214. Venere e Endimione (tav. a. 0,39 1. 0.56). 

Il paese sembra riprodurre una valle ferrarese squallida, sotto 
la luce d'inverno. 

Luteri (Battista), detto Battista di Dosso {V. Cenni bio- 
grafici al n. 6). 

215. Il Presepio (tav. a. 0,44, 1. 0,30). 

È un bozzetto fatto a gran furia, con pennellate vibrate, 
e con forte nota di colore. 

Tisi (Scuola di Benvenuto), detto il Garofolo. 

216. Il martirio di S. Caterina di Alessandria (tav. a. 0,50, 

1. 0 ;3 2). 

Luteri (Gio.), detto Dosso Dossi {V. Cenni biografici al n. 1) 

217. La maga Circe (tela a. 1,76, 1. 1,74). 

Il quadro, che sembra uno splendido arazzo contesto per la 
illustrazione dell'Ariosto, ornò il Castello Estense a Ferrara, 
un camerino del principe artista e guerriero Alfonso I. — 
La maga sta seduta entro a un circolo, su cui sono tracciati 
strani geroglifici, presso a un cespo di rose: essa fìssa inten- 
samente, invasa da spirito magico, i cadaveri d'aborti, con 
fascie legati a ritorti tronchi su cui si abbarbica l'edera; tiene 
nella sinistra una tavoletta con segni cabalistici, e con la desti a 
abbassa una torcia colorata e dorata sur una coppa, donde 
s'alzano dal bitume che brucia vampe rossastre. Presso la maga 
stanno un cane mastino con occhi sanguigni, una corrazza 
d'acciaio, un piccione, un'anitrella. Nel fondo vedonsi tre pic- 
cole figure óì cavalieri, e declivi lumeggiati di bianco, cai 
contristo autunnale di verdi e gialli nelle masse degli alberi, 
e una città biancheggiante con molti torrioni, e un monte 
biancastro che spicca sul cielo grigio. Vi è nel dipinto la vi- 
vacità della fantasia, il fuoco del colore, proprio del Dosso. 
La fata attrae co' suoi occhi affas:inanti, con la maestà di 



128 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



Sibilla, con l'effetto del suo turbante dorato, del manto di da- 
masco a fiorami d'oro tessuti sul fondo di rubino e fran- 
giato d'oro. 

Mazoli (Ludovico), detto Bigo Mazcli o Mazzolino. N. a 
Ferrara, circa il 1481, m. probabilmente alla fine del 1528. 
Scuola ferrarese. 

La prima notizia che si ha del pittore è del 1504, anno 
in cui dipingeva, per commissione dei Duca Ercole I d'Este, 
a Santa Maria degli Angioli in Ferrara. Negli anni seguenti 
(1 505-1 507) dipinse nei camerini della duchessa Lucrezia Bor- 
gia nel castello estense, nel 1508 ancora a Santa Maria degli 
Angioli. A Ferrara si ritrova pure nel periodo 1 5 18-22, nel 
1524 dipinge a Bologna per una cappella, nella chiesa di 
S. Francesco, un quadro stimato dal Vasari il migliore di lui, 
e che fece dire a Baldassarre Peruzzi, secondo racconta con 
evidente esagerazione il Lamo nella sua Graticola, che « nem- 
meno Raffaello l'avrebbe compiuto con tanta diligenza». E a 
Bologna eseguì pure pel cavaliere e poeta Girolamo Casio, 
collettori di cose d'arte, un Cristo tra i Farisei. Fu scolaro 
del Costa, assai ricco di colore, ma ripetè in diverse com- 
binazioni figure stesse. Le figure senili di lui hanno largo 
cranio, da cui escono talora ciocche di capelli, simili a fasci 
di fibrille, e le teste hanno folte chiome, svolazzanti, ora cor- 
vine, ora con tinte verdi, generalmente rossiccie. Le teste mu- 
liebri sono tonde, color di cera, con occhi spesso socchiusi, 
occhi e guance rosseggianti come per pianto. I fanciulli hanno 
enormi coscie, forme muscolari enormi, e il movimento del 
braccio a semicerchio, caratteristico dei seguaci del Francia 
e del Costa. I colori delle carni sono infocate, di rame negli 
uomini: le vesti rosse, azzurre, aranciate, verdi, bianche con 
ombre violette talora lumeggiate d'oro: gli occhi tondi, di gufo, 
come offesi da luce, nascosti sotto le sopracciglia : gli sguardi 
con espressione energica, ma senza direzione precisa, diver- 
genti dal centro dell'azione : le forme tondeggianti, con pieghe 
alla fiamminga con segni e contorni che sono tutto un si- 



V. a STANZA 



I29 



stema di curve. Dietro alle figure, ora una capanna primi- 
tiva, o una grotta che s'apre fra una densa selva; ora la base 
di una torre su cui si arrampica la vite, germogliano 
muschi tra i crepacci, e arrestano il volo rondini e co- 
lombe. E nel lontano, monti azzurrini, illuminati da luce di 
tramonto, aventi ai piedi e lungo il pendio case e templi, 
tra le cui finestre s'intravvede l'azzurro dei monti, sì da sem- 
brare edifici trasparenti, di alabastro e di cristallo, od anche 
cascate d'acqua illuminate da luce lunare. 

Ma, generalmente, un edificio chiude le composizioni, a guisa 
di ricco portale, coronato da un medaglione recante scritte 
ebraiche, e con figure di spettatori, che guardano all'ingiù 
dal cornicione. Nel fregio é comunemente raffigurata una stessa 
b Attaglia di cavalieri a monocromato, e a questa fanno ala 
in generale altri due bassorilievi, uno dei quali mostra un 
guerriero che sur un gradino si volge a prigionieri che gli 
stanno innanzi, e il secondo un guerriero sur un carro di 
trionfo preceduto da vessilliferi. Gli ornati sono sottili, fini, 
di miniatore, cenerognoli nelle parti architettoniche, dorati 
negli intagli e nelle tarsie dei mobili e in molti particolari, 
finanche nelle calze del pastore che adora il bambino Gesù. 
Le dimensioni dei quadri del Mazzolino sono generalmente 
assai piccole, minori dell'altezza di cinquanta centimetri e di 
quaranta nella larghezza. Se ne veggono per quasi tutte le 
gallerie di Europa. 

218. L'adorazione dei Magi (tav. a. 0,39, 1. 0,30). 

Il fondo, a cui abbiamo accennato nella biografia del Maz- 
zolino, è di forme non consuete nel maestro; ma sì è con- 
sueta la figuretta che guarda all'ingiù, come spettatore della 
scena rappresentata. 

Scarsella (Ippolito), detto Scarsellino. V. cenni biografici 
ai n. 

219. Il bagno di Venere (tela a. 0,56, 1. 0,45). 

Fa riscontro al n. 214, ed è assai bello il paese, con ef- 



Museo e la Galleria Borghese - 9. 



I3O IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 

fetto di tramonto, con nubi dorate e violacee all'orizzonte. 
Curiosa è la rappresentaz : one di Venere escita dal bagno, e 
degli amorini che la servono come piccoli camerieri, e scal- 
dano i panni per asciugarla. 

Luteri (Gio.), detto Dosso Dossi. V. cenni biografici al n. 1. 

220. Il Presepio (tav. a. 0,49, L 0,32). 

Un bozzetto fatto a colpi di colore e a sprizzi di luce. 
Tisi (Scuola di Benvenuto), detto il Garofolo. 

221. Gesù con la Samaritana al pozzo (tav. a. 0,47, L 0,3 2). 

Scarsella (Ippolito), detto lo Scarsellino. V. cenni biogra- 
fici al n. 138. 

222. Sacra Famiglia (tav. a. 0,37, L 0,31). 

È grazioso il motivo del Bambino, che ha preso di mano 
a S. Giovannino la croce, e si ritrae geloso della sua preda. 
Il fondo è verdastro, con alberi accuratamente trattati, e con 
la veduta d'un gran fuoco nel lontano : motivo questo assai ripe- 
tuto nei quadri ferraresi e tolto dal vero, perchè comune è 
il vedere fuochi di stoppie nelle valli padane. 

Mazzoli (Ludovico), detto il Mazzolino. V, cenni biogra- 
fici al n. 218. 

223. L'Incredulità di S. Tommaso (tav. a. 0,22, 1. 0,33). 

Il fondo rappresenta un paese diafano e alabastrino, assai 
fantastisco. 

Tisi (Benvenuto), detto il Garofolo. Cenni al n. 204. 

224. Il Presepio (tav. a 0,47, 1. 0,31). 

Anche questo quadretto mostra influssi dosseschi sul Ga- 
rofolo. 

Scarsella (Ippolito), detto k> Scarsellino. V, cenni bio- 
grafici al n. i}8. 



V. a STANZA 



I 3 I 



225. Un Re con un cortigiano innanzi a una schiava 
(tela a. 0,41, 1. 0,56). 

La tela è ossidata. 

Scarsella (Ippolito), detto lo Scarsellino. V. cenni biogra- 
fici al n. i$8. 

226. Gesù con i Discepoli per la strada di Emaus (tela a. 
0,86, 1. 1,23). 

Il quadro fa riscontro al n. 212. 11 paese è freddo, argen- 
tino, invernale ; le figure invece hanno forza bassanesca, e ori- 
ginali sono i costumi degli apostoli pellegrini, nobile la testa 
del Cristo. 

Fiamminga (Scuola). Sec. XVII. 

227. Gesù e la Samaritana (tav. 0.4I, 1. 0,56). 

Un tempo questo quadro portò il nome del Garofolo. Ma 
è certamente di un fiammingo, che foise s'ispirò a una com- 
posizione del Garofolo: è trito, fine nei particolari, stridente 
di colore. 

Peruginesca (Scuola). 

228. Una Santa Monaca (tav. a. 0,33, 1. 0,26). 

Un tempo questo quadretto portò il nome di Mazzolino, ma 
evidentemente è di un debole seguace del Perugino. Pei toni 
biancastri, per la povertà della forma di stucco, ricorda Si- 
nib.ildo Ibi. 

Cantarini (Simone), detto il Pesarese. Oropena, 1612-1648. 

Da Claudio Veronese e dallo studio delle opere del Baroccio 
apprese l'arte, e colpito poi dalla maniera di Guido se ne fece 
discepolo e imitatore così che fu chiamato un secondo Guido. 

229. S. Gio. Battista (lavagna a. 0,33, 1. 0,26). 



I32 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 
Muziano (Scuola del). 

230. Cristo in croce, la Vergine e S. Giovanni (tela a. 
0,56, 1. 0,41). 

Cesari (Giuseppe), detto il Cav. d'Arpino. V. cenni bio- 
grafici al n. 4. 

231. La Fuga in Egitto (tavola a. 0,45, 1. j,33). 

È freddo, cartaceo, ma accurato di forme, fantastico nel 
paese. 

Santi di Tito. Cenni biografici al n. 88. 

232. La Vergine col Bambino (tela a. 0,33, 1. 0,28). 
Lauri Filippo. Roma, 1623- 1694. 

Fratello di Francesco Lauri, figlio di Baldassare pittore 
fiammingo, seguì le sue inclinazioni artistiche, sotto la dire- 
zione del fratello prima e del Caroselli poi. Fece molti pic- 
coli quadretti fantastici, nel palazzo Borghese dipinse a fresco 
alcuni paesi, secondo la maniera del padre. 

233. Una Santa Martire (tav. a. 0,38, 1. 0,24). 

Gimignano (Giacinto da). Pistoia, 1611-1681. 

Dipinse a Roma sotto la scuola di Poussin, poi sotto quella 
di Pietro da Cortona. Lasciò molti affreschi a Roma, fra gli 
altri quelli del Laterano, e a Firenze nel palazzo Niccolini. 

234. L'Adorazione dei Magi (tav. a. 0,50, 1. 0,41). 

È uno schizzo fatto alla brava, con figure lunghe, di volti 
lunghissimi e grotteschi, di colore veneto. 

Tisi (Scuola di Benvenuto), detto il Garofolo. Cenni bio- 
grafici al n. 204. 

235. La Samaritana al pozzo (tela a. 0,90, l. 1,57). 



V.* STANZA 133 

È dello scolare di Benvenuto Tisi, che fa grosso e largo 
• dritto l'indice delle mani delle figure, un enorme ditone. 

T T si (Benvenuto), detto il Garofolo. Cenni biografia al n. 
204. 

236. Gesù chiama S. Pietro dalla barca (tav. a. 0,75, 1. 
o,94). 

Tisi (Benvenuto) detto il Garofolo. Cenni biografici al nu- 
mero 204. 

237. La flagellazione di Gesù (tav. a. 0,71, 1. 0,40). 

Tisi (Copia da Benvenuto), detto il Garofolo. Cenni bio- 
grafici al n. 204. 

238. La resurrezione di Lazzaro (tav. a. 0,66, 1. 0,45). 

E' copia del quadro grande che si vede nella galleria del- 
l' Ateneo a Ferrara. 

Tisi (Scuola di Benvenuto). Canni biografici al n. 204, 

239. L'adorazione dei Magi (tav. a. 1,42, 1. 1,12). 

È un quadro senza lo smalto dei gialli, dei verdi e dei 
rossi del Garofolo, però studiato con diligenza nella compo- 
sizione. Reca la data : 

MDXXXXÌI1- 

Tisi (Benvenuto), detto il Garofolo. Cenni biografici al n. 204. 

240. La Vergine col Bambino S. Michele ed altri Santi 

(tav. a. 0,74, 1. 0,84). 

È un'opera del tempj primitivo e alquanto stentata del 
maestro ferrarese. Quantunque la Vergine sia alquanto losca, 
è di un tipo nobile e serio, ed è di grande vivezza il giallo 
dorato della sua manica destra e il rosso della sua veste. 



134 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



Tutti i tipi sono i consueti dell' artista : il putto con testa 
tonda e ricciuta, con fronte enorme; il S. Giuseppe di una 
grande regolarità di lineamenti; Sant' Anna col turbante il- 
luminato da vividi bianchi. Anche qui il colore è cereo, ce- 
nericio, livido nelle carni; e le capigliature sono lumeggiate 
di giallo. 

Mazzola (Maniera di Francesco), detto il Parmigianino. 

241. Una nascita (tela a. 0,78, 1. 1,01). 

Il quadro recava il nome dello Scarsellino, e il Lermolieff 

10 giudicò una copia di uno Scarsellino che trovasi al pa- 
lazzo Pitti. Ma quello rappresenta un soggetto simile s' olto 
con forme diverse. Non ci sembra dello Scarsellino nè l'uno, 
nè l'altro : le figure lunghe, la ricercata grazia, le mani con 
lunghissime dita ricordano il fare del Parmigianino. Anche 

11 colore é essenzialmente diverso da quello dello Scarsellino: 
certe lacche delle vesti, certi veli gialli hanno invece riscontro 
nell'arte del Mazzola. 

Tisi (Scuola di Benvenuto), detto il Garofolo. Cenni bio- 
grafici al n. 204. 

242. La Vergine col Bambino, S. Elisabetta, S. Gio. ed 
altri Santi ^tav. a. 0,65, 1. 0,42). 

Tisi (Copia da Benvenuto), detto il Garofolo. Cenni bio- 
grafici al ». 204. 

243. La Resurrezione di Lazzaro (tav. a. 0,67, 1. 0,45). 
È una copia uguale a quella recante il ngmcro 238. 

Tisi (Scucia di Benvenuto) detto il Garofolo. Cenni bio- 
grafici al n. 204. 

244. Apparizione di Gesù alla Maddalena (tela a. 1,0 1, 
1. 1,57)- 

Luteri (Battista), detto Battista di Dosso. Cenni biogra- 
fici al n. 6. 



V. a STANZA 135 

245. Sacra Famiglia (tav. a. 0,46, 1. 0,69). 

Mirabile è il paesaggio fantastico, ricco di effetti, succoso 
di colore, con le frondi dorate che spiccano sul cielo. Tutto 
il quadro è allucciolato, scintillante; e più sembrerebbe tale 
se non fosse stato allungato, alterato nelle primitive propor 
zioni. Grazioso è il gruppo della Vergine che accarezza ad 
un tempo S. Giovannino e Gesù, il quale è tutto intento a 
prender le frutta offertegli da un angioletto. 

Tisi (Scuola di Benvenuto), detto il Garofolo. Cenni bio- 
grafici al n. 204. 

246. Conversione di S. Paolo (tav. a. 0,56 L 0,39)- 

Mazzoli (Ludovico), detto il Mazzolino. Cenni biografici al n. 
218. 

247. Il Presepe (tav. a. 0,41, 1. 0,54). 

Il quadro è assai oscurato, e anche senza la finitezza con- 
sueta dell'artista. 

Tempesti (Antonio). Cenni biografici al n. 201. 

248. Caccia (rame a. 0.58, 1. 0,48). 



I36 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



VI.* STANZA 



Soffitto. Vi è applicato un quadro, che dovette essere già 
eseguito per altro soffitto. È opera di Scuola Veneziana del 
secolo XVIII. Rappresenta un mendicante, a cui un fan- 
ciullo porge l'elemosina, mentre i genitori di questo ed altri 
attorno manifestano la loro sorpresa per l'atto caritatevole. 

Cerquozzi(Michelangelo). Roma, 1602-1660. Scuola Romana. 

Figlio di un gioielliere, fu applicato all'arte sotto un pit- 
tore fiammingo, poi sotto a Pietro Paolo Bonzi, chiamato 'A 
Gobbo de' Frutti. Fu detto " delle Battaglie " per le rappre- 
sentazioni di tenzoni, e anche u delle Bambocciate " perchè 
imitò il pittore Pieter van Laar, detto in Roma il Bamboccio. 
Fra le sue opere migliori, si citano le quattro stagioni dipinte 
nel Palazzo Salviati in Roma ; ma in molti suoi quadretti ri- 
flesse con fedeltà la vita popolare romana del seicento. 

249. Bambocciata (tav. a 0,48, 1. 0,65). 
Tedesca {Scuola). 

250. Ritratto di Ludovico duca di Baviera (tav. a. 0,45, 
l °>3 3). 

È probabilmente una copia antica : la finezza di particolari 
non corrisponde al chiaroscuro che è olivastro, al colore liscio 
nelle carni. Reca la scritta : 



DEI GRACIA- LVDOVICVS. VTRIVSQVE 
BAVARIAtE DVX- AETATIS» SVAE XXXVII. 



Tav.Vffl. 




VI. a STANZA 137 

Honthorst (Gherardo), detto Gherardo della Notte. (Cenni 
biografici al n. 27). 

251. Uomo con lucerna (tela a. 0,45, 1. 0,35). 
• Bril (Paolo). Cenni biografici al n. 12. 

252. S. Francesco che riceve le stimmate (rame a. 0,21, 
l 0,29). 

Franck (Francesco), il Giovane (li). Anversa, 1581-1642. 

Allievo di suo padre Francesco il Vecchio. Nella sua gio- 
vinezza viaggiò in Italia, e studiò i grandi maestri veneziani, 
e subì gl'influssi di Rubens, dipinse principalmente allegorie, 
e interni di gallerie, di sale de' tesori delle chiese e simili. 

253. Un mercante di quadri (tav. a 0,82. 1. 1,15). 

Opera paziente, da certosino, condotta a mo' di miniatura. 
Reca la scritta: 

Fai ENitF (Ioachim) Cenni biografici al n. 190. 

254. Paesaggio (tav. a. 0,35, 1. 0,56). 

Ntl pi imo piano un leone che ha divorato un viandante. 
Nell'insieme il dipinto è uno dei meno fantastici del maestro. 

Patenier (Ioachim). Cenni biografici al n. 199. 

255. Paesaggio (tav. 0,35, 1. o 56). 

Vi sono rappresentati la predica di S. Giovami c il Bat- 
tesimo di Cristo. 

Mieris (Francesco Van), il Vecchio Delfi, 1655-1681. 



I38 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



Studiò sotto Toornvliet, pittore in vetro, e sotto Gherardo 
Dov. Fu nel dipingere d'una finitezza estrema, tanto che si 
ritenne aver lui fatto uso di uno specchio concavo per copiare 
e ridurre i suoi modelli. Fu uno dei maggiori " piccoli mae- 
stri ,, d'Olanda. 

256. Ritratto di uomo armato (tav. a. 0,37, 1. 0,32). 

Bello per la chiara intonazione delle carni, per la finitezza 
dei particolari del costume, specialmente del collettone di pizzo. 

Honthorst (Scuola di Gherardo), detto Gherardo della Notte. 
Cenni biografici al n. 127. 

257. Due uomini in atto di leggere al chiarore d'una lu- 
cerna (tela a. 0,45, 1. 0.35). 

Debole cosa, stridente di colore. Reca la segnatura dell'ar- 
tista: S ed E, poi M e P intrecciati. 

Breughel (Giovanni), seniore, detto dei Velluti. Bruxelles, 
1568-1625. 

Figlio di Breughel il vecchio (che mori un'anno dopo la 
sua nascita) fu educato nell'arte della miniatura dalla sua nonna 
e nell'uso della pittura ad olio da Goekindt. Giovaniss mo 
ancora visitò l'Italia, e in Roma ebbe il cardinale Federico 
Borromeo a protettore. Ritornò nel 1596 nei Paesi-B.tssi, ove 
visse riccamente, e dipingendo come un miniatore, con una 
finitezza stragrande, paesi di tono az urro e di effetto fan- 
tastico. 

258. Paese (rame a. 0,45, 1. 0,35). 

Vi sono rappresentati in piccole figure il Battesimo di Cristo 
e la Predicazione di S. Giovanni. In esso si vede ogni sorta 
di uccelletti, di fiori e di farfalle. 

Cerquozzi (Michelangelo). ( V. Cenni biografici al n. 249). 

259. Bambocciata (tavola a. 0,48, 1. 0,65). 



VI. a STANZA 



139 



Patenier (Ioachim) Cenni biografici al n. 199. 
2Ó0. Paese (tav. a. 0,13, 1. 0,26). 

Miel (attribuito a Giovanni), detto Bicke, Iamieli e Gio- 
vanni delle Vite. Anversa, IJ99- 1664. 

Si ritiene scolaro di Geeraard Zeegers e di Andrea Sacchi, 
ma dipinse quadri di genere secondo la maniera del Bamboccio. 
Fu chiamato a Torino nel 1658, come pittore del duca di 
Savoia. 

261. Giuditta orante (lavagna a. 0,33, 1. 0,28). 
Ricorda in qualche modo La maniera dell'Orbetto. 

Patenier (Ioachim). Cenni biografici al n. 199, 

262. Paese (tav. a 0,13, 1. 0,25). 

Breughel (Giovanni). Cenni biografici al n. 2j8. 

263. Paese con S. Pietro Martire (tav. a. 0,48, 1. 0,52). 
Ea riscontro al n. 258. 

Fiamminga (Scuola). 

264. Semiramide (rame a 0,28, 1. 0,33). 

Materiale assai, con innumerevoli flgurette a rao' di birilli. 

Bril (Maniera di Paolo). Cenni biografici al n. 12. 

265. S. Francesco (rame a 0,38, 1. 0,28). 

Bril (Paolo). Cenni biografici al n. 12. 

266. Paese (rame a. 0,2 l i 1. 0,29). 

Valentin (Mose). Cenni biografici al n. 14S. 

267. S. Gio. nel Deserto (tela a. 1,50, 1. 1,22). 

Dyck (Attribuito a Antonio Van). — N. da Anversa nel 
i$99, m. a. Londra nel 1641. — Scuola fiamminga. 



I40 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



Francesco van Dyck, suo padre, lo collocò nello studio di 
Enrico Van Balen verso il 16 io; ma il suo grande maestro 
fu Rubens, a cui prestò aiuto nel dipingere le grandi tele 
alle quali attendeva verso il 1620. Nel ^621 partì per l'Italia, 
e a Genova pe' meravigliosi ritratti che eseguì crebbe in gran 
fama. Nel 1622 venne a Roma, copiò i capilavori dei grandi 
maestri italiani, e poscia si recò a Firenze, a Bologna, o 
Mantova e a Venezia, ove rimase ammaliato dai grandi co- 
loritori veneziani. Al principio del 1623 rivide Roma, e dopo 
un soggiorno di otto mesi, ritornò a Genova, ove le famiglie 
patrizie Durazzo, Pallavicini, Balbi, Spinola, Cattaneo accolsero 
a gara l'elegante cavaliere e il celebre pittore. Carlo Ema- 
nuele I e Emanuele Filiberto, vice Re di Sicilia, lo invitarono 
alla loro corte, ma fu breve il suo soggiorno a Torino e a 
Palermo. Ritornò a Genova, nel 1625 ad Anversa, e nel 1627 
si recò alla cotte di Carlo I. Ma solo nel 1632, dopoché il 
Re d'Inghilterra ebbe veduto un ritratto di Nicola Lanière, 
fu invitato a stabilirsi colà, col titolo di pittore di Sua Ma- 
està. Vi si recò, e visse con principesca magnificenza. Tutta 
la corte de' White-Hall si riflesse sulle sue tele. Mori per 
eccesso di lavoro e di piaceri. Nelle sue prime opere mostra 
di subire l'influsso di Rubens profondamente, ma già si di- 
sàngue per una rigorosa precisione del segno, per la nobiltà 
signorile delle sue opere. In Italia, i coloristi veneziani svi- 
lupparono in lui un sentimento più vivace, più ricco, più 
lumincso del colore. Negli ultimi tempi che visse in Inghil- 
terra, la molteplicità delle sue produzioni tornò a danno del- 
l'armonia, della serietà, della raffinatezza della sua arte. Ebbe 
meno immaginazione di Rubens, ma eccelse nel ritratto, se- 
ducente per la delicatezza dei tratti, per la nobiltà dell'espres- 
sione, per la vivezza del carattere, per l'eleganza delle vesti 
di seta e di raso ornate di merletti e di ricami di perle. I 
suoi principi, i suoi gentiluomini, le sue dame ci passano in- 
nanzi nella loro magnificenza, trionfanti, in un'onda di luce. 

268. Il Crocefisso (tela a. o. 86 1. 0,58). 



VI. a STANZA 



Bellori cita fra le opere di Van Dyck del tempo del suo 
soggiorno in Roma un « Cristo in Croce » destinato al Cardinal 
Bellarmino, e il biografo soggiunge che il Cristo era rappresen- 
tato morente con gli occhi al cielo. La indicazione converrebbe 
circa a tutti i Cristi in Croce di Van Dyck, ma fra i tre soggetti 
analoghi esistenti a Roma» questo della galleria Borghese è 
il migliore, superiore di gran lunga a quello della villa Albani. 
Ad ogni modo la testa non ben costruita e di fattura debole 
non lascia riconoscere nel quadro la mano del maestro, bensì 
quella di un abile copiatore. E che abile fosse si vede nel 
torso di una tinta bianco-argentina, che acquista il suo giusto 
grado e il suo rilievo per mezzo del bianco lenzuolo che si 
spiega luminoso alla destra del Cristo, ed è di un tono leg- 
germente più basso. Il fondo è scuro, le nubi nere turbinano 
solcate da luci sanguigne. Appiè' della croce si torce una 
serpe appresso una mela e un teschio. 

Hooch (Pjeter de). Utrecht 1630, m. circa il iójy ad Am* 
sterdam. 

Figlio di Carlo de Hooch pittore, eg ; i dipinse, sotto l'influsso di 
Rembrandt, specialmente interni di case con un colore vigo- 
roso e trasparente, e scene di famiglia ben raggruppate. Sono 
specialmente stimati i quadri ov' egli ottenne effetti di sole, 
che penetra dalle finestre, e ravviva e scalda le stanze e gli 
uomini. 

269. Intorno al flautista (tav. a. 0,60, l. 0,75). 

Dalla finestra cade una vivida luce intorno al gruppo, e 
ne ravviva i colori delle vesti armoniosamente. Intorno alla 
finestra sembra essersi concentrata la osservazione coscienziosa 
del pittore d'interni: a mano a mano che se ne allontana, 
egli trascura la esecuzione, e perde la sua finezza. Vedasi ad 
esempio come il cane in questo quadro non sia degno del 
resto. Questo quadro portò il nome di Jean Leduc, poi prese 
quello di Van Der Meer di Delft, e come tale è indicato nel 
catalogo di Henry Havard (Les artistes célèbres. Paris, 1888). 



I42 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



Fiamminga (Scuola), fine del secolo XVI. 

270. Gesù con la Samaritana (rame, diametro 0,22). 
Honthorst (Scuola di Gherardo), detto Gherardo della Notte. 

271. Il Presepio (tav. a. 1,1 1, 1. 0,73). 

Duro, metallico ne' contorni : stentato nella forma e nella 
ricerca dell'effetto. Era attribuito a Gherardo della Notte. 

Codde (Pieter). Amsterdam 1599 oppure 1600-1678 

Ad Haarlem dipinse sotto l'influsso di Franz e Dirk Hals, 
ma le sue rappresentazioni di ritrovi sociali e di scene mili- 
tari ricordano lo stile di Palamedes. 

272. Un corpo di guardia (tav. 0,31, 1. 0,43). 

Questo quadretto di una grande finezza nei particolari è 
di un tono assai basso e mortificato, ad eccezione della figura 
del protagonista, la sola in luce. Probabilmente il quadro non 
è che il ritratto di un capitano eseguito come in una scena 
di genere, per meglio determinarne la qualità e il grado. Tutte 
le akre figure sono come semplici comparse nella rappresen- 
tazione, e si ritrovano anche in molti altri quadri del Codde. 
— Al re pitture del Codde di soggetto simile si ritrovano nelle 
galleiie di Carlsruhe e di Stoccolma. Questo teca la firma 
dell'autore : 



Lunders (Gerp.it). Amsterdam, 1622. Viveva ancora nel i6jj. 

Dipinse generalmente interni di case, secondo la maniera 
di Metzu. La galleria di Londra possiede di lui una copia 
in proporzioni ridotte della grande opera di Rembrandt, ora 
rinnovata, del museo di Amsterdam. 




VI. a STANZA 



H3 



273. Un'operazione chirurgica (tav. a, 0,35, 1. 0,31). 

Condotto a forza di velature, misterioso di colorito, secondo 
la maniera di Rembrandt. Una pittura simile si trova nel 
museo di Hannover e un'altra nell'accademia di Dusseldorf. 
Questa reca la scritta: 

w / l 

Rubens (Pier Paolo). N. a Siegen in Westfalia nel 1/77, m. 
a Anversa nel 1640 — Scuola fiamminga, 

I suoi genitori, durante le guerre di religione, lasciarono 
Anversa, e si rifugiarono a Colonia. Ma il dottor Giovanni 
Rubens, suo padre, dovette abbandonare anche questo luogo 
e starsene con la sua famiglia relega* o a Siegen ; finché potè 
ritornare in Colonia nel 1578, ove rimase sino al 1587 in 
cui morì. Nel 1588 Pietro Paolo Rubens abitò Anversa, stette 
come paggio al s:rvizio di Margherita di Ligne, vedova del 
conte Filippo Lalaing; ma poscia riesci a muovere la madre 
ad assecondare la sua vocazione pittorica. Entrò nello studio di 
Adam vanNoort, e quasi subito dopo in quello del celebre Otto 
van Veen o Otto Vtnius. Quattro anni attese ad erudirsi nel- 
T arte presso quell'abile maestro, e li 19 maggio 1600 partì 
per l'Italia, e giunge a Venezia ove studiò i capilavori del Ti- 
ziano e di Paolo. Il Duca Vincenzo I Gonzaga di Mantova, co- 
nosciuto il merito del giovine pittore, lo colmò d'onori e lo 
trattenne per otto anni alla sua corte, permettendogli però di 
fare escursioni a Venezia, a Roma e in altre città italiane. 
Nel 1605 fu inviato dal Duca in Ispagna, incaricato di mis- 
sioni ufficiali per Filippo III ; ma l'ambasciatore trovò anche 
tempo di far ritratti di nobili della Corte spagnuola, e di co- 
piare pitture di Tiziano. Nel 1608 abbandonò Genova per far 



144 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



ritorno ad Anversa, ove fu trattenuto dall'Arciduca Alberto e 
dall'Infante Isabella. Nel 1620 accettò incarico di ornare la 
grande galleria del palazzo di Luxembourg, secondo il deside- 
rio di Maria de' Medici; e compì l'opera nel 1625. Fu poscia 
negoziatore di trattali di pace fra la Spagna e l'Inghilterra, e 
d'altri affari diplomatici. Nel 1635 si ritirò dèi tutto dalla 
Corte, e non visse più che per l'arte sua, e per riprodurre sotto 
vari aspetti la bella, gioconda sua seconda moglie Elena Four- 
ment. 

Nel soggiorno in Italia, Rubens subì incertezze e fascini ; 
ritornando ad Anversa, sino al 1 626, lavorò indefessamente, 
e si formò una maniera forte, vigorosa, splendida, ma conven- 
zionale, che si modificò negli ultimi anni sotto l'influsso del gio- 
vane Van Dyck. Dal 1626 in poi Rubens, erudito dai viaggi, 
maturo d'ingegno, della forma sovrano, considerò sotto un aspetto 
nuovo le opere dei maestri stranieri, e da essi attinse il me- 
glio, assimilò la loro semplicità, e si fortificò con lo studio 
assiduo dei vero. Ciò che caratterizza il genio di Rubens si 
è la foga, lo slancio del sentimento: il suo disegno è sem- 
pre rapido, energico; il suo colore ardente, sfavillante. Le sue 
composizioni sono sempre animate, talora di epica solennità, 
talora di forza drammatica. Pietro Paolo Rubens fu, come i 
grandi artisti italiani del Rinascimento, una natura bene or- 
ganizzata, cui tutto tornò facile; e come Raffaello e Tiziano, 
visse felici giorni di gloria. 

274. La Visitazione di S. Elisabetta (tav. a. 1,01, 1. 0,73). 

È una prima idea con qualche variante dello sportello della 
Deposizione della Croce che il Rubens dipinse in Anversa. Il 
quadro appartiene, secondo il Reymond, al 1610 circa. La 
composizione è più semplice che nel quadro di Anversa. Il 
servitore e il suo asino che in quello stanno innanzi alla 
gradinata sono stati sostituiti da una domestica, e qui manca 
la fante che nel quadro d'Anversa sta ritta sulla gradinata, 
li gruppo dei quattro attori principali è quasi il medesimo 
nell'uno e nell'altro dipinto. Benché questo ci dia la compo- 



VI. a STANZA 



145 



sizione che Rubens svolse in seguito, non può considerarsi un 
abbozzo, perchè in ogni sua parte il dipinto è compiuto. 

Ostade (Copia da Jsaak Van), N. in HarJem, 1621-1649, 

275. Una bottega di barbiere. (Tav. a. 0,28, 1. 0,40). 
Nell'alto del quadro vi è la scritta falsa Jsack Van Ostade, 

1686. La data postuma alla morte del pittore, ne assicura 
anche che il quadro è una copia. 

Fiamminga {Scuola), 

276. Gesù che chiama Pietro dalla barca (rame, diam. 0,22). 
Della stessa mano del n. 270, ma senza quella verità di 

paese. 

Rubens (Scuola di). 

277. Susanna e i Vecchioni (tela a. 0,94, 1. 0,67). 

Breughel (Giovanni). Cenni biografici al n. 258. 

278. Orfeo (tav. a. o, 55, 1. o, 69). 

Cuylenborch (Abraham van). Fiorì nel periodo 1639-1658. 

Questo pittore di scuola tedesca eseguì paesaggi nella ma- 
niera di Poeienburg : fu iscritto nella gilda artistica di Utrecht 
nel 1639. M museo di Utrecht possiede due quadri della sua 
mano; altri se ne veggono a Schleissheim. in Schwerin e in 
Brunswich ecc. 

I suoi paesaggi sono generalmente con iscogli e grotte in 
rovina, le sue grotte ornate di statue; e tutto è velato da un 
chiaro tono bianchiccio. 

279. Il Bagno di Diana (tav. a. o, 58, 1. o, 71). 

Le roccie sono condotte a velature, le figure sono di un 
grande stento. È segnato: 



Il Museo e la Galleria Borghese - io. 



I46 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



Mailly (Simon de). Cbdlons, fiori nei 1535-156). 

Di questo pittore poco noto, che seguì l'arte di Frans Floris, 
e che si stabilì ad Avignone dal 1535 al 1565 si conservano 
colà numerosi quadri, una Adorazione dei pastori (1548) e 
una Madonna Addolorata (15 50) nel museo Calvet, una Na- 
tività nella chiesa parrocchiale di S. Pietro e il Cenacolo degli 
Apostoli nella Chiesa di S. Didier ad Avignone, una Santa 
Famiglia presso le religiose del Santo Sacramento (1 5 5 3) ecc. 
Molti altri quadri di lui si trovano nel centro e nel mez- 
zogiorno delia Francia. 

280. La Vergine addolorata (tav. a. o, 28, 1. o, 22). 

Il quadro era ritenuto da alcuni come opera di un seguace 
di Andrea Solario, altri come del maestro stesso, nonostante 
una certa rigidezza e il taglio angoloso degli occhi, delle na- 
rici e della bocca. Nei vecchi cataloghi della galleria Borghese 
era assegnato a Federico Zuccaro, alla scuola di Leonardo ed 
anche a quella di Raffaello; ma trasportandosi la galleria dal 
palazzo Borghese in Roma, nella villa fuori porta dei Popolo, 
si scoprì dietro al quadro la seguente scritta, che significa 
« Simone di Chàlons in Champagne mi ha dipinto »: 



Il quadro probabilmente fu acquistato o donato al Cardi- 
nale Scipione Borghese, mentre fu legato ad Avignone. 

Striegel (attribuito a Bernardo). Memmingen, 1461-1^28. 
Si trova menzione di questo pittore vivente a Memmingen 



-SYMON DE CHA 
LONS't.N-CHAfElNE 
MAPUN 




Vl. a STANZA 



I 47 



nel 15 16-1528, in Ausburgo nel 15 17, in Vienna circa negli 
anni 15 20, 1522 e 1 $ 2 > . Ne' suoi quadri d'altare sembra 
aver subito gli influssi di Zeitblom, quantunque le sue figure 
abbiano minore elevatezza di questo. Diversi suoi ritratti della 
famiglia imperiale si trovano a Vienna, a Monaco, nella gal- 
leria Schwerin. 

281. Ritratto di Carlo V. (tav. a. 0,42, 1. 0,22). 

Il ritratto è senza dubbio di Carlo V, come si può stabi- 
lire col confronto di esso con altre immagini riprodotte 
nell'opera: « The chief Vicloires of Charles the fifth ». Hanno 
specialmente la maggior somiglianza con questo ritratto quello 
della cattedrale di Bruges ritenuto a torto di Filippo il Bello, 
un altro attribuito a Alberto Dùrer, opera più probabile di 
Cranach; infine il busto del museo archeologico di Bruges. 
Ben diversi questi dai ritratti dipinti dal Tiziano, quando 
Carlo V era nella forza dell'età, coi capelli tagliati corti e la 
barba folta che ne copriva la bocca quasi deiorme e le ma- 
scelle molto prolungate e il mento acuto! Qui invece si vede 
il difetto dell'Imperatore, notato nel 1525 da Gaspare Conta- 
rmi, che diceva essere la mascella inferiore di Carlo V cosi 
lunga e larga da sembrare non naturale ma posticcia. 

Il pittore ha profuso l'oro nel quadro: il fondo è d'oro 
velato in bistro e gremito di dischetti neri, la veste con or- 
latura d'oro e perle, la collana del Toson d'oro sulla pelliccia, 
la impugnatura delia spada gemmata e dorata, il medaglione 
sul cappello dorato e smaltato. 11 medaglione sembra ripro- 
durne uno di fattura veneziana: rappresenta la Vergine col 
Bambino, e reca la scritta o. mater dei. memento mei. 

Lancret (Nicolas), n. a Parigi 1690-1721. 

Lasciata l'incisione per darsi alla pittura, studiò alla scuola 
di Dulin professore dell'Accademia, poi attratto dal fare di 
Watteau, ne seguì l'arte così che alcuni quadri furono cre- 
duti di Watteau medesimo. Dipinse un numero stragrande di 
quadri di genere, e come pittore di feste galanti fu ammesso 
all'accademia nel 1 7 1 9. 



I48 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 

282. Un ballo (rame a. o, 15, 1. 0,12). 

Swaneveld (Ermanno), detto Ermanno d'Italia o l'Ere- 
mita. Cenni biografici al n. 297. 

283. Paese (rame dittico a. 0,21, 1. 0,26). 

Nel paese è rappresentata Pallade tra i pastori. I toni di- 
versi delle chiome degli alberi sono fuori dal vero, ma ottenuti 
maestrevolmente, con grand'arte. 

Tilborgh (Egidio Van). Bruxelles, 1625-1678 (?). 

Fu un debole imitatore di Brouwer, inscritto nella gilda arti- 
stica di Brusselles nel 1654, e presidente di essa nel 1663-64. 

284. Interno d'un'osteria (tela a. 0,80 1. 0.98). 

È un'opera ordinaria, di effetto confuso, di colori senza 
gaiezza, di un'esecuzione a grossi punti, a colpi come di mar- 
tello su una lastra di rame. I grossi cavoli, come tutto il resto, 
come le faccie arrotondate de' personaggi, sono fatti a furia 
di chiodi di colore. Sul tino a destra sta la firma dell'autore: 



Potter (attribuito a Paolo). Enckuy^en, 1625-1654. 

Fu allievo di Pietro Potter suo padre, mediocre pittore, e 
dimostrò cosi precoce ingegno da essere stimato grandemente 
anche all'età di quattordici anni. Da Amsterdam si recò a 
La Haye, ove principi e amatori gareggiarono per avere opere 
della sua mano. Tornò nel 1652 ad Amsterdam, ove op- 
presso dalla fatica cadde malato, e morì mentre era all'apogeo 
dell'arte nel rappresentare paesaggi, animali in vaste praterie, 
buoi al pascolo. 

285. Paese con vacche (tav. a. 0,43, 1. 0,62). 

Manca della trasparenza dei quadri autentici dell'artista: i 




VI. a STANZA 



149 



valori dei toni non sono giusti, onde il dipinto appare piatto 
e duro. Fu acquistato dai Borghese nel 1819. 

Dailly (Simone de) di Chàlons. Cenni biografici al n. 280. 

286. Ecce-Homo (tavola a. 0,33, 1. 0,22). 

È molto inferiore al n. 280, a cui fa riscontro. 

Tedesca {Scuola). 

287. Ritratto virile (tav. a. 0,36, 1. 0,26). 

È opera di un imitatore di Alberto Dùrer, di tempo assai 
posteriore alla data segnata sul quadro : 



Lancret (Nicola). Cenni biografici al n, 2S2. 

288. Idillio (rame a. 0,15, 1. 0,12). 

Di colore madreperlaceo, come il 282, a cui fa riscontro. 

Swaneveld (Ermanno), detto Ermanno d'Italia o l'Ere- 
mita. Cenni biografici al n. 

289. Paese (rame dittico 0,21 pe 0,26). 

Nel fondo il monte Circeo, nel dinanzi resti di acquedotti 
e rovine. 

Carracci (Annibale). Cenni biografici al n. 39. 

290. S. Francesco (tela a. 0,48. 1. 0,42). 
Teniers (Davide), il giovane. Anversa, 1610-1690. 

Fu allievo di suo padre, subì gl'iflussi di Adriano Brouwer 
e di Rubens, lavorò in Anversa e a Bruxelles. La fortuna non 
tardò ad arridergli ; l'arciduca Leopoldo lo nominò pittore di 




I50 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



corte, ciambellano, direttore della galleria de' suoi quadri; il 
re di Spagna fece costruire una galleria speciale pei dipinti 
di lui; la regina Cristina di Svezia gli mandò il proprio ri- 
tratto con una catena d'oro, tutti gli illustri uomini del Belgio 
convennero nel suo castello a Perk. Dipinse con una rapidità 
e con una semplicità straordinaria, con un realismo potente. 
Tradusse la vita rusticana, senza sentimenti d'arcade, senza 
scrupoli, con finissimo pennello, con toni dorati e argentini, 
con sapienti combinazioni di colore. 

291. Bevitori (tav. a. 0,45, l. 0,35). 

Il quadro è eseguito con mezzi semplicissimi. Sulla tavoletta 
appena velata di colore, le figure sono dipinte magistralmente 
e risolute alla fine con bianchi luci a tocchi sicuri e grossi 
di colore o con puntolini finissimi di biacca. Il quadro fu 
spedito nel 1863 a Bruxelles per essere restaurato. Un'antica 
copia di esso è in Roma nella galleria Corsini. 

Poelenburg (Cornelis Van). Utrecht 1586-1667. 

Fu discepolo di Abraham Bloemaert, si recò a Roma, ove 
prese Elsheimer a modello, e studiò Raffaello. I suoi piccoli 
paesaggi, popolati di ninfe o di bibliche figure, sono deboli 
per composizione e disegno. Ricusò gl'inviti del Granduca di 
Firenze per ritornare in patria, ove fu visitato da Rubens e 
invitato da Carlo I in Ingilterra alla sua corte. 

292. I tesori del mare (rame a. 0,53, 1. 0,45). 
Breughel (Giovanni). Cenni biografici al n. 2$8. 

293. Scena della Creazione (rame a. 0,50, 1. 0,40). 

La figura di Adamo è ispirata da una figura di Michelan- 
gelo incisa da Bonasone, quella di Dio Padre ispirata all'arte 
del Baroccio. 



VII. a STANZA 



VII/ STANZA 



Soffitto. Dipinto di Benedetto Gagneraux (pittore borgo- 
gnone che viveva in Roma nel 1785, ed era additato ad e- 
sempio agli artisti romani). Rappresenta Caliope dormente 
sorpresa da Giove in figura di satiro. 

Sanzio (Scuola di Raffaello). 

294. 300.303. Frammenti di affreschi: 1. Gli Arcieri. — 
2. Doni apportati a Vertunno e Pomona. — 3. Le nozze di 
Alessandro e Rossane. 

Questi affreschi ornavano il villino detto di Raffaello, benché 
l'Urbinate probabilmente non lo possedesse mai. Il villino nel 
1785 era di un marchese Olgiati, che lo vendette al Cardi- 
nale Giuseppe Doria; poi passò all'avvocato Nelli, e finalmente 
fu riunito al p.irco del Principe Borghese. Nel 1848 fu de- 
molito, ma sin dal 1834 il Principe Borghese aveva fatto 
levare dalla volta di una stanza quei tre maggiori affreschi, 
col permesso del Cardinale Camerlengo, e per opera di certo 
Pellegrino Succi. Sono essi i frammenti della decorazione di 
una stanza « di un'apparenza semplice e graziosa, di bella e 
nobile disposizione. » Così scrisse il Passavant, descrivendo 
la stanza con le pareti divise da termini in più compartimenti, di- 
pinte a grottesche e con piccole fi fe ure. In quello del centro 
si scorgeva un tempietto con la statua di Diana Efesina, ed 
era contornato da un fregio fantastico, in mezzo al quale al- 
cuni genii alati scherzavano con Amorini: nei compartimenti 
laterali un cigno che galleggiava sulle acque, e fra le grot- 



I52 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



tesche del contorno due allegri satiri che sonavano i timballi. 
Alcune ghirlande di fogliame circondavano i tondi della volta, 
dentro cui folleggiavano genii e fanciulli; e nei più stretti 
lacunari corrispondenti sopra alle finestre vi erano Mercurio 
e Minerva. Il Passavant osservò che, non trovandosi quasi mai 
queste due deità dipinte insieme, si potrebbe congetturare che 
la stanza fosse stata fatta colorire da un mercante amatore 
delle arti ; ma Mercurio e Minerva, come deità che presie- 
devano al corso dei mesi, si trovano rappresentate frequen- 
temente in tutto il periodo del Rinascimento; ed è probabile 
che l'artista, seguendo la costumanza, per ragioni astrologiche, 
abbia colà raffigurate le due divinità. Nei più grandi lacunari 
della volta erano quattro ritratti di donna, entro due tondi, 
circondati essi pure da ornamenti : una affatto ignuda, altra 
con veste che le copriva mezzo il collo, la terza vestita di 
bianco con ricami rossi, e la quarta pure vestita e veduta 
di profilo. La leggenda indicava le quattro donne come le a- 
manti di Raffaello, e per tali le incisero il Godcfroy e l'Àubert 
nel « Recueil d'estampes gravés d' après des peintures anti- 
ques italiennes di A. B. Desnoyers, » disegnate nel 18 18 e 
1 8 1 9 e pubblicate a Parigi nel 1821. 

Il Passavant attribui gli affreschi alla maniera di Pierin 
del Vaga, e ricordò il disegno degli Arcieri, come della mano 
di Michelangelo e come esistente nella galleria di Londra; 
il disegno del matrimonio di Alessandro e Rossane come di 
Raffaello, (?) nella raccolta Albertina di Vienna; e infine anche 
l'incisione di un orefice fiorentino, segnatosi col monogramma 
I. F. 1542 (Bartsch, XV, p 502), che riproduce il terzo af- 
fresco, cioè quello che fu indicato rappresentante Vertunno 
e Pomona, od anche Alessandro e Rossane che si alzano da 
letto, o la Festa dei fiori, o Venere e Adone. 

Disgraziatamente furono rifatti i fondi degli affreschi, e tutto 
appare biaccoso. Non c'è più dell'antico che la linea della 
composizione, eh è del resto le carni e gl'intonachi sembrano 
fatti di zucchero. 

Resaki (Arcangelo). Roma 1670-1720? 



VII. a STANZA 153 

Fu istruito da G. B. Buoncore, ed ebbe fama come pittore 
di animali. Ne' suoi ultimi anni si provò anche a dipingere 
figure e storiche rappresentazioni. 

295. Quadro di animali (tela a. 1,01, 1. 1,80). 

Grimaldi (Gio. Francesco). Cenni biografici al n. 38. 

296. Paese con figure (rame a. 0,44, 1. 0,67). 
Fontana (attribuito a Prospero). Bologna, 1/12-1/97. 

Fu allievo di Innocenzo da Imola, e operò, come dice il Mal- 
vasia suo biografo, 4 * più di pratica che di scienza. „ Fu pro- 
tetto da Michelangelo, che lo fece nominare pittore palatino: 
dipinse rella villa di papa Giulio III. Insegnò ai Carracci. 

297. La Sacra Famiglia (Tav. a. 1,22, 1. 0,91). 

È opera di un michelangiolesco pittore del tempo del 
Bronzino. 

Motta (Raffaello), detto RafTaellino da Reggio. Reggio, 
IS50-IS78' 

Fu discepolo di Lelio Orsi da Novdlara. A Guastalla ove 
fu chiamato giovinetto da don Cesare Gonzaga, perchè di- 
pingesse alcune facciate di edifici, conobbe Francesco da Vol- 
terra, che lo condusse a Roma, e lo mise nella scuola degli 
Zuccari, coi quali dipinse a Caprarola. Lasciò a Roma, che 
molto pianse la immatura sua fine, molti affreschi. 

298. Tobia e l'Angelo (tav. a. 1,07, 1. 0,09). 

Lo schizzo di questo dipinto si vede nei corridoi della 
galleria degli Uffìzi col nome di Randellino da Reggio. 

Grimaldi (Gio. Francesco). Cenni biografici al n. 38. 

299. Paese (rame a. 0,44, 1. 0,69). 

300. (v. n. 294J. 



154 



IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



Resani (Arcangelo). Cenni biografici al n. 295. 



301. Natura morta (tela a. 1,60, I. 1,70). 
Carracci (Scuola del). 

302. Gesù deposto nel sepolcro (tav. a. 0,84, 1. 0,71). 

303. (v. n. 294). 

Luteri (Battista), detto Battista di Dusso. Cenni biogra- 
fici al n. 16. 

304. Calisto scacciata da Diana (tela a. 0,49, 1. 1,6 1). 

Il paese è uno dei più veri del maestro, eseguito con una 
facilità meravigliosa. Il colore, come sempre, è fosforoscente. 

Porta (Scuola di Fra Bartolomeo della). 

305. La Vergine col Bambino e S. Giovanni (tavola 
tonda, diam. 0.73). 




Vili." STANZA 



155 



Vili/ STANZA 



Pitture della volta, opera del Conca. Rappresentano Enea 
fuggitivo da Troia, Enea innanzi a Didone, Enea nel convito 
con Didone, Enea ammonito da Mercurio perchè- continui il 
viaggio, la Morte di Didone. 

Ornamenti del Marchetti. 

Scultura n. CCLXII. Statua muliebre. 

Dolci (Carlo). Firenze, 16 16-1686. 

Carlo o Carlino Dolci fu seguace di Jacopo Vignali, e la- 
vorò principalmente a Firenze, distinguendosi per la finitezza 
delle sue sacre composizioni, quantunque il suo colore sembri 
di porcellana e le sue figure sieno piene di affettazione. « Il 
« talento dolciastro di Carlo Dolci, la pietà convenzionale 
« delle sue teste chine con occhi roteanti, le sue ombre nere 
« e i suoi effetti di luce, l'eleganza ultra-raffinata delle sue 
« mani, non possono lasciar disconoscere in lui un senso 
« elevato della bellezza, la coscienza e la fusione dell'esecu- 
« zione » (Burckhardt). 

306. Il Salvatore (tavola elittica 0,28 per 0,21). 

Questo quadretto fa perfetto riscontro al n. 340, ma è 
peggiore assai. Il naso è lunghissimo, la bocca non bene col- 
locata, non iscorciante la fronte: è una testa mal costruita. 
Fu acquitato nel 18 18 da Ignazio Grossi. 

Turchi (Alessandro), detto TOrbetto. Verona, 1582-1648. 

Fu allievo di Felice Brusasorci a Verona sua patria, ch'egli 
abbandonò per risiedere a Roma, ove cambiò di maniera con 
lo studio di opere di diversi maestri, e divenne il rivale della 
scuola carraccesca. 



I56 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



307. Cristo nel sepolcro (lavagna a. o, 28, 1. o, 22). 

Quantunque tenebroso, ossidato, fanno buon effetto gli an- 
gioletti rischiarati al chiarore delle fiaccole e il tronco in luce 
verdognolo del Cristo. 

Cesari (Giuseppe), detto il Cav. d'Arpino. Cenni biog. al n. 4. 

308. Decollazione di S. Ciò. (rame dittico o, 3 5 per o, 22). 

Muziano (Girolamo). Cenni biografici al n. 141. 

309. L' incontro sul Calvario di Gesù con Maria (tela a. 
I, 62, 1. 1, 06). 

La pittura è ispirata a una creazione di Sebastiano del 
Piombo, di cui tiene finanche la forma delle dita delle mani 
con le falangi rettangolari. Le due teste sono largamente di- 
pinte, profonda è quella del Cristo. Però l'assenza o la de- 
bolezza del colore, rivela V artista decadente. Negli antichi 
cataloghi era ascritto a Sebastiano dei Piombo. 

i Porta (Baccio della), detto Fra Bartolomeo. Savignano 

} presso Firenze , 1475-1517. 

[ Albertinelli (Mariotto). Firenze, 1474-1515. 

Il l° ricevette, ancor fanciullo, lezioni da Cosimo Rosselli, ed 
ebbe a condiscepoli Pier di Cosimo e Mariotto Albertinelli. 
Come quasi tutti i giovani artisti fiorentini del suo tempo, 
studiò nei giardini di Lorenzo il Magnifico le artistiche scul- 
ture; ma più di tutto influì sulla sua arte Leonardo da Vinci 
e sul suo spirito Girolamo Savonarola, le cui prediche lo 
mossero a farsi monaco, a distruggere le sue pitture e i 
suoi disegni per darsi a D'o. Per alcuni anni abbandonò l'arte, 
ma tornò ad essa il suo grande figliuol prodigo, e seguitò a 
creare immagini grandiose, solenni della Divinità, potente- 
mente equilibrate, sugli ampi fondi architettonici. 

Il 2 0 , condiscepolo di Fra Bartolomeo, fu suo amico inse- 
parabile e cooperatore a più riprese. Quando l'amico si fece 



VIIi. a STANZA 



frate, ne compì la grande opera a S. Maria Nuova, mostrando 
di essersi assimilata Tane sua. La prima opera datata che si 
ha di lui è « la Visitazione » della galleria degli Uffizi, ed 
è uu capolavoro. Mariotto Albertinelli si associò alf amico, e 
lavorò con lui di conserva in molte opere. 

310. La Sacra Famiglia, (tav. a. o, 92, l. 0,80). 

È uno dei quadri eseguiti da Fra Bartolomeo e da Ma- 
riotto Albertinelli, nel 15:1, cioè nel tempo in cui i due ar- 
tisti erano associati nel lavoro. « Sembra », scrive il Padre 
Marchese, « che in questa seconda società T Albertinelli 
tenesse lo studio insieme con quello stesso di Fra Bartolomeo 
nel convento di S. Marco... La nuova società che di consen- 
timento del superiore di S. Marco si istituiva per il Porta e 
l'Albertinelli sembra fosse ordinata nel mcdo seguente. Il sin- 
daco del convento provvedesse a tutte le spese occorrenti ad 
ambidue i dipintori, cioè quanto abbisognasse per colori, tela 
e altre masserizie dell'arte; e al termine della società, venduti 
i dipinti e detratte le spese, il guadagno fosse metà di Ma- 
riotto, e metà del Porta, o a meglio dire, metà del Convento » . 
L'arte non guadagnò gran fatto dal connubio dei due artisti, 
e ne sono una prova queste ed al re « Sacre Famiglie » 
fatte con poche varianti l'una dall'altra, secondo tipi deter- 
minati. In questo quadro, se si toglie la delicata testa delia 
Vergine e la vigorosa di S. Giuseppe, vi sono parti trascu- 
rate, le mani della Vergine tozze, la costruzione della testa 
del Bambino sbagliata e con un occhio fuor di posto. Del- 
l'associazione di Fra Bartolomeo e di Mariotto si ha in questo 
quadro il segno, nei due anelli intrecciati in una crocettina 
rossa, segno distintivo del convento di S. Marco. 




I58 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 

Luteri (Giovanni) detto Dosso Dossi. Cenni biografici al n. 1. 

311. Una donna con due vecchioni e un giovane (tela 
a. 0,60, 1. 0,80). 

Il soggetto non é conosciuto, e il dipinto fu attribuito al 
Giorgione; ma è opera di Dosso Dossi, del periodo giovanile 
in cui eseguì la Ninfa inseguita da un satiro della galleria 
Pitti, pure attribuita al Giorgione. Il verde rame del manto 
della donna che mette in risalto la bella tinta rosata della 
spalla di lei condotta a velature; le carni accese del giovane 
che le sta appresso, e l'abito di questo a larghe pennellate a 
righe con gialli aranciati, sono caratteristici del Dosso. Se i 
molti ritocchi non avessero illividite, oscurate le carni fresche 
e vivide di colore; se non avessero per il restauro perduta 
forza le caratteristiche teste dei due vecchioni, avremmo un'o- 
pera, ammirabile per facilità, della giovinezza del maestro. 

Dandini (Pietro), Firenze 164J - 1J12. 

Imparò l'arte da Vincenzo, suo padre; visitò Venezia, Mo- 
dena, Bologna e Roma, dipinse velocemente e con trascura- 
tezza in generale, 

312. La Sacra Famiglia (tela a. 1,12, 1. 0,90). 
Pulzone (Scipione), detto Gaetano. Cenni biografici al n. 80. 

313. La Sacra Famiglia (tela a. 1,35, 1. 1,05). 

Per il modo con cui sono distinte le tinte fredde dalle calde, 
il dipinto si mostra ispirato all'arte del Barocci; ma non ha 
la fluidità barroccesca, nè la fusione delle tinte. 

Carracci (Scuola dei). 

314. La Vergine lattante (tav. a. 0,30, 1. 0,20). 

È l'esatta riproduzione di un disegno del Louvre attribuito 
a Raffaello. 



Veneziana (Scuola). 



VIII. a STANZA I59 

315. La testa di S. Gio. Battista (tav. a. 0,24,1.0,33). 

Manca di rilievo, anche a causa dell'eguaglianza dei chiari; 
e la bocca non iscorcia. 

Schedoni (Bartolomeo). Cenni biografici al n, 116. 

316. La Vergine col Bambino (tav. a. 0,28, 1. 0,22). 

Cambiasi (Luca). Cenni biografici al n. 123. 

317. Venere e Adone (tela a. 1,40 1. 1,01). 

Le carni argentine della Venere staccano sul bianco len- 
zuolo, eseguito secondo la maniera di frescante, propria del 
Cambiasi. Cupido, stira le tende del baldacchino, per coprire 
gli amori di Venere e Adone. 

Dolci (Carlo). Cenni biografici al n. 306. 

318. La Vergine col Bambino (tela a. 0,86, 1, 0,71). 

È una composizione simile a molte altre del maestro, di- 
ligenti, accurate, ma liscie come di stucco. 

Cali ari (Scuola di Paolo), detto Paolo Veronese. 

319. L'Annunciazione (tela a. 0,64, 1. 0,90). 

L'intonazione nerastra, le balaustre di marmo venato vio- 
lacee, le pieghe accartocciate, con costole luminose, come nello 
Zelotto, mostrano che il dipinto appartiene alla scuola di Paolo. 
A Genova, nella galleria Brignole, si vede lo stesso quadro, 
ma di tinte più dorate. 

Siciolante (Girolamo) da Sermoneta. iV..., m. in Roma 
nel i)8o. 

Fu l'aiuto di Pierin del Vaga, suo maestro, negli affreschi di 
Castel Sant'Angelo e in altre opere; e quantunque apprendesse 
di seconda mano i canoni dell'arte di Raffaello, ne fu buon 
seguace. 



IÓO IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 

320. La Vergine col Bambino e S. Giovanni (tav. a. 
1,25, 1. 0,86). 

Il fondo ricorda in qualche modo il cortile della villa di 
papa Giulio, fuori porta del Popolo. Tanto basta per to- 
gliere al quadro l'attribuzione di Giulio Romano, di cui non 
ha del resto le torbide tinte. Il quadro appartiene però alla 
scuola di Raffaello; è modellato con cura e con gran forza 
di rilievo; è maestoso il tipo della Vergine. 

Valentin (Mosè). Cenni biografici al n. 148. 

321. Gesù alla Colonna (tela a. 1,63, 1. 1,16). 

Di colori stridenti : il bianco niveo del manto fa parere 
di mulatto le carni del Cristo, e il rosso violaceo concorre 
sempre più a quest'effetto. 

Vasari (Giorgio). Areno, 15 12- 1 s 74. 

Come storico lasciò all'Italia il testamento dell'arte del Ri- 
nascimento, come architetto fu tra i migliori del tempo, come 
pittore fu un improvvisatore affrettato, senza splendor di co- 
lore, con le esagerazioni della scuola di Michelangelo, un ma- 
nierista. 

322. Lucrezia (tav. a. 0,73, 1. 0,51). 
Pittura decorativa e vuota. 

Vasari (Giorgio). Cenni biografici al n. 322. 

323. Leda col cigno (rav. a. 0,76, 1. 0,54). 

Bigi (Francesco), detto Franciabigio. Firenze, 1482-1525. 

Fu seguace dell'Albertinelli, condiscepolo di Bugiardini, 
amico di Andrea del Sarto, che egli imitò in modo decora- 
tivo, sommario in alcune opere. 

324. Venere e due Amorini (tav. a. 1,68, 1. 0,67). 

È un dipinto eseguito con pochi mezzi, sì da sembrare un 



Vili.» STANZA 



161 



chiaroscuro a due tinte. L'esecuzione è dura e stentata; i piani 
sono staccati l'un dall'altro, non hanno fusione tra loro, e 
indicano sommariamente la forma. Ond'è che tagliati così 
come coll'accetta, per l'effetto legnoso che ne risulta, la fi- 
gura sembra cavata da un manichino. Tuttavia l'atteggia- 
mento della Venere è nell'insieme elegante. 

Manfredi (Bartolomeo). Cenni biografici al n. 28. 

325. Un vecchio mendicante (tela a. 1,10, 1. 0,76). 

La testa di questo vecchio, per i risoluti lumeggiamenti 
e la densità nera delle ombre fa veramente riscontro alla 
grande tela descritta dell'autore in questa galleria (n. 28). 

Sunder (Luca), detto Cranach. Cranach, 1472 1 $$2. 

Fu discepolo del padre suo, e già nel 1495 dipinse come 
pittore di corte dell'Elettore di Sassonia. Risiedette lungamente 
nel palazzo elettorale a Wittemberg, ove lavorò per tre Elettori, 
e si prese di tanto affetto per Giovanni Federico il Magnanimo, 
suo protettore, che volle rimanere con lui prigioniero per 
cinque anni. Fu amico intimo di Lutero e seguace delle sue 
dottrine. Passò gli ultimi anni della vita a Weimar, e dopo 
la sua morte fu gettata in suo onore una medaglia col suo 
ritratto nel diritto, e avente nel rovescio, congiunto a quello 
di Federico il Saggio, il suo stemma, cioè un attorcigliato 
drago con una corona. 

326. Venere (tav. a. I, 70, L o, 73). 

Ha un cappello rosso in testa piumato a larghe falde, un 
velo tenue attorno come tela di ragno. Alla sua destra sta 
un amorino che dal cavo d'un albero ha levato un favo, per 
cui le api gli si aggirano attorno e sulle braccia. Nerastro è 
il fondo. 



77 Museo e la Galleria Borghese, 1 1 



l62 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



Il quadro reca la data 1531, e questi due distici: 

DUM PUERI ALVEOLO FURATUR MELE AG... 
FURATI DIGITUM CUSPITE FIXIT APIS 
SIC ETIAM NOBIS BREVIS ET PERITURA VOLUPTAS 
QUA PETIMUS TRISTI MIXTA DOLORE NOCAT 

« Non è quella la Venere », scrisse il Montégut, «figlia 
« delle onde caldi e brillanti, sbocciata nell'aria pura, sotto 
« un cielo luciccante; è una Venere figlia della terra fredda 
« ed oscura, nata fra le nebbie, negli antri profondi. È la 
« Venere che fa le sue feste afrodisiache nelle sale delie pa- 
ce reti metalliche del Venusberg ». 

Reca la data e il segno distintivo del pittore, il drago 
coronato : 

Q 

Muziano (Girolamo). Cenni biografici ai n. 141. 
327. Un Profeta (tav. a. o, 99, 1. o, 73). 

Angeli (Andrea), detto Andrea del Sarto. Firenze 1486- 

Fu dopo il 1498 aiuto di Piero di Cosimo, e divenne uno 
de' più grandi coloritori per la trasparenza profonda e lumi- 
nosa e per la fusione delle sue tinte, per il giuoco della luce 
e delle ombre. Dopo che Michelangelo eseguì nel l$o6 il suo 
celebre cartone, Andrea del Sarto imitò quel Grande nel dise- 
gno, mentre nel colore s'ispirò a Fra Bartolomeo. Salito a 
gran fama, fu invitato da Francesco I in Francia, ma l'af- 
fetto per la sua donna Lucrezia del Fede, ch'egli riprodusse 



VIIl. a STANZA 



163 



in molte sue opere, sotto l'aspetto della Vergine Santa, non 
gli permise di godere gli onori prodigatigli in Francia; e tornò 
a Firenze e più non si dipartì dalla moglie. 

328. S. Maria Maddalena (tav. a. 0,58, 1. 0,41). 

È di una grande profondità di chiaroscuro, così che ogni 
tratto sembra avvolto nell'atmosfera e rilevarsi potentemente. 
Sembra che si rifletta un iride di madreperla sulle carni, sulle 
tinte fuse tra loro con arte finissima. I colori sono luminosi 
nelle ombre, argentini nelle parti in luce, e si connettono in 
tenue modo, si distaccano per via di differenze impercettibili 
di valore: il fondo plumbea e il vaso della Maddalena plum- 
beo, la carne del braccio destro e la veste grigio-violacea 
non sono confusi tra loro. I capelli sono fatti con tocchi ra- 
pidi così che sembrano segnati dai peli del pennello, il velo 
della Santa é trasparente, leggero. Il LermoliefT, quantunque 
dicesse questo quadro delizioso, non lo attribuì a Andrea del 
Sarto, di cui pur tiene i caratteri e la magìa della tavolozza. 

Pier di Lorenzo, detto Pier di Cosimo. Firenze, 1462-1521. 

Studiò sotto Cosimo Rosselli, che lo prese con sè a Roma 
quando l'ultima volta nel 1480 lavorò nella Cappella Sistina 
S'ispirò al Signorelli, al Verrocchio e a Leonardo. Preferì i 
soggetti mitologici ai sacri, e li trattò in modo originale, fan- 
tastico, talora da quel pittore bizzarro ch'egli era. Nei paesi 
fece particolari con molta cura. 

329. Il giudizio di Salomone (tav. a. m. 0,67, 1. m. 0,52.) 

Il quadro sembra uno studio di prospettiva, e dimostra come 
l'autore si proponesse più l'applicazione di leggi prospettiche 
che lo sviluppo della composizione e del soggetto. Tutta l'ar- 
chitettura è segnata a graffito con il compasso e con una punta 
sull'intonaco a gesso; e tutte le figurette si movono simme- 
tricamente rispetto all'asse mediano del dipinto; sono raggrup- 
pate, piegate in modo da fare perfetto riscontro alle altre op- 
poste. Potrebbesi dire che se la tavoletta venisse divisa per 



164 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



metà, e si sovrapponessero le due parti, nel maggior numero le 
figure dell'una coinciderebbero con le figure dell'altra. Questo 
dipinto, come bene osserva il LermoliefT, dovette essere ese- 
guito per ornamento di un mobile. Ha simiglianze coi fram- 
menti Ji cassone, che si vedono nella R. Galleria degli Uf- 
fizi, rappresentanti il mito d'Andromeda. 

Circignani (Niccolò), detto Pomarance. 15 16-1591. 

Scolare di Santi di Tito, fu aiuto di questo pittore nel di- 
pingere la sala del Belvedere. Toltosi dalla tutela del maestro, 
si recò ad Orvieto e a Roma, ove stette tutta la vita. La cu- 
pola di S. Pudenziana è citata come la migliore e la mag- 
giore opera sua. 

330. Sacra famiglia (tela a. 1,75, 1. 1,10). 
Angeli (Copia da Andrea), detto Andrea del Sarto. 

331. La Vergine col Bambino e alcuni Angeli (tav. a. 
o, 94, 1. o, 77). 

La galleria di Madrid possiede l'esemplare di questo dipinto al 
n. 384 e un'antica copia al n. 389. 

Fiorentina (Scuola). 

332. Madonna col Bambino (tav. a. o, 64, 1. o, 46). 

Il gruppo della Vergine col Bambino è incompiuto e ri- 
fatto: solo le castigate pieghe a destra del manto ricadente 
sul braccio della Vergine rivelano il buon maestro. Questo 
ancora meglio si riconosce nel paesaggio freddo alla fio- 
rentina, con un San Giuseppe di michelangiolesca grandiosità e 
di gran forza di colore. 

Bugiardini (Giuliano). Firenze 1472-1554. Cenni biografici 
<*/ n. 177. 

333. La Vergine col Bambino Gesù e S. Giovanni (tav. 
a. o, 85, 1. o, 68). 



VlII. a STANZA 



165 



Angeli (Andrea), detto Andrea del Sarto. Cenni biografici 
al n. 328* 

334. La Sacra Famiglia (tav. a. 1 , 54, 1. 1,01). 

La Madonna ha un drappo azzurro sulla testa, la soprav- 
veste di un tenue viola con manica sino ai gomito, la sot- 
tomanica che copre l'avambraccio è giallastra, azzurro il manto 
che serpeggia con più curve presso terra e ne avvolge le 
gambe. Ma tutti quei violetti, quell'azzurro smorzato e opaco, 
quella lividezza di tinte, quegli effetti cenerognoli mostrano 
che l'arte aveva perduta la vivezza de' suoi smalti. Anche il 
disegno non ha più la perfezione antica: i due putti, ad esempio, 
sono assai convenzionali, con gli arti superiori e inferiori, 
colossali negli attacchi, strettissimi nell'estremità; il S. Gio- 
vanni sembra un Ercole giovane, e non ha il ventre del fan- 
ciullo ma dell'uomo. La Madonna invece ha la bellezza gran- 
diosa delle donne di Andrea del Sarto. In alto del quadro 
sta il monogramma dell'artista consistente in due A intrecciati. 



Il Lermolieff ritenne questo quadro come una delle tante copie 
che ne furono eseguite, perchè gli parve troppo dura e stu- 
pida l'esecuzione per essere del maestro; ma a noi sembra 
di riscontrare in essa tutti i pregi e i difetti delle opere del- 
l'età avanzata di lui, i pregi tecnici sempre ammirabili, nono- 
stante la convenzionalità loro, il difetto di sentimento e d'anima. 

Porta (Scuola di Fra Bartolomeo della). Cenni biografici 
al n. $10. 




1 66 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



335. La Vergine e Sant'Anna coi loro figli (tav. a. m. 
x, 12, 1. o, 90). 

Il quadro ha perduto la sua patina e l'ultima superficie del 
colore, così che riesce arduo oggi a darne un giudizio. Fu 
attribuito nolla galleria Borghese a Fra Paolino da Pistoia, e 
prima si attribuiva a Fra Bartolomeo medesimo. Potrebbe es- 
sere un'opera di Fra Paolino, eseguita, sì come soleva fare, 
combinando parti di cartoni avuti dal maestro. Le due figure 
di Sant'Anna e di S. Giovanni sono divenute indeterminate 
e fiacche, e tuttavia il San Giovanni, che si torce ridendo, 
è una vivace figura di bambino. 

Bugiardini (Giuliano). Cenni biografici al n. 177. 

336. Madonna col Bambino e S. Giovanni (tav. a. 0,80, 
h o, 60). 

La pittura è di un grande stento. Il gruppo è disposto in 
modo piramidale, con le figure raccolte come in una scultura. 
La Madonna ha un manto verde scuro, altre volte azzurro; 
ma domina in questo quadro, come in molti altri del Bugiar- 
dini, il color roseo. È vuoto nel modellato; e le tre figure 
che sorridono hanno qualcosa di grottesco, forsanco per la 
piccola distanza che passa dal naso alle labbra. 

Allori (Angiolo di Cosimo), detto il Bronzino. Cenni 
biografici al n. jj. 

337. Cleopatra (lavagna a. 0,78,1. 0,56). 

E' un quadro similissimo alla Lucrezia di questa galleria, 
n. 7J, della prima maniera dell'artista. 

Fiorentina {Scuola). 

338. Madonna col Bambino (tav. a. 0,88, 1. 0,62). 

È un quadro che ha sofferto molto, molto dilavato, e che 
tuttavia richiama l'arte del Bugiardini. 



VlII. a STANZA 



167 



Cambiasi (Luca). Cenni biografici al n. 123. 

339. S. Girolamo (tela a. 1,70, 1. 1,20). 
Dolci (Carlo). Cenni biografici al n. 306, 

340. La Vergine Addolorata (tav. elitlica 0,28 per 0,21). 
E' una replica della nota Madonna del Dito, esistente nella 

galleria Pitti. Fu venduta al principe Borghese nel 1818 da 
Ignazio Grossi. L'espressione della figura è anemica, di fan- 
ciulla cresciuta in un convento, nelle astinenze e nelle pratiche 
divote. L'esecuzione è metallica, nonostante che il pittore vi 
abbia lavorato attorno con cura. Intorno al capo della Vergine 
è sparsa una nube di polvere d'oro, il drappo che le copre il 
capo ha risvolte violette con cangianti e degradazioni. 

Cantarini (Simone), detto il Pesarese. Cenni biografici al 
n. 229. 

341. S. Sebastiano (Rame a. 0,33, 1. 0,26). 

Carracci (Ludovico). Cenni biografici al n. 58. 

342. Testa di vecchio (tela a. 0,36, 1. 0,28). 

È uno schizzo eseguito maestrevolmente, con le consuete 
tinte del maestro fredde e verdognole nelle carni. 

Pier di Lorenzo, detto Pier di Cosimo. Cenni biografici al 
n. 329. 

343. La Vergine adorante il Bambino, S. Giovanni e 
Angioli musicanti (tav. diametro 1,40). 

É la larva di un dipinto. La sola cosa conservata è il fondo 
con la figuretta di un S. Giuseppe che conduce al pascolo il 
bue e Pasinello; e nel fondo vediamo un nevoso monte a picco 
con piante ancor verdi, e uguali il giallo del manto di S. Giu- 
seppe, della pelle del bue e del piano. Nonostante questo 
color d'itterizia, e gli stinchetti degli Angioli, le lunghe 
enormi coscie della Vergine, e ìa puerile rappresentazione del 
sorcio che cade nella trappola a destra, il quadro fu attri- 



1 68 JL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



buito in antico a Raffaello. Il Lermolieff lo assegnò a Pier 
di Cosimo. • 

Allegrini (Francesco). Gubbio, ij8j-i66^. 

Fu seguace del cav. d'Arpino, e ne ereditò le virtù e i vizii, 
come si vede dalle opere sue di Gubbio, Savona e Genova. 

344. Battaglia (tav. a. 0,56, 1. 1,40). 

Il fondo di cenere, tutto nebbioso dà un risalto conven- 
zionale alle figure. 

Lauri (Filippo). Roma, 162 3-1694. 

Fu allievo di Angelo Caroselli, contemporaneo di Romanelli 
e di Ciro Ferri. Ad eccezione delle grandi figure di Adamo 
e di Eva nella chiesa della Pace in Roma, esegui sempre 
piccoli quadri con minuziosa maniera. 

345. Un conflitto navale (tela a. 1,12, l. 1,57). 

Sono riprodotti con molta precisione le navi ne' più piccoli 
particolari, con le bi-ndiere issate recanti gli stemmi delle 
potenze guerreggianti. 

Salvi (Giovanni Battista), detto il Sasso ferrato. N. a Sas- 
sof errato, i6o$-]68j. Scuoia romana. 

Questo Pittore fu allievo del padre suo, Tarquinio Salvi, 
ed ottenne qualche maggiore dignità di stile de' suoi con- 
temporanei, per avere con grande accuratezza copiato quadri 
del Perugino e di Raffaello: anche nel colorito, generalmente 
debole e scialbo, trovò talora una ricca gamma per rimini- 
scenza delle pi f ture antiche. Vedasi ad esempio il quadro della 
chiesa di Santa Sabina in Roma. Fra gii artisti sdolcinati o 
vuoti del secolo XVII, il Sassoferrato si distingue con le sue 
opere piene di dolcezza e di sentimento religioso, di una tran- 
quillità perdutasi nell'arte di quel tempo. 

346. Le tre Età dell'uomo (tela a. 0,94, 1. 1,57). 



Tav.X. 




Vlll. a STANZA 



È una copia fedele, ma fredda del dipinto di Tiziano ora 
nella galleria di Bridgewater. Un'altra copia è presso i Doria. 

Tisi (Benvenuto), detto il Garofolo. Cenni biogr. al n. 204 

347. La Conversione di S. Paolo (tela a. 2,47, 1 1,57). 

Il dipinto mostra a quali aberrazioni giungesse il Garofolo, 
poi che vide Giulio Romano. Più non riesce che a contor- 
cere malamente ogni figura ed ogni foni. a. La luce che do- 
vrebbe piover dall'alto sembra stoppa bagnata. Reca la data: 

Filipepi (Sandro), detto il Bottinili. Firenze, 1447-ifio. 

Giovanetto fu discepolo dell'orafo Botticelli, poi di Fra Fi- 
lippo Lippi; e subì quindi gl'influssi dei Poliamoli, del Ver- 
rocchio e di Leonardo. Il sentimento poetico ravviva le fi- 
gure del Botticelli, piene di grazia, e le sue allegorie profane 
e le sue storie bibliche. Dai Poliamoli e dal Verrocchio trae 
la sua plastica forza, l'energia dell'espressione, la bruna to- 
nalità: dalla sua anima, la dolcezza toscana, la gentilezza de- 
gli atteggiamenti, la letizia degli effetti. Le sue Madonne circon- 
date da cherubini sembrano vive illustrazioni del Paradiso di 
Dante. E Dante fu autore caro a Botticelli che ne illustrò 
la Divina Commedia. Nella cappella Sistina in Roma, ove di- 
pinse nel 1481-82, si eresse un monumento di gloria. Negli 
ultimi anni della sua vita visse a spese del suo passato, e 
seguì Savonarola ne' suoi mistici ardori. 

348. Madonna col Bambino, S. Gio. ed Angioli (tavola 
del diametro di m. 1,70). 

Tutto il sentimento poetico di Sandro Botticelli spira in" 
questo dipinto, tutta la soavità della sua anima negli atteg- 
giamenti delle amabili figure giovanili che circondano il no- 
bile gruppo della Vergine col Bambino. Le mani delle figure 



I7O IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



non toccano, ma sfiorano leggermente, accarezzano le cose a 
cui si avvicinano ; e la sola mano che preme è quella del 
terzultimo angiolo a sinistra di chi guarda, ed è riiatta. Le 
labbra semiaperte degli angioli pare che mandino una voce 
argentina, che esprimano col canto le laudi della V ergine ; e 
intanto il piccolo S. Giovanni con una grazia di movimento 
e un sentimento di tenerezza, che fa dimenticare le sue pro- 
porzioni troppo meschine, con un ginocchio a terra, guarda 
a Gesù. Un ritmo di colori azzurri e rossi con lumeggia- 
ture d'oro danno al quadro una luce di festa, e abbelliscono 
la festa i tre candelabri d'oro terminati a patere che sosten- 
gono rose bianche e rosse, e i gelsomini che spuntano sulle 
teste degli angioli incoronate di gelsomini, di rose bianche e 
rosse, di rose selvatiche, e la corona di azzurrini cardi sil- 
vestri che s'intreccia al polso di un angiolo. Il manto az- 
zurro della Vergine è assai ridipinto, e il panno turchino che 
involge il Putto è assai danneggiato. Il Morelli ammise che 
il cartone di questo quadro potesse essere s:ato eseguito dal 
maestro stesso, ma non che la fattura del dipinto gli ap- 
partenesse : non vi trovò la vivezza del sentimento, nè la 
trasparenza del colore del Botticelli, e una mancanza di vita 
nelle mani, c le capigliature senza spirito. Invece a noi sembra 
un'opera delle più beile del gentilissimo maestro fiorentino. 

Oresti (Domenico), detto il Passignano. [Cenni biografici 
al n. 33 ). 

349. Deposizione di Cristo nel sepolcro (tela a. 1.60. 

1. 1,38). 

È così glaciale per colore e per espressione, che anche i 
vivi sembrano morti. Gli azzurri sono stridenti, mentre è ac- 
curatissimo il modellato e forte la testa del vecchio calvo. 

Giordano (Lue*). Napoli 16 3 2- 1 70 

Fu un grande improvvisatore di op^re pittoriche questo 
scolaro di Ribera e di Pietro da Cortona, e imitatore dei Ve- 



VIII. a STANZA 



I 7 I 



neziani nel colorito. La sua fecondità straripava per ogni dove, 
■così che grandi pareti furono coperte dai suoi affreschi, le gal- 
lerie rigurgitarono de' suoi quadri. Quella di Madrid ne pos- 
siede più di cinquanta. 

350. Il martirio di Sant'Ignazio vescovo (tela 0,99, 

J. 1,21). 

Il colore è filiforme, e mostra lo sforzo dell'artista di met- 
tere in evidenza la sua abilità nel maneggiare il pennello; e 
tuttavia non riesce che a produrre una caricatura dell'arte di 
Ribera, un'opera che s'arresta alla superficie, senza verosimi- 
glianza nel solchi delle mani vuote. 

Venusti (Marcello). (Cenni biografici al n. 133). 

351. Cristo in croce, la Vergine e S. Giovanni (tela a. 
2,25, 1. 1,35). 

La sola figura che ricorda il fare di Sebastiano del Piombo, 
a cui fu ligio il Venusti, è la figura del Cristo. 

Fiorentina (Scuola). Fine del secolo XV. 

352. Il presepe (tav. tonda, diametro di m. 0,78). 

È un dipinto sgraziato di un artista di campagna o di un 
macinatore di colori. Non ha disegno, non ha conoscenza della 
forma e delle leggi di prospettiva. Si osservi, ad esempio, la 
fascia del divin Bambino che dovrebbe coprirne il ventre e ne 
circonda una coscia : si ponga mente alla bocca torta del 
Sa» Giuseppe, alle mani senz'ossa della Vergine e all'altra 
con le dita pure congiunte di uno dei pastori, tagliate diritte 
come quelle di marionette; si guardi anche ai contorni nerastri 
e grossi delle figure, e infine alle macchiette, che si vedono 
lungo le vie della campagna, disegnate in modo puerile, con 
naso, bocca e occhi accennati con punti neri. Eppure nono- 
stante la debolezza, la povertà d'ogni tratto del quadro vi è 
qualche riverbero della grand'arte fiorentina nel bel rosso della 
veste della Vergine, nel bel turchino del manto, nell'insieme 



I72 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



della composizione dei tondo. Forse il misero coloritore aveva 
qualche ricordo innanzi di Filippino Lippi. Eppure vi fu chi 
guardò quest'opera alla lontana, molto di lontano, e l'ascrisse 
ai Poliamolo ! 

Rosa (Salvatore). Arenella (presso Napoli), 161$ - 1673. 

Frequentò lo studio dello Spagnoletto, poi quello di Aniello 
Falcone, pittore di battaglie. Nonostante gl'incoraggiamenti del 
Lanfranco, non riuscì ad essere accolto e protetto dalla casta 
di artisti dominanti a Napoli ; e determinò di cercare « fuor 
di lei le glorie sue * . Si recò nel 1635 a Roma, e vi tornò 
nel 1637, e dipinse fra le altre cose « Tizio lacerato dall'a- 
voltoio » , pittura che, esposta alla Rotonda, destò molta am- 
mirazione; ma le mordaci satire al Bernini, ai musici e ai 
signori di Roma gli alienarono gli animi di molti Nel 164.0 
si recò a Firenze, al servizio dei Medici, e vi stette sino al 
1649; tornò ii quest'anno a Roma, e vi dimorò sino alla 
morte. Eccelse nel paesaggio: dapprima rappresentò in esso 
soldati, pezzenti e ladri, poi figure meno volgari, spesso però 
su di un fondo triste, con roccie aspre, con boschi schiantati 
dai turbini, con luci sinistre, con rupi flagellate dai flutti in 
tempesta. A. grado a grado però il pittore si fece più grandioso 
e più calmo. E intanto con le sue satire dimostrava « una 
dignità, una fierezza, veramente ammirabile in quel secolo 
cortigianesco, del poeta e dell'uomo » (Cesareo). 

353. Una battaglia (tela 0,73, 1. 1,37). 

Sul cielo rossastro, velato dal fumo della battaglia, spiccano 
cavalli e cavalieri con armature fosforescenti, tutti schizzati con 
rapidità singolare. 

Bril (Paolo). Cenni biografici al n. 12. 

354. Un porto di mare (tela a. 1,12, 1. 1,56). 



lX. a STANZA 



173 



IX* STANZA 



Pitture della volta, op. di Cristoforo Unterberger (E- 
seguì quest'opera nel 1786, e fu moUo lodata, come degna 
del pittore che fu prescelto dal Mengs per compagno nel di- 
pingere la camera dei Papiri al Vaticano). Rappresenta le 
forze d'Ercole e la sua apoteosi. 

Ornati del Marchetti. 

Scultura CCLXIII. Statua chiamata volgarmente la Zinga- 
rella (È di bell'effetto per la commistione del bronzo con do- 
rature, del marmo bigio e bianco, per la gentilezza della te- 
stina della cosidetta Zingarella. È opera della fine del secolo 
XVI). 

Salvi (Gio. Battista), detto il S ssoferrato. Cenni biografici 
ai n. 346. 

355. Copia della « Fornarina di Raffaello» (tav. 0,83, 
1. 0,57). 

La copia del ritratto meraviglioso di Raffaello esistente nella 
Galleria Barberini giunse a noi come opera di Giulio Romano, 
ma la faticosa diligenza e la esecuzione leziosa è tutta carat- 
teristica del Sassoferrato. Vi è anche il suo colore freddo e 
sbiancato, e v*è il suo modo di s umare i contorni con mo- 
dellatura linda e il suo impasto chiaro ma crudo. 

Cesari (Giuseppe), detto il Cav. d'Arpino, Cenni biografici 
al n. 4. 



174 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 

356. La cattiwa di Gesù nell'orto (rame a. 0,77, 1. 0,56). 

Vi è nel quadro un bel contrasto, di luci, ma i nudi sono 
verdastri, la composizione è sconvolta. 

Cantarini (Simone), detto il Pesarese. Cenni al n. 229. 

357. S. Giovanni Battista (tela a. 0,45, 1. 0,60), 

Sanzio (Scuola di Raffaello). 

358. La Vergine col Bambino (tav. a. 0,80, 1. 0,54). 

E' una copia antica tratta dall'originale di Raffaello esi- 
stente in Inghilterra presso Miss Burdett Coutts: le luci sono 
forzate, e il putto ha un rilievo che manca nella Madonna. Il 
qu.;dro era ridipinto, e nel 1 8 7 5 fu messo a nudo col metodo 
della rigenerazione dei dipinti del Fettenkofer. 

Patenier (Joachim). Cenni biografici al n. 199. 

359. Paese (tav. a. o, 23, 1. o, 40). 

Mignon (Abramo). Francoforte 1640-1679. 

A sette anni fu messo sotto la disciplina di Jacob Moreels, 
pittore di fiori di Francoforte, che, in uno de' suoi viaggi in 
Olanda, condusse l'allievo con sè, e lo mise allo studio 
presso Davidsz de Heem affinchè si perfezionasse. E divenne 
il più stimato pittore tedesco di frutti e fiori. 

360. Fiori (tav. a. o, 23, l. o, 20). 

Veneziana (Scuola). 

361. Il Presepio (tav. a. 0,23, 1. o, 31). 

Mignon (Abramo). Cenni biografici al n. 360. 

362. Fiori (Rame a. 0,23, 1. 0,21). 

Patenier (Joachim). Cenni biografici al n. 199. 



IX. a STANZA 



r 75 



363. Paese (tav. a. 0,23, 1. 0,40). 

Berrettini (Pietro) da Cortona, N. a Cortona, 1596-1669* 
— Scuola fiorentina. 

Andrea Commodi, fiorentino pittore, ne guidò i primi passi 
nell'arte a Firenze e a Roma, ove lo lasciò alla scuola di 
Baccio Ciarpi. Grazie alla protezione del cav. Marcello Sac- 
chetti, egli trovò la via di fare apprezzare i suoi studii del- 
l'antico e di Polidoro da Caravaggio, e il suo talento pitto- 
rico. I Barberini gli posero stima, e pei essi, sotto la dire- 
zione del poeta Francesco Bracciolini, dipinse una gran sala 
nel loro palazzo alle Quattro Fontane. I Medici lo chiamarono* 
a Firenze per dipingere nel palazzo Pitti, ove mise sempre 
in evidenza i suoi studii dell'antichità, nelle armature di Re 
e d'Imperatori, nei calzari, nelle celate, nelle targhe ornatis- 
sime. Fu dotato d'una grande facilità, come lo dimostrano 
le numerose opere sue, non solo le colossali ad affresco, ma 
ancora i quadri da cavalletto. Delineò anche un atlante ana- 
tomico, che fu edito in Roma nel 1 74 1 . Pietro da Cortona 
fu capo della scuoia rivale a quella di Andrea Sacchi; e i suoi 
discepoli si dedicarono ali i pittura a fresco, come la più propria 
per isbizzarire la fantasia, e infatuati de' grandi effetti dai 
maestro ottenuti con le grandi masse di ombre, con le sue 
figure titaniche librate fra le grandiose architettare. 

364. Ritratto di Giuseppe Ghislieri, fondatore del collegio 
omonimo in Roma (tela a. 1,52, 1. I, 37). 

Il ritratto è eseguito secondo la maniera di Van Dyck, ed 
è di una verità po:ente, d'un'esecuzione magistrale specialmente 
nell'abito nero con poche luci. La tela fu allargata ai lati, 
tanto che la bella figura nel troppo spazio non campeggia in 
modo giusto ed equilibrato. 

Circigaki (Nicolò) detto Pomarance. Cenni al n. }jo. 
36$. Sacra Famiglia (tav. a. o, 68, 1. o, 52). 

Fiorentina (Scuola). 



I76 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



366. La Vergine col Bambino e S. Giovannino (tav.a. o, 66, 
1.0,47). 

La mano sinistra della Vergine fu rifatta, e gran parte del 
rimanente è ridipinto; ma le ciocche dorate dei capelli, il giallo 
topazio della manica, il rosso granato delia veste, il velo tra- 
sparente, lo smalto della bella testa di San Giovannino, mo- 
strano una grande potenza di coloritore nell'autore della ta- 
voletta. 

Perugino (Scuola del). 

367. La Vergine col Bambino (tav. a. 0,58, 1. 0,45). 

Si trovano molte copie simili di questo quadro in parec- 
chie gallerie, e tutte vanno sotto il nome di Giovanni Spagna 
e di Eusebio da S. Giorgio. 

Rapfaello (Copia da). 

368. La Sacra Famiglia (tav. a. 1,20, 1. 0,93). 

È una copia nerastra, con toni azzurri quali si riscontrano 
in quadri bolognesi del seicento. Ricorda per la forma il quadro 
di Raffaello nel Belvedere di Vienna, indicato come rappre- 
sentante « il Riposo in Egitto ». 

Santi (Raffaello), detto Raffaello Sanzio. N. a Urbino 
nel 1483, m. nel 1520. Scuola timbra. 

Raffaello, figlio del pittore e poeta Giovanni Santi, a un- 
dici anni rimase orbato del padre, e entrò giovinetto alla 
scuola del Perugino, nel tempo in cui questi era salito al- 
l'apice dell'arte e della fama. L'influsso subito dal grande 
maestro umbro e dal Pinturicchio si appalesa nelle prime 
opere di Raffaello, ma già nella incomparabile soavità delle 
sue figure fiorenti di giovinezza, nella delicatezza dei movi- 
menti si manifesta il suo genio: anche quando non fa che 
tradurre le figure del maestro, che riprodurne esattamente le 
composizioni, che servirsi de' cartoni di lui, Raffaello puri- 



IX." STANZA 



I 77 



fica, nobilita le forme dell'originale. Nel 1504, si recò a Fi- 
renze, ove Michelangelo e Leonardo da Vinci esercitarono 
sull'animo dell'Urbinate la più profonda impressione, e scos- 
sero la sua fedeltà alle tradizioni dell'arte umbra. Non più 
i tipi amabili ma stereotipati di essa, non più l'opera di pu- 
litura, di perfezionamento dalle forme che Fiorenzo di Lo- 
renzo aveva prima determinate, e che il Perugino aggraziò; 
ma la ricerca profonda del vero e della vita eccitò il pittore. 
Agli esempi di Leonardo e di Michelangelo, che in quel tempo 
si disputavano la palma della gloria coi cartoni per le pit- 
ture della sala del Gran Consiglio, s'aggiunsero quelli di 
Fra Bartolomeo della Porta, co' suoi seducenti effetti di chia- 
roscuro, con la grandiosità delle sue figure luminose ; s'aggiun- 
sero infine gli esempi antichi e moderni di un'arte eletta, 
trionfante alle rive dell'Arno e nell'Italia risorta a civiltà. 
Nel 1508 Bramante, il grande conterraneo di Raffaello, lo 
chiamò a Roma; e Giulio II gli commise di dipingere la 
Stanza della Segnatura. Vi dipinse la Disputa del Sacramento 
e poscia la Scuola d'Atene, il Parnaso e le Tre figure allegoriche. 
Se nella Disputa si trovano ancora traccie d'incertezza arti- 
stica, nella Scuola d'Atene abbiamo « il più leggiadro, il meglio 
equilibrato ed il più perfetto consesso di figure che sia stato 
mai posto insieme dal genio del Rinascimento, e la scena 
nella quale l'azione si svolge è la più splendida manifesta- 
zione di architettura monumentale » (Crowe e Ca v ale as elle) . 
Il lavoro fu condotto a fine nel 15 11, nell'ottavo anno del 
pontificato di Giulio II. Mentre Raffaello lavorava a conti- 
nuare la sua epopea, nella seconda stanza del Vaticano, detta 
dell'Eliodoro, morì quel pontefice, e gli succedette Leon X, 
che sopraccaricò l'artista di commissioni. Egli tuttavia seppe 
bastare a tutto, con la cooperazione de' suoi discepoli, fra cui 
Giovanni da Udine, Gian Francesco Penni, detto il Fattore, 
e Giulio Romano, e talora con quella di artisti provetti, giunti 
a Roma ad ammirare i trionfi dell'arte nuova, fra cui Pelle- 
grino Munari, detto Pellegrino da Modena. L'attività di Raf- 
faello diviene prodigiosa, e talora la rapidità va a scapito 



// Museo e la Galleria Borghese - 12. 



I78 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 

della perfezione dell'arte sua. Ma egli s'eleva ancora, il suo 
colorito s'accende, e segna il meriggio dell'arte, con la messa 
di Bolsena di uno splendore di colore meraviglioso, crea Ma- 
donne romanamente formose e solenni, applica la pittura ai 
principii dell'arte monumentale nella Farnesina e nella chiesa 
di Santa Maria della Pace. Non è dato qui di tracciare i con- 
torni della vita dell'Urbinate ne' suoi ultimi anni, nel con- 
tinuare l'opera di Bramante, nell'in vigilare gli scavi di anti- 
chità, nel meditare la ricostruzione dei monumenti archeolo- 
gici di Roma, nell'ornare le ville pontificali. Alle opere per 
il palazzo del Papa, per le loggie vaticane, per la cappella 
di Agostino Chiari a S. Maria del Popolo, aggiungansi quelle 
eseguite per Re, Principi e Cardinali. Poi i cartoni per gli 
arazzi; poi i ritratti d'uomini e anche d'animali, perchè Leon X 
gli commise di dipingere il ritratto dell'elefante avuto in dono 
dal re di Portogallo; poi le decorazioni per i teatri, ove si 
rappresentavano le commedie dell'Ariosto, e :,i ballava alla mo- 
resca, e faceva lazzi Fra Mariano buffone. 

Raffaello morì nel 1520 di 37 anni, il Venerdì Santo, come 
nel Venerdì Santo era nato; e la sua tomba posa nel Pan- 
theon, accanto a quella della nipote del cardinal Bibbiena, 
sua fidanzata. L'ultima opera della sua mano fu la Trasfigu- 
razione, ma la lasciò poco più che disegnata. I suoi scolari 
posero l'opera sublime dietro il suo letto di morte, quando 
Raffaello spirò, quando venne meno, al dire di un contem- 
poraneo, il gentilissimo Raffaello da Urbino. La sua fama gi- 
ganteggiò nel tempo, e bene fu detto «che ne' più lontani 
paesi, agli uomini men colti, dove d'Italia è ignorato il luogo 
e la storia, essa si presenta alla fantasia come la patria di 
Raffaello e Michelangelo : le altre altezze spariscono, ma quei 
Grandi si levano come vette di montagne lontane che paiono 
avvicinare la terra al cielo » . 

369. Deposizione dalla Croce, (tav. a. 1,84, 1. 1,76). 

Quest'opera fu eseguita dall'Urbinate per Atalanta Baglioni di 
Perugia, compiuta nel 1507 e posta nella chie sa di S. Fran- 



IX. a STANZA 



I 7 9 



cesco di quella città, ove rimase sino al 1608, nel quale 
anno entrò nella collezione Borghese. Nel febbraio del 1797 
fu portata da Francesi a Parigi e riportata a Roma nel 1 8 1 5 . 
« In questo quadro », scrivono Crowe e Cavalcaseli, « il sen- 
timento umbro che si rivela nella dolce curva di certe linee, 
contrasta con l'elemento fiorentino che predomina nella ap- 
plicazione delle leggi dei bassorilievo, per ciò che si riferisce 
specialmente ai panneggiamenti. Il gusto castigato di Raffello 
si mostra nella gentilezza delle forme, nei nobili lineamenti 
delle figure e nella dolce espressione ci sentimento. Pure, 
fatta eccezione della figura del Cristo, la bellezza delle cui 
forme quiete e serene è forse superata dalla perfezione del 
corpo e delle membra che paiono cesellate; e fatta anche ec- 
cezione della graziosa figura della giovane Maddalena che 
tiene la mano del Redentore, e di alcune parti del gruppo 
delle Marie, che sono condotte con la più nobile purità, non 
mancano qua e là frequenti indizi di durezza e di affettazione; 
e questi notansi particolarmente in quel giovane alquanto ri- 
gido nel movimento che tiene i lembi de' lenzuolo ai piedi 
del Cristo; nello sforzo poco naturale di quello che cammina 
per indietro, tenendo uno dei s..oi piedi sul gradino che 
mette alla sepoltura, e nel passe troppo lungo del suo com- 
pagno più vecchio. Notasi una certa immobilità in qualcuno 
dei visi, sebbene in sostanza il genio di Raffaello si riveli 
grandioso nella varietà delle espessioni eh' egli riesce ad ot- 
tenere specialmente con la vivacità dello sguardo e col mo- 
vimento delle labbra. Forse devesi alla cooperazione di Do- 
menico Alfani se alcune parti della pittura non palesano ap- 
pieno la fine delicatezza e maestria della mano di Raffaello. 
Il ricorrere di Raffaello a Michelangelo è qua e là manifesto, 
e più specialmente nel gruppo delle Marie e nella Vergine 
svenuta. Se noi consideriamo la brunita e lucente purità delle 
carni, le ombre di certi colori rossi, rilevati con grigi plumbei, 
o la mirabile intensità di certi verdi, specialmente quelli velati 
con bitume, che appariscono di tanta ricchezza nell'abito del 
giovane che sostiene il cadavere e del suo compagno, non 



l80 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



possiamo non ammirare lo splendido colorito del quadro. 
Umbri per la disposizione delle linee (sebbene nel trattamento 
assai vicini alla maniera dei Toscani) sono il paese ed il cielo, 
su cui spiccano le figure, e costituiscono uno dei più bei 
fondi di quadro che Raffaello abbia mai creati » . Il quadro 
porta riscrizione: 

- RAPHAEL-" 
•VRBÌNAS- 
•ìMDVI!- 

Siciolante (Girolamo), da Sermonela. Cenni biog. al n. $20. 

3 70. La Vergine Sant'Elisabetta e S. Giovanni che offre 
un cardellino a Gesù. (tav. a. 1,45, 1. 1, io). 

È più floscio delle altre Madonne di Siciolante da Sermo- 
neta esistenti in questa galleria, ma è sempre ispirato all'arte 
di Raffaello, sempre con architetture nel fondo, con la Madonna 
dall'aspetto nobile e fine, dai mento stretto. 

Fiorentina (Scuola). 

371. Maddalena Strozzi in figura di S. Caterina (tav. a. 
m. 0,67, 1. m. 0,56). 

La beila testa con occhi grandi azzurrini, le guancie pia- 
nette, le labbra sottili, i capelli biondi arricciati recanti una 
piccola rama d'oro nella discriminatura, stacca su fondo di 
cielo diafano, limitato aL'orizzonte da una linea di montagne. 
Le bianche carni del volto e del collo, con chiari argentini 
che danno un effetto di madreperla e freddo alla figura, sono 
finamente modellate, specialmente quelle della tenera spalla 
sinistra ; e ricevono risalto dalla banda di velluto amaranto 
nell'orlo del corsetto giallo. Un manto roleo, con risvolte can- 
gianti tra il roseo e il giallo biancastro, involgono la gen- 
tile personcina. Le mani sono inferiori al resto della figura 



IX." STANZA 



181 



sono ossee, grossolane, forse perchè il pittore non ebbe per 
esse a modello, come pel resto, il ritratto che di Maddalena 
Strozzi fece Raffaello Sanzio. Il quadro negli antichi cataloghi 
fu attribuito alla scuola del Perugino. Nel disegno che di Mad- 
dalena Strozzi fece Raffaello, e che ora trovasi al Louvre, ve- 
donsi le due colonne le quali limitano lateralmente questo 
ritratto, e che Raffaello tralasciò nell'eseguire il suo. Cosicché 
può supporsi che a quel disegno si ispirasse il pittore. Il Mo- 
relli trovò nel quadro le qualità di Ridolfo Ghirlandaio ed 
altre del Granacci. Nel paesaggio vide specialmente i carat- 
teri del Granacci. Potrebbe essere forse un'opera giovanile 
di Andrea del Sarto, perchè nelle mani, ove il pittore non 
potè copiare il disegno di Raffaello, si veggono tinte simili 
a quelle di Andrea; e nei chiari dorati del manto roseo, e 
nella freddezza generale del dipinto, e nell'assenza di scuri si 
hanno alcuni caratteri conservati da Andrea anche in seguito. 

Fiorentina [Scuola). 

372. La Vergine col Bambino (tav. a. 0,78, 1. 0,64). 

Pippi (copia da Giulio), detto Giulio Romano. Roma, 
1492-1546- 

Giulio Pippi (o meglio de' Giannuzzi, perchè il padre suo 
era Pietro Pippi de' Giannuzzi) divenne il prediletto discepolo 
di Raffaello, e a lui furono affidate opere importanti nel Va- 
ticano al tempo di Leone X. Alla morte del maestro, ne 
continuò i lavori, lasciati incompiuti, col Penni, e dipinse 
alla villa Madama con Giovanni da Udine. Finite queste opere 
si recò a Mantova ove per Federigo Gonzaga architettò e 
dipinse la volta del Tè, e diffuse per tutta l'Emilia lo stile 
di Raffaello. L'elegante Giulio Romano distrusse cos'i le ri- 
miniscenze dell'arte severa del Mantegna e del Costa a Man- 
tova. La facilità dell'esecuzione sostituì la profondità di quei 
maestri. Ma quella facilità in Giulio Romano fu sempre ac- 
compagnata da una ricchezza stragrande d'immaginazione, 
dallo studio indefesso dell'antichità, da un sentimento deco- 



l82 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



rativo potente. Nel ripetere le forme di Raffaello, egli ne esa- 
gera la muscolare forza e le ottenebra; e tuttavia fu il mag- 
giore de' suoi discepoli. 

373. Madonna (tav. a. 0,53, 1. 0,41). 

E copia della testa ingrandita della Madonna « della Perla » 
di Giulio esistente a Madrid. 

Pippi (Giulio), detto Giulio Romano. Cenni biografici al n. 

374. La Vergine S. Giovanni che porge un uccelletto a 
Gesù Bambino (tav. a. 1,16, 1. 0,90). 

Annibale Carracci ha incisa all'acquaforte questa composi- 
zione di Giulio, rosseggiante e torbido come sempre. 

Umbra (Scuola). 

375. La Deposizione (tav. a. 0,22, 1. t,68). 

Debole di forme è questa predella d'altare, così fiacca ne' 
drappeggiamenti, nel modellato delle teste, da non lasciare 
ammettere l'antica attribuzione del quadro al Perugino. 

Sacchi (Andrea). N. a Roma nel 1600, m. nel 1661. 
Scuola romana. 

Suo padre, Benedetto Sacchi pittore, lo iniziò nell'arte; 
l'Albani lo perfezionò; il cardinale del Monte valendosi di lui 
e il cardinale Antonio Barberini chiamandolo al suo servizio 
gli assicurarono fama. Era lento e irresoluto nel dipingere, 
ma a chi per ciò lo biasimava, rispondeva : doversi preferire il 
melo carico di poche frutta ma belle e buone a quello che ne 
avesse maggior quantità non cosi grate al gusto. Dipinse nel 
palazzo Barberini alle Quattro Fontane e nella chiesa de' Cap- 
puccini, poi nella chiesa sotterranea di S. Pietro al Vaticano ; 
quindi, essendosi recato nell'Italia superiore, tornò in Roma, 
dimostrando che il suo cuore era rimasto in Parma nelle opere 
di Antonio da Correggio. Le nuove opere ch'egli fece dimostra- 



lX. a STANZA 



183 



rono come l'incertezza fòsse cresciuta in lui, e non ne ebbe 
lode dai contemporanei: abbandonò del resto ad altri e al suo 
scolaro Carlo Maratta, opere a lui affidate, per fuggir fatica. 
E la pigrizia gli fece perdere la protezione di Alessandro VII, 
a cui presentava, richiesto di opere di sua mano, copie o 
abbozzi di antichi suoi lavori. A S. Luigi de' Francesi si costruì 
un ponte, perchè il Sacchi, d'ordine del cardinale Antonio, 
vi dipingesse la volta ; ma ei non volle darvi neppure prin- 
cipio. In ciò che dipinse, non dimostrò molta copiosità d'im- 
magini, ma osservazione dal naturale. 

376. Ritratto di D. Orazio Giustiniani (tela a. 1,50, l. 

Il ritratto pieno di carattere è condotto con molta larghezza, 
a gran tocchi, con risolutezza magistrale. 

Fiorenzo (di Lorenzo). Perugia, 1450? - 1521. 

Le sue prime opere sono del 1472, e mostrano lo studio 
di Bonfigli e di Niccolò Alunno. Più tardi subì l'influsso di 
Benozzo e del Verrocchio, e negli ultimi anni della sua vita 
ebbe grande affinità con Pinturicchio suo discepolo. 

377. Cristo in croce con i SS. Cristoforo e Girolamo (tav. 
a. o,$9, 1. 0,40). 

Questo dipinto era probabilmente un'anconetta portatile, e 
conserva ancora la sua primitiva cornice. È un' opera che 
sembra uscita di fresco dallo studio del pittore, tant'è perfetto 
il suo stato di conservazione. Singolarissima per estrema finezza, 
essa mostra i piani, a mano a mano che si avanzano dal 
fondo, rivestirsi del loro colore; e gli alberelli, a mo' di tonde 
chiome nel lontano, stendere nel vicino i rami e ingrossare 
le frondi; e l'acqua del torrente che serpeggia nel paesaggio, 
biancastra verso l'orizzonte, poi verdognola, poi rispecchiante 
sempre più chiaramente le ombre degli alberi e le rive, finché 
nel primo piano del quadro essa si frange contro le scogliere 
in bianca spuma, e mostra nel trasparente suo seno pesci, 



184 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



anguille e anitrelle. La figura del Cristo con carni verdastre 
è un po' secco; S. Girolamo e S. Cristoforo sono modellati 
con molto maggiore studio. Il S. Cristoforo specialmente, di 
forte ossatura, di una tinta di carne più rossa e più vera. La 
veste del S. Cristoforo, il manto del bambino, e il manto color 
viola di S. Girolamo sono lumeggiati d'oro così da sembrare 
tessuti di seta e d'oro. Lo scintillio si estende dalle vesti agli 
alberi, al paese. 

Il quadro, secondo il Morelli, sarebbe un'opera della giovi- 
nezza del Pinturicchio, ma a noi sembra che abbia tutti i 
caratteri dell'arte di Fiorenzo di Lorenzo. Il Morelli cita a 
sostegno della sua opinione il Vermiglioli, dicendo che questi 
già lo ascrisse al Pinturicchio, mentre il Vermiglioli parla di 
un quadro d'altre e maggiori proporzioni. 

Cesari (Giuseppe), detto il Cav. d'Arpino. Cenni biogra- 
fici al n. 4. 

378. Il ratto d'Europa (tav. a. 0,58, 1. 0,45) 

Clovio (Don Giorgio Giulio), Grisone 1498, Roma. 1578. 

Clovio, o Glovicic, detto il Macedone, perchè la sua fa- 
miglia fu creduta oriunda di Macedonia, fu un celebre mi- 
niatore che formò la sua maniera a Mantova sotto l'influsso di 
Giulio Romano e a Verona sotto quello di Girolamo dai li- 
bri. Stette in Ungheria al servizio di Luigi II sino al 1526, 
anno in cui morì il suo protettore; e poi ritornò in Italia. 
Durante il sacco di Roma fu maltrattato dai soldati spagnuoli. 
In seguito entrò a Mantova nel monastero di San Rufino, poi 
al servizio del cardinal Grimani, e infine del cardinale Ales- 
sandro Farnese. Eseguì molte opere che il Vasari descrisse. 
Il suo officio della Vergine, con 26 miniature, ora nella li- 
breria del museo di Napoli, gli costò nove anni di lavoro. 

379. Il Salvatore (tav. elittica 0,43 per 0,32). 
Luti (Benedetto). Firenze, 1666-1724. 



Tav.XI. 




IX. a STANZA 185 

Discepolo di D. Gabbiani e di Ciro Ferri, Benedetto 
Luti fu abilissimo decoratore, ma imitò gli artisti in voga a 
Roma e a Firenze, quasicchè egli fosse impotente a tracciassi 
una propria via. 

380. L'Annunciazione (tela a. 0,47, 1. 0,50). 
Pulzone (Scipione), detto Gaetano. Cenni biografici al n. &o. 

381. La Vergine che offre al Bambino una rosa (tela a. 

0,60, 1. 0,48). 

Una replica di questo quadro è nella galleria di Madrid. 

Salvi (Gio. Battista), detto il Sassoferrato. Cenni biogra- 
fici al ». 246. 

382. La Vergine col Bambino (tela a. 0,73, 1. 0,62). 

È un'imitazione libera del dipinto di Raffaello, già appar- 
tenente alla galleria d'Orléans, ora presso Miss Burdett Coutts 
a Londra. Un'altra copia più antica si vede in questa stessa 
sala al n. 358. Questa del Sassoferrato fu acquistata nei 18 18 
da Ignazio Grossi. 

Fiamminga (Scuoia). 

383. Frutti (rame a. 0,1 1, 1. 0,16) 

Bles (Herry de), detto Civetta. Bonvines 1 480-1 $$ol 

Questo pittore di paese, seguì la maniera di Joachim Patenier r 
e rappresentò la transizione alio stile fiammingo italianizzato. 
Visse in Italia, dipinse a Venezia e a Brescia, sempre con 
grandissima cura, negli ultimi tempi esagerando le sue tendenze 
naturalistiche. 

384. Paese (rame, diam. o, 15). 
Fiamminga (Scuola). 

385. Frutti (rame a. o, 11, 1. o, 16). 



l86 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 

Vannucci (Copia antica da Pietro), detto il Perugino. 
N. a Città della Pieve, 1446-15 24. — Scuola umbra. 

Pietro Vannucci si chiamò Perugino, perchè Perugia fu il 
principale campo dell'arte sua. Dopo avere attinto con Fio- 
renzo di Lorenzo alle stesse fonti artistiche, o dopo essersi 
educato nella stessa maniera di quel suo contemporaneo, si 
recò a Firenze, ove fu condiscepolo di Leonardo da Vinci 
nella bottega di Andrea del Verrocchio. Ma egli serbò quasi 
inalterati i suoi gusti originari; si conservò umbro nella sua 
arte. Nel 1475 il Perugino doveva dipingere nella sala grande 
del palazzo pubblico di Perugia, ma di quei dipinti non v'è 
più traccia. Nel 1480, recatosi a Roma, dipinse nella Cap- 
pella Sistina, accanto al Pinturicchio, e di lui vi rimane la 
pittura ov'è rappresentato Cristo in atto di consegnare le 
chiavi a S. Pietro. Le altre sue pitture furono forse distrutte 
per dar luogo al Giudizio di Michelangelo; ma basta quella 
per attestare come il Perugino avesse raggiunto un alto grado 
nell'arte, sì nel comporre, come nel modellare le sue nobili 
figure. La sua fama correva l'Italia, e a Fiesole, a Fano, a 
Firenze, a Pavia, a Cremona, le sue soavi creazioni abbelli- 
rono gli altari delle chiese. Verso il 1495, cioè verso il tempo 
in cui si recò a Venezia, invitato a dipingere due storie in 
una parete della Sala del Gran Consiglio, lasciò di dipingere 
a tempera, e adoprò il nuovo metodo della pittura ad olio 
maestrevolmente. Nel 1499 cominciò a dipingere la Sala del 
Cambio a Perugia, ove l'artista rappresentò un ciclo di eroi 
e di profeti e di Sibille, secondo i dettami dell'umanista Fran- 
cesco Maturanzio, segretario dei Decemviri. La sala del Cambio 
è per la fama del Perugino ciò che sono per Raffaello le 
Stanze del Vaticano. Dopo quel grande saggio dell'arte sua, il 
Perugino lavorò molto, in modo assai spedito e convenzionale, 
ripetendo spesso gli stessi motivi pittorici, perdendo nella soli- 
dità dell'arte sua, nella intensità del chiaroscuro, nella vivezza 
dell'espressione. Certi suoi santi rosei, variopinti, non hanno 
più la profonda, la forte costituzione delle sue antiche figure; e 



IX. a STANZA 



187 



quei suoi vecchi con aria giovanile, e quei suoi personaggi tra- 
sformati in un monotono tipo malinconico, mellifluo di fan- 
ciulla non hanno più il carattere d'un tempo. Ma un raggio di 
p oesia illumina sempre le sue composizioni di eletta grazia, pu- 
r^ssime. Nel 1521 dipinse a Perugia, a San Severo, sotto una 
gloria di Santi dipinta dall'immortale suo discepolo, da Raffaello, 
diverse figure di Santi stereotipate, dimostrando quanto egli 
fosse rimasto addietro al genio che aveva sfolgorato a Roma. 
Morì il Perugino di pestilenza. 

386. S. Sebastiano (tav. a. 1,09, 1. 0,69). 

La rappresentazione del Santo è similissima all'altra della 
galleria Sciarra, ma mentre in quest'ultima vi è una bella 
trasparenza di colore nella figura, un chiarore di cielo, una 
grande diligenza di particolari per tutto, nel S. Sebastiano 
della galleria Borghese si notano tinte pesanti, monotonia d'ef- 
fetto e densità di cielo. Esso traduce in modo sommario la 
forma del maestro, così che le carni del corpo del Santo sem- 
brano colorite a due sole tinte; e lo traduce anche senza com- 
prenderne lo spirito. Si confronti la testa del S. Sebastiano di 
Sciarra con questa della galleria Borghese: là è l'innocenza, il 
candore di un fanciullo, la ispirazione dell'angiolo, la rassegna- 
zione del Martire, la bellezza dell'Apollo cristiano; qui è la sof- 
ferenza di un uomo, la volgarità di un modello. Il tradut- 
tore non ha l'eleganza del maestro, e aggiunge qualche mo- 
tivo verista nella sua copia. Mentre il Perugino dipinse il 
Santo colpito da due lunghe e sottili freccie, lo scolaro lo 
dipinse trafitto da cinque grossi strali, e dalle ferite fece sgor- 
gare molte goccie di sangue; mentre il maestro legò le braccia 
del Santo dietro la schiena, lo scolaro pur conservando lo 
stesso atteggiamento dejle braccia, vi aggiunse grosse funi 
che le legano in doppio giro sopra il gomito. San Sebastiano 
ài casa Sciarra si disegna sotto un arco, questo non ha l'arco 
compiuto; in quello i pilastri dell'arco sono riccamente decorati 
di arabeschi, in questo i pilastri sono nudi. 



1 88 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



Pippi (Scuola di Giulio), detto Giulio Romano. Cenni bio- 
grafici al n. 57 5. 

387. Sacra Famiglia (tav. a. 0,94, 1. 0,75). 

Sicciolante (Girolamo), detto il Sermoneta. Cenni biogra- 
fici al n. }20. 

388. La Vergine col Bambino e S. Giovanni (tav. a. 0,96, 
1. 0,70). 

La gentilezza dell'aspetto della Vergine e la castigatezza, 
maggiore che in molti quadri del Sicciolante, lasciano rite- 
nere che il dipinto sia stato eseguito nella giovinezza del 
maestro. 

Pippi (copia da Giulio), detto Giulio Romano. Cenni bio- 
grafici al n. 3J j. 

389. La Vergine col Bambino (tav. a. 0,94, 1. 0,73). 

Benvenuti (Gio. Battista), detto l'Ortolano. Ferrara, 
14...-1529. 

Un libro di abbozzi conosciuto dal Baruffaldi recava per 
titolo: « studio di me Zoane Bapista de Benvegnù fatto in 
Bologna suxo le dipinture del Bagnacavallo e del Sanzio da 
Urbino, a li anni MDVII e MDVIII». Queste date non sono 
credibili, ma la esistenza di Gian Battista Benvenuti, detto 
l'Ortolano, non può mettersi in dubbio, perchè nel secolo XVI 
in parecchi documenti si ha parola del pittore, e in un elenco 
di quadri della cappella estense si indica un quadro dell'Or- 
tolano. Noi supponiamo ch'esso sia l'artista che lavorava col 
Mazzolino nei primi anni del cinquecento per gli Estensi, e 
che è chiamato nei registri semplicemente Benvenuto. L'Or- 
tolano nei primi suoi quadri, in quello ad esempio rappre- 
sentante « La Natività » della galleria Doria, e in un altro 
piccolo dello stesso soggetto, già nella galleria Borghese, mo- 
stra affinità col Mazzolino, specialmente nella conformazione 
delle teste di vecchi, con gli occhi nascosti sotto grandi so- 



IX. a STANZA 



pracciglia; poi il suo colore si riscalda, si fa gemmato come 
quello dei Dossi, ma le sue forme restano più rigorose di 
quelle dei Dossi medesimi. I due Santi del Campidoglio, con 
le figure nel fondo a mo' di birilli, segnano il carattere del- 
l'artista nel suo periodo di mezzo; il quadro della Galleria 
Nazionale di Londra e questo della galleria Borghese rappre- 
sentano l'arte dell'Ortolano all'apogeo. 

390. Deposizione dalla croce (Tavola a. m. 2.64, 1. 2.02). 

Questo dipinto va giustamente sotto il nome dell'Ortolano. 
Il senatore Morelli suppose che fosse invece del Garofolo, 
e ritenne mitico quell'artista. Ma documenti e tradizioni in- 
cancellabili vi sono sulla esistenza dell'Ortolano; e i quadri 
che gli sono e gli furono attribuiti non possono confondersi 
con quelli del Garofolo. E sono l'opera di un artista, non nei 
primordi come suppose il Morelli, ma nel suo meriggio, pa- 
drone della tecnica, potente nella espressione. Ci riferiamo a 
questa Pietà della galleria Borghese e al S. Sebastiano della 
National Galìery di Londra. In questi due quadri ci troviamo 
innanzi ad un maestro, che ha molta affinità col Dosso, e 
che sa trarre dalla sua tavolozza effetti sicuri, il zaffiro dei 
manti, e i rossi di rubino e i verdi di smeraldo di altre vesti, 
e bianchi freschi che il tempo non ha ossidato. E sa in- 
volgere i colori gemmati da un profondo chiaroscuro, sper- 
dere nell'incertezza alcuni contorni, formare forti masse om- 
brose, dare rilievo potente alle figure. 

Due erano le Deposizioni a Ferrara dell'Ortolano, una a 
S. Cristoforo degli Esposti (probabilmente questa della Gal- 
leria Borghese) e l'altra nella chiesa della Madonna della Porta 
di sotto, forse quella della galleria di Napoli. Vi è nel dipinto 
il ritratto del committente, che ha id entità con la testa, a torto 
attribuita a Tiziano, della galleria di Brera. 

Cesari (Giuseppe), detto il Cav. d'Arpino {Cenni biografici 
al n. 4). 

391. Tullio Ostilio contro i Veienti (tela a. 0,67, L 0,94). 



190 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 

È l'abbozzo del grande affresco del palazzo dei Conserva- 
tori in Campidoglio. 

Venusti (Marcello). Cenni biografici al n. 133. 

392. Sacra Famiglia (tav. a. 1,18, 1, 0,90). 

Michelangiolesca nella composizione, fine, con le gradazioni, 
abituali al Venusti, di colori verdi, rossi, violacei e gialli. 

Pippi (Scuola di Giulio), detto Giulio Romano. Cenni bio- 
grafici al n. 

393. La Vergine col Bambino (tav. a. 1,12, 1. 0,84). 
Peruginesca {Scuola). 

394. S. Sebastiano (tav. 0,/4, 1. 0,33). 

Opera materiale assai e debole di disegno: vedasi ad esem- 
pio il naso segnato di prozio sulla faccia vista di fronte. 

Peruginesca (Scuola). 

39$. Gesù legato alla Colonna (tav. a. 0,54, 1. 0,37). 

Il quadro portò il nome di Andrea di d'Assisi : è diligente 
nei particolari e forte di colore : ma il torso, il collo e il brac- 
cio sinistro lunghissimo tolgono il valore al dipinto. 

A tergo della tavola sta scritto: 



Antonello (da Messina). Messina 14447-149$? 

Dipinse sotto l'influsso dei Van Eyck, e poscia di Giovanni 
Bellini a Venezia, ove, di ritorno dalle Fiandre, recò nel 1473 
cognizioni più complete del metodo della pittura ad olio di 



IX. 3 STANZA 



i 9 r 



quelle che si avessero sino allora in Italia. Non ebbe Anto- 
nello da Messina una grande originalità, ma fu un potente 
naturalista, specialmente nel rendere con energia i caratteri 
dei personaggi ritratti. Come con la divulgazione della tec- 
nica della pittura ed olio, Antonello diede nuovi impulsi al- 
l'estrinsecazione della potenza coloristica dei Veneziani; così 
coi ritratti diede modelli di espressione individuale che la 
scuola veneziana seppe comprendere e nobilitare. 

396. Ritratto d'ignoto (tav. a. 0,30, 1. 0,24). 

Il ritratto reca impressa tutta la individualità della persona, 
negli occhi che fissano lo spettatore con una vivezza straor- 
dinaria, nella espressione ironica delle labbra serrate. È ese- 
guito con una finitezza scrupolosa, segnato col taglio di un 
forte incisore. E nonostante che i peli delle sopracciglia e delle 
ciglia siano eseguiti ad uno ad uno, essi fanno l'effetto della 
realtà; e le parti ossee, le cartilaginose, le molli sono accu- 
sate con tecnica potente, con una sapienza, una solidità, un 
vigore impareggiabile, con un profondo sentimento della natura. 
Il quadro proviene dalla Galleria del Marchese Rinuccini di 
Firenze. Era ascritto a Giambellino, ma Otto Mùndler e Cro- 
we-Cavalcaselle lo attribuirono ai vero autore. Forse scrive 
il Morelli, noi abbiamo qui il ritratto di un ricco mercante, 
quello che V Anonimo vide nel 15 30 in casa di Antonio Pa- 
squalino di Venezia; ma V Anonimo parla «del ritratto de 
Messer Alviso Pasqualino, senza capuzzo in testa». E invece 
non è una berretta, come parve al Morelli, ma proprio un 
cappuccio nero, da cui discendono due lembi ad ali, che il 
nostro personaggio tiene sul capo. 

Vannucci (Pietro), detto il Perugino (?). Cenni biogra- 
fici al n. 386. 

397. Ritratto virile (tav. a. 0,45, 1. 0,30). 

Questo meraviglioso ritratto fu attribuito ad Holbein, poi 
al Perugino e infine a Raffaello. Lasciando a parte la prima 
attribuzione senza fondamento alcuno; e venendo all'ultima 



I92 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



sostenuta dal Morelli e dal Minghetti, osserviamo che in 
opera alcuna della giovinezza di Raffaello troviamo espressa 
tanta forza caratteristica, tanta magistrale sicurezza. Gli occhi 
vivissimi e pensosi, il naso cartilaginoso, la bocca serrata, il 
mento diviso da fossetta; tutta la figura seria, impettita, ri- 
gida è un prodigio di carattere e di verità. I capelli ondeg- 
gianti, la finezza delle luci rosee nelle carni, i trapassi quasi 
insensibili dalle tinte calde alle mezze tinte perline, la sot- 
tigliezza del segno, tutto mostra un maestro giunto all'apice 
dell'arte sua. Che il ritratto rappresenti il Perugino, come già 
fu supposto dal Morelli, o il Pinturicchio, come suppose il 
Minghetti, col consenso del Morelli stesso, non ci sembra so 
stenibile. Il ritratto che il Pinturicchio fece di sè medesimo 
nel 1501, nella chiesa di S. Maria di Spello non ha simi- 
glianza a questo. Piuttosto a noi, è sembrato (ma esponiamo 
con riserva questa nostra opinione) che l'opera possa aggiu- 
dicarsi al Pinturicchio stesso per la forza del carattere e an- 
che per la intonazione della testa. Il Pinturicchio fece il ri- 
tratto di Serafino Aquilano, mentre pittore e poeta si trova- 
rono alla corte di Alessandro VI; e Serafino Aquilano, vantò 
grandemente il ritratto di Bernardino in tre sonetti. Sarebbe 
mai questo il ritratto che oggi si ritiene perduto di Serafino? 
Forse l'altra parie del ritratto, dal mento in giù malamente 
rifatta, avrebbe potuto aiutare le indagini. 

Zuccari (Taddeo). S. Agnolo in Vado, i$2$ - Roma i$66. 

Figlio e discepolo di Ottaviano Zucchero, fratello di Fe- 
derigo, si recò a Roma giovanissimo, e dopo molte priva- 
zioni sofferte, si acquistò con la decorazione al palazzo Mattei 
rinomanza e popolarità. Fu sepolto presso la tomba di Raf- 
faello nel Pantheon. 

398. Cristo morto ed angioli con torcie accese (tela a. 
2,32, 1. 1,42). 

Questo dipinto che altra volta fu detto , di Federico Zuc- 
caro, è senza dubbio una delle migliori opere di suo fratello 



IX. a STANZA 



Taddeo. Il Vasari ne ha lasciato notizia con queste parole : 
« Fece nel medesimo tempo Taddeo oltre ad alcune altre co- 
sette, un bellissimo Cristo in un quadro, che doveva essere 
mandato a Caprarola al cardiral Farnese, il quale è oggi ap- 
presso Federico suo fratello che dice volerlo per se, mentre 
che vive; la qual pittura ha il lume da alcuni angeli, che 
piangendo tengono alcune torcie. » Morto Federico, il quadro 
fu acquistato nella famiglia Vitelleschi che lo tenne fino al 
1760. 

Feruginesca (Scuoia). 

3 99. Ritratto già supposto di Raffaello (tav. a. 0,37, 1. 0,26). 

È un dipinto così rifatto che si vedono le labbra di lacca 
rossa, gli occhi con contorni nerastri, il collo senza il pri- 
mitivo colore. Soltanto il naso sino alla radice e il mezzo 
della due guancie lasciano travedere lo smalto dell'antico co- 
lore, proprio della scuola peruginesca. Anche il piano verde 
segnato a punti, secondo forme tradizionali, è proprio di que- 
sta scuola. 

Negli antichi cataloghi il quadro fu indicato come ritratto 
di Raffaello giovane fatto da sè stesso; il Passavant volle 
riconoscere nel colorito delle carni la maniera del Francia 
e lo disse di Timoteo della Vite; Crowe e Cavalcasene lo 
hanno detto di Ridolfo Ghirlandaio; il LermoliefT lo ha at- 
tribuito a Domenico Alfani. 

Sanzio (Copia da Raffaello). 

400. Ritratto di Raffaello (tav. a. 0,45, 1. 0,33). 

È una copia antica dell' originale esistente nella galleria 
degli Uffizi a Firenze. 

Vannucci (Scuola di Pietro), detto il Perugino. Cenni bio- 
grafici al n. 386. 

401. La Vergine col bambino (tav. a 0,45, 1. 0,37). 
Nonostante la cura dell' esecuzione, la pittura è debole, 



II Museo e la Galleria Borghese - 13. 



194 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 

materiale, la modellatura è tonda, e una mano della Ver- 
gine è corta, col pollice malamente ricurvo. 

AANnucci (copia da Pietro), detto il Perugino. Cenni bio- 
grafici al n. 386. 

402. S. Maria Maddalena (tav. a. 0,56, 1. 0,50.) 

È un' antica imitazione dei dipinto che si vede nella gal- 
leria Pitti a Firenze (n. 42) di una grande purezza di linea- 
menti. 

Fiori (Federico), detto il Biroccio. Cenni biografici al n. 68 

403. S. Girolamo (tela a 0,97, 1, 0,67) 

I piani della figura di rosso cinabro e i mezzi piani di co- 
balto mal commisti, la testa come sparsa di cenere, producono 
l'effetto di una figura illuminata da fiamme vedute al chiarore 
di luna. Reca la firma dell'autore: 



Muziano (Girolamo). Cenni biografici al n. 309. 

404. S. Girolamo (tela a 0,97, 1. 0,67). 

Morandi (G10. Maria). Firenze, 1622- ijoj. 

Seguì il Bilivert, finché recatosi a Roma si mostrò eclettico 
pittore. In Roma molto operò per le chiese di S. Maria del 
Popolo e della Pace. Chiamato a Vienna, ritrasse la famiglia 
e i principi della casa imperiale. 

405. La morte della Vergine (tela a. 1,12, 1. 1,46. 

È F abbozzo del dipinto esistente nella chiesa della Pace, 
uno dei quattro grandi quadri della volta. 




IX. a STANZA 



r 95 



Valentin (Mose). Cenni biografici al n. 148. 

406. Il ritorno del Figliuol prodigo (tela a. 1,10, 1. 1,48). 

Cardi (Ludovico), detto il Cigoli. Cenni biografici al n. 14, 

407. S. Francesco orante (tela a. 1,44, 1. 1,12). 

È una delle molte repliche del quadro, di cui si vedono 
esemplari alla galleria Pitti e all'Accademia di belle Arti in 
Firenze. 

Carkucci (Iacopo), detto il Puntormo. Cenni b-ogr. al n. 74. 

408. Ritratto del Cardinale Marcello Cervini degli Span- 
nocchi, poi Marcello li papa. (Tavola a. m. 1,03, l. m. 0,86) 

È un forte ritratto, bello per il contrasto della veste car- 
dinalizia con la carne bruna della testa ossea, severa, maci- 
lente del Cardinale. Il Passavant lo descrisse per quello del 
Cardinal Borgia, ricordando che per tale esso era indicato 
nella a Descrizione di Roma moderna » (1727, p. 497); ma, 
per mancanza di notizie, non seppe determinare se questo fosse 
il ritratto di Pietro Ludovico cardinale di S. Maria in via 
Lata, o Francesco Borgia, poiché ambidue ebbero nel 1500 
il cappello cardinalizio da papa Alessandro VI, e morirono 
a un anno di distanza, il secondo nel 15 11, il primo nel- 
l'anno successivo. Crowe e Cavalcasene osservarono che la 
tecnica del dipinto è posteriore a queste date, e il traduttore 
italiano del Passavant notò che le persone di chiesa si lascia- 
rono crescere la barba solo dopo il 1527. Tuttavia Crowe e 
Cavalcasene credettero di riconoscere nella testa e nelle mani 
l'arte di Raffaello, nonostante che trovassero il fondo fioren- 
tino e non corrispondente al fare dell'Urbinate il rocchetto 
rosso e il modo con cui è trattata la biancheria ; e l'attri- 
buirono a Perin del Vaga. Il Morelli invece l'attribuì giusta- 
mente al Puntormo, che dovette ispirarsi nell'atteggiamento 
del cardinale, nel collocale la tavola, nel dipingervi sopra 
il libro e il campanello, alla classica opera dell'Urbinate, al 



I96 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



ritratto cioè di Leone X della galleria Pitti. Le indagini da 
noi fatte sul cardinale qui rappresentato concorrono a ritenere 
giuste le conclusioni del Morelli. Abbiamo osservato come 
nel fondo si vedano tre volte ripetute entro una fascia gialla 
dell'apparato di jcuoio stampato, alcune spiche legate insieme 

da un nastro. Questo è lo stem- 
ma degli Spannocchi da Siena, 
e anche dei Cervini ch'ebbero 
da quella il diritto di portarne 
Tarme e il cognome. Il Cardi- 
nale Marcello Cervini degli 
Spannocchi è il solo fra i Car- 
dinali eletti dal 1480 al 1550 
che porti le spiche nella sua 
arma. Nacque nel I50i,fue- 
ducato in casa Spannocchi, creato cardinale alla fine del 15 39 
e papa il 9 Aprile 1555. 

; Tisi (Scuola di Benvenuto), detto il Garofolo. Cenni bio- 
grafia al n. 204. 

409. La Sacra Famiglia (tav. a. 56, 1. o, 73). 

Cesari (Giuseppe), detto il Cavalier d'Arpino. Cenni bio- 
grafici al n. 4. 

410. Gesù flagellato alla Colonna (teia a. I, $0, a. 1. 0,67). 
Dych (A tonio Van). Cenni biografici al n. 248. 

411. Cristo deposto nel sarcofago (tela a. I, 80, 1, 1, 37). 

La deposizione della Croce è una composizione che Antonio 
Van Dyck ha spesso riprodotta, senza apportarvi mutamenti 
sensibili. Superbamente modellato è il tronco di Cristo, ma 
ha ancora i battiti della vita; bellissimo il ìilievo della coscia 
destra posta in arditissimo scorcio. La Maddalena dai capelli 
d'oro volge la sua testa leggiadra con una mossa graziosa al- 
l'ammiratore della sua bellezza. Spigliato ed elegante è il len- 




IX. a STANZA 



197 



zuolo sottoposto alla salma. Il fondo in parte è boscaglia, in 
parte cielo conturbato, da cui si sprigionano alcuni raggi. Il 
sarcofago è a bassorilievi rappresentanti il sacrifìcio di Abra- 
mo e un Amorino. 

Feti (Domenico) Roma, 1589-1624. 

Si fece pittore nella scuola del Cigoli, a Mantova si studiò 
d'imitare la maniera di Giulio Romano, a Venezia si ravvivò 
nel colorito. 

412. La Vergine col Bambino, S. Gio. e S. Elisabetta 

(tela a. 1, 39, 1. 1, 12). 

Sanzio (Copia da Raffaello). 

413. Ritratto di Giulio II (tela a. 1, 09, 1. 0,84). 

È una copia antica del ritratto di Giulio II, che è nella 
galleria degli Uffizi a Firenze, e di cui si hanno moltissime 
imitazioni del cinquecento. Questa è, come l'altra della gal- 
leria Pitti, di un maestro veneziano, per fattura tizianesco e 
forte di colorito. 

Cesari (Bernardino). Arpino,.... 1614. 

Fu seguace e aiuto del fratello Giuseppe, e copiò, alcune 
opere di Michelangelo. Morì in verde età, regnante Paolo V. 

414. Diana che trasforma Atteone in cervo (tela a. 0, 52, 
1. o, 82). 

È la copia del quadro, ora esposto nel museo del Louvre, 
di Giuseppe Cesari, detto il Cav. d'Arpino, fratello del pittore: 
è più dura e biaccosa dell' originale. Vi è scritto: 

'TìterarMnus (cesar abexèmplo^os/pJii jfrahis 
Tibaldi (Pellegrino). Valsolda 1522-1581. 



IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



Attese dapprima a disegnare le opere lasciate dal Vasari 
a Bologna, come il Vasari stesso racconta, poi ad imitare le 
opere del Buonarroti in Roma. Lavorò ancor giovane nelle Mar- 
che, ove fu lodatissima la decorazione da lui eseguita, con molte 
figure grandi di stucco e pitture, della loggia de' Mercanti di 
Ancona. Dedicatosi poi all'architettura, si affaticò per le forti- 
ficazioni di Ancona e di altri luoghi dello stato ecclesiastico, 
per la erezione del palazzo del Cardinal Boromeo a Pavia, per 
la fabbrica del duomo di Milano. Chiamato in Ispagna da 
Filippo II dipinse nelPEscuriale, donde tornò al suo paese 
nativo carico di ricchezze e di onori. 

415. La Vergine che addita ai pastori il Bambino, Angioli 
in alto e una Si' illa (tela a. 1,57, 1. 1,05). 

Nella composizione arruffata e pesante, piena di scorci, di 
nudi contorti è palese lo sforzo dell' imitazione dell' inimi- 
tabile « Giudizio Universale » di Michelangelo. Reca la scritta: 

A mìo sur x;xy* Al V xLVfiif 

Francucci (Innocenzo), detto Innocenzo da Imola. Imo- 
la, 1494?-! 5 50. — Scuola bolognese. 

Nel registro eve il Francia segnò il nome dei discepoli, 
fra i duecento venti nomi che vi lesse il Malvasia, era pur 
quello ^d'Innocenzo da Imola. Ne era fatto cenno con queste 
parole: « 1508, a Ili 7 di maggio preso in mia scola Non- 
centio Francucio Imolese ». Sembra che prima fosse stato 
alla scuola di Mariotto Albertinelli in Firenze; e il Francia 
stesso, secondo il Malvasia, lo avrebbe attestato nelle sue note. 
Lavorò quasi sempre in Bologna, dimentico del fare di Ma- 
riotto e della castissima arte del Francia ; e si studiò d'imi- 
tare Raffaello, attratto nell' orbita del genio che a Bologna 



IX." STANZA 



I 99 



diede la Santa Cecilia. Rosseggiante nelle carni, convenzionale 
nei tipi, povero d'espressione, non meritava l'accademica apo- 
teosi del Giordani. 

416. Ritratto muliebre (tav. a. 0,90, l. o, 72). 

Il dipinto portò il nome del Garofolo, poi l'altro suggerito 
dal Senatore Morelli di Girolamo da Carpi; ma evidentemente 
appartiene a Innocenzo Francucci da Imola. Vi è il suo co- 
lore rugoso, il suo consueto tipo muliebre, rubicondo, alquanto 
volgare di balia, con la ricercata acconciatura dei capelli di 
un biondo dorato. E vi è il solito baldacchino dei fondi del- 
l'artista. Probabilmente il ritratto grandioso rappresenta la 
donna che servi perennemente di modello all'artista; l'armilla 
di coralli al polso, la catena d'oro ai collo, i guanti nella 
destra assicurano ch'esso non è un ritratto ideale. 

Fiamminga (Scuola). 

417. Paese (tav., diam. o, 16). 
Fiamminga (Scuola). 

418. Due piccoli ritratti (tav. a. o, 17, 1. o, 22). 
Famminga (Scuola). 

419. Paese (tav., diam. o, 16). 

Pippi (Scuola di Giulio), detto Giulio Romano. 

420. S. Giovanni Battista (tav. a. 1,74, 1. 1,56). 

È una copia antica dell' originale di Giulio Romano esi- 
stente nella Tribuna della galleria degli Uffizi a Firenze. 




200 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



X.* STANZA 



Albertinelli (Mariotto). Cenni biografici al n. $10. 

421. Il Salvatore (tav. a. 0,60, 1. o, 54). 

Domina nelle carni il color rosso proprio del maestro, i 
capelli sono di un rosso fulvo, il paesaggio fine con edifici 
di forme gotiche è tratto probabilmente da un'incisione fiam- 
minga o tedesca. È un' opera certa dell' Albertinelli, non del 
Perugino a cui fu pure ascritta; ma è una delle opere meno 
accurate del compagno di Fra Bartolomeo e fatta di conven- 
zione, come lo dimostrano la testa senza scheletro, gli occhi 
senz'incasso, i capelli trattati in modo materiale e quasi puerile. 

Venusti (Marcello). Cenni biografici al n. 133. 

422. Gesù deposto nelle braccia della Vergine e sorretto 
da Angioli (tav. a. o, 56, 1. 0,40). 

Il dipinto ricorda l'incisione eseguita da Bonasone su di- 
segno di Michelangelo. 

Cresti (Domenico), detto il Passignano. Cenni biografici 
al n. 33. 

423. Gesù sul Sarcofago, con Angioli ai lati (tela a. I, 24, 
1. 1, 00). 

Sanzio (Copia da Raffaello). 

424. La Vergine col Bambino e S. Gio. (tav. diam. o, 90). 

É una cattiva copia della Maddelena di casa d'Alba, 
che non meritava lo studio del Passavant e d'altri. 



Tav.XII. 




X. a STANZA 



201 



Ubertini (Francesco), detto il Bacchiacca, Firenze, 1490- 
IJS7- 

Studiò sotto Pietro il Perugino, poi seguì Franciabigio e 
Andrea del Sarto. Dipinse generalmente piccoli quadri, pre- 
delle d'altare e cassoni nunziali. 

425. L'istoria di Giuseppe ebreo. I fratelli di Giuseppe 
arrestati mentre ritornavano dall'Egitto (tav. a. 0,26, 1. 0,14). 

Bellinesca (Scuola). 

426. Ritratto del Petrarca (tav. a. 0,53, 1. 0,24). 

Reca la scritta : Franciscus Petarcha. Il ritratto corrisponde 
in qualche modo alla miniatura contemporanea al Petrarca 
pubblicata da Pierre de Nolhac (Gaiette des Beaux Aris, 1890). 

Ubertini (Francesco), detto il Bacchiacca. Cenni biogra- 
fici al 11. 425. 

427. L'istoria di Giuseppe ebreo*. Giuseppe venduto (tav. 
a. 0,26, 1. 0.35). 

Pippi (Copia di Giulio), detto Giulio Romano. Cenni bio- 
grafici al n. 

428. La Vergine col Bambino e S. Gio. (tav. a. o, 94. 
I o, 79). 

Luini (Scuola di Bernardino). 

429. Sant'Agata (tav. a. o, 39, 1. o, 28). 

Ha la veste rossa orlata allo scollo da una lista gialla lu- 
cente e legata alia cintura da sottil fascia nera; manto di 
verde scurissimo con risvolte gialle. I capelli biondi ricciuti, 
con lumeggiature alquanto trascurate, scendono a toccar le 
spalle; la testa è cinta da una corona di gelsomini. Il fondo 
è oscurissimo. La fattura del quadro è debole, benché abbia 
molta fusione di mestiche; gli occhi sono male costruiti e le 
pieghe senza ricerca; le mezze tinte della faccia nerastre, il 



202 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



rosso delle labbra crudo. V'è di buono la mano che tiene il 
bacile. 

Fiorentina (Scuola), principio del secolo XVI. 

430. Cristo giovinetto (tav. a. o, 24, 1. o, 20). 

Il quadro fu assegnato a torto a Timoteo Viti, perchè esso 
appartiene a qualche pittore fiorentino secondario. Le vesti 
sono di un vivo rosso, con lista gialla arabescata lungo Torlo. 
Il fondo è oscurissimo. Sono un po' forti i neii che segnano 
le sopracciglia, che tagliano le labbra, le palpebre e le mani, 
onde i piani risultano staccati tra di loro, e la modellatura 
sembra dura e ferrigna, anche per le ' mezze tinte pesanti. I 
capelli rossicci sono ritocchi e trasformati in cannelloni compatti. 

Tiarini (Alessandro). Cenni biografici al n. 36. 

431. La Deposizione di Gesù dalla croce (tela a. 0,48, 
L o, 36). 

É un abbozzo trascurato assai nella forma. 

Puligo (Domenico). N. presso Firenze, 1475-1527. 

Fu aiuto di Andrea del Sarto, per cui colorì molte Ma- 
donne e Sacri Famiglie. Nelle sue opere ove dominano le 
tinte rosee, sembra venir meno e svanire ogni forma del maestro, 
ogni forza. 

432. La Sacra Famiglia (tav. a. o, 74, 1. o, 54). 

Sono note molte copie antiche di questo quadretto. 

Credi (Lorenzo di). Nalo a Firenze nel 14S9, m - I S37- 
Scuola fiorentina. 

Fu allievo di Andrea del Verrocchio, condiscepolo di Leo- 
nardo da Vinci. Il maestro suo lo predilesse, e lo designò 
nel suo testamento (1488) per continuatore del monumento 
equestre di Bartolomeo Colleoni a Venezia. Egli ripetè di 
frequente gli stessi soggetti, sempre eseguendoli con grande finezza 
ma con colorito alquanto freddo e monotono, con forme tur- 



X. a STANZA 



203 



gide, tumide, gonfie. Nella rappresentazione dell'estasi, della 
divozione, del fervido raccoglim jnto fu purissimo fra i 
maestri fiorentini del quattrocento. Appartiene egli, secondo 
la distinzione del Rumohr, a quel ramo della pittura fiorentina 
che ebbe origine da sforzi di scultori, e a cui appartengono, 
quali principali rappresentanti, anche Antonio del Poliamolo, 
Andrea del Verrocchio e Leonardo da Vinci. 

433. La Vergine col Bambino e S. Giovanni (tav. tonda, 
diam. 0,90). 

Quest'opera proveniente da casa Salviati è di una finezza 
meravigliosa. Il colore delle carni é chiaro, color di mattone; 
la veste della Madonna è di un grigio azzurrino, e il manto 
azzurro con risvolte gialle. L'intonazione é languida, il distacco 
di un colore all'altro come in un'opera di tarsia, le sfumature 
leggerissime, i contorni di una sicurezza stragrande sì che 
sembrano incisi; e tutto è amorosamente studiato. Dai fili del 
libro aperto ai fiorellini del bicchiere, al cigno del laghetto 
del fondo, si rivela l'arte che perseguita, che spia il vero nelle 
più piccole particolarità. Alcuno pensò che l'opera fosse una 
delle prime di Leonardo, ricordando questo passo del Vasari: 
« fece pei Leonardo una nostra donna in un quadro, che era 
appresso papa Clemente VJI, molto eccellente, e fra le altre 
cose, che v'eran fatte, contraffece una caraffa piena d'acqua 
con alcuni fiori dentro, dove oltre la meraviglia della vivezza, 
aveva imitato la rugiada dell'acqua sopra, sì che pareva più 
viva della vivezza » . Ma questo passo del Vasari non indica 
altro che i due condiscepoli Lorenzo di Credi e Leonardo 
ebbero un motivo comune o simile in una loro opera. E 
comune è anche la riproduzione di tipi del Verrocchio, loro 
maestro, nei quadri della giovinezza dell'uno e dell'altro. Nella 
chiarezza del colore, proprio di una terracotta, già in questo 
quadro si determinano le qualità caratteristiche del colore di 
Lorenzo di Credi; e nel rigore del segno, che pare tracciato 
col bulino, è palese l'estrema diligenza, la serietà dell'arte 



204 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



di Lorenzo. Solo la testa del S. Giovanni che non iscorcia, 
ed è per metà torta, può dar luogo ad un appunto critico» 

Vinci (Scuola di Leonardo da). 

434. Leda (tav. a. 1,12, 1. 0,86). 

Questa è una cattiva edizione di una grande opera. 
Negli antichi cataloghi fu indicata come di Leonardo da Vinci 
da cui deriva. Sappiamo dal Lomazzo che il grande maestro 
« fece Leda tutta ignuda col cigno in grembo che vergogno- 
samente abbassa gli occhi. » Abbiamo parecchi disegni del 
Sodoma, che mostrano com'egli s'ispirasse allo studio di Leo- 
nardo, e abbiano più specialmente un disegno del Sodoma a 
Windsor-Castle (riprodotto dal Morelli nell'opera « Die Gale- 
rien Borghese und Doria Panfìli in Rom »), che ha molta 
corrispondenza con questo dipinto, tanto da dover supporre 
che esso sia di un imitatore del Sodoma. Non lo diciamo del 
Sodoma, perchè le forme massiccie e pesanti delle donne del 
Sodoma, aventi il volto allungato, larghi i fianchi e grossa 
l'ossatura, si sono perdute in questa imitazione, nell'eleganza 
di questa figura. Si trova qui però la materialità dell'imitatore 
in molte parti, nell'esecuzione dei capelli dei putti, e in molti 
particolari del prato sparso di margherite, di papaveri e d'altri 
fiori, con uccelli, lumache, eccetera. 

Oggiono (Marco d'). Oggiono, i4jo?-i<y 30. 

Fu allievo carissimo a Leonardo da Vinci, e si esercitò spe- 
cialmente nell'arte dell'affresco sempre ripetendo le forme del 
maestro sovrano, ma con un colorito scuro e con movimenti 
arditi. 

435. Il Redentore (tav. a. 0.33, 1.0,26). 

Figura di una grande finezza, di un chiaroscuro profondo. 
I capelli lumeggiati ad uno ad uno, morbidi, mossi con un 
senso squisito dell'eleganza, scendono agli omeri; gli occhi sono 
un po' sporgenti fuori dell'orbita ; la mano benedicente è un 



X. a STANZA 



205 



po' gonfia. La veste è di un bel rubino, con pieghe sottili e 
con lista gialla sullo scollato, il manto posato sulla spalla 
sinistra è di color verde. Il tondo è nero. Una rete di crepe 
si é formata in basso negli scuri del manto; e due fessure 
sono nel manto stesso. Questo quadro fu donato al Cardinal 
Scipione Borghese da papa Paolo V, che lo teneva nella sua 
camera da letto, nel m.iggio dell'anno 1 6 1 1 , e ne accompagnava 
il dono con un chirografo che lo diceva opera di Leonardo 
<ia Vinci. 

Perugino (Copia dal). ! 

436. Ritratto supposto di M. Alessandro Braccesi (tav. 
a. 0,33, 1. 0,24). 

Un ritratto simile si vede nella galleria degli Uffizi a Fi- 
renze, ov'è attribuito a Lorenzo di Credi e indicato come ri- 
tratto di Messer Alessandro Braccesi segretario di Balia nel 
1497. Osserva il LermoliefT che Alessandro Braccesi era già 
notaro della Signoria sin dal 1474, e che non può essere 
quindi il giovinetto di quattordici o quindici anni qui rap- 
presentato. Il ritratto non sarebbe quindi del Braccesi, e certo 
non è che una torbida copia dal Perugino. 

Fontana (Lavinia). Cenni biografici al n. Si. 

437. Gesù dormente (rame a. 0,45, 1. 0,33). 

Francucci (Innocenzo), detto Innocenzo da Imola. Cenni 
biografici al n. 416. 

438. La Vergine col Bambino e i SS. Antonio e Girolamo 
(tav. a. 0,67, 1. 0,50). 

Verrocchio (Scuola del). 

439. L'Adorazione del Bambino (tavola tonda del diametro 
ài m. 1,12. 

Il quadro sembra l'opera di due mani: nella Madonna le 



20 6 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



pieghe sono grosse e pesanti, le mani senza grazia e legnose, 
il velo del capo è trascurato, i capelli sono una massa bion- 
diccia uniforme; il bambino ha molte pieghe nella pelle che 
conferiscono al suo corpo un carattere di floscezza; S. Giu- 
seppe invece è di un chiaroscuro profondo, di una model- 
latura potente: le pieghe delle veste e del manto sono larghe 
e magistrali, i capelli finissimi, il colore luminoso. Nella Ma- 
donna e nel Bambino sembra di riconoscere un debole se- 
guace di ^ore~zo di Credi, nel S. Giuseppe vi è forza leo- 
nardesca. Le erbe del piano, le foglie degli alberi del fondo 
sono dipinte con tocchi grossi di colore; a sinistra, nel lon- 
tano, vedonsi su di una rupe le pecore al pascolo e un pa- 
store copiato da una statuetta antica; più innanzi, ai pie' della 
rupe, il Redentore, rappresentato sotto la forma primitiva 
del Buon Pastore, e San Giovanni II quadro è attribuito nel 
catalogo della galleria a Lorenzo di Credi, il Jansen nella 
sua monografia sul Sodoma l'attribuì a quest'artista; il Mo- 
relli nota che l'intonazione è molto più profonda di quella 
di Lorenzo di Credi, e che l'opera appartiene ad un fioren- 
tino della scuola di Botticelli che si perfezionò, e forse lavorò 
poi nello studio di Lorenzo. 

Ubertini (Francesco), detto il Bacchiacca. Cenni biogra- 
fici al n. 425. 

440. L'istoria di Giuseppe Ebreo. Ritrovamento della 
coppa nel sacco di Beniamino (tav. a, v. 26, 1. 0,14). 

Leoni (Ottavio), detto il Padovanino. Cenni biografici al 
n. 82. 

441. Ritratto muliebre (tav. a, 0,35, 1. 0,25). 

Ubertini (Francesco), detto il Bacchiacca. Cenni biogra- 
fici al n. 42$. 

442. L'istoria di Giuseppe ebreo. Ricerca della coppa ru- 
bata nei sacchi dei fratelli di Giuseppe (tav. a, 0,26, 1. 0,14). 



X. a STANZA 207 

Ghirlandaio (Michele di Ridolfo). Firenze , fiorì if]6-;68. 

Fu discepolo di Ridolfo Ghirlandaio, lavorò nelF apparato 
per la venuta di Carlo V. in Firenze (1536), poi per quello 
delle nozze di Francesco de' Medici (1565). Il Vasari lo disse 
« pittore di gran nome e uomo buono, religioso e pio. » 

443. La Vergine col Bambino che scherza con San Gio- 
vanni (tav. a, 0,84, 1. 0,68). 

Bronzino (Agnolo di Cosimo). Cenni biografici al n. 7/. 

444. S. Giovanni Battista (tav. a, 1,20, 1. 0,92). 

Nel modellato di questo nudo vi è molta diligenza e lo 
studio del fare di Andrea del Sarto. La mano sinistra in 
ispecial modo ha tutti i caratteri proprii di Andrea, e ne ha 
i valori delie tinte, così come il drappo azzurrino con gli scuri 
caldi. È un documento della più alta importanza della giovi- 
nezza del Bronzino. È segnato: 

BR OZINO? 10 

Bellini (Scuola di Gio.). 

445. Ritratto virile (tav. a. o, 30, 1- o, 24). 

Il ritratto manca di rilievo nei piani, ma è eseguito con 
diligenza, e rende soavemente i caratteri della figura, le sue 
labbra tumide, gli occhi pieni di idealità, non il collo che è di 
larghezza eccessiva. Il paesaggio del fondo è terminato da una 
linea di monti di un azzurro intenso che spiccano su un cielo 
di tramonto. Reca la scritta: 

AN-AE 
XXIII 



208 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 

Veneziana (Scuola), fine del secolo XV. 

446. Ritratto virile (tav. a. o, 35, 1. 0,24). 
Fiorentina (Copia di Scuola). 

447. Ritratto virile (tav. a. o, 24, 1. o, 18). 
Fiorentina (Copia di Scuola). 

448. Ritratto virile (tav. a. 0,24, 1. o, 18). 
Fiorentina (Copia di Scuola). 

449. Ritratto virile (tav. o, 24, 1. o, 18). 
Veneziana (Scuola). 

450. Ritratto muliebre (tav. a. o, 30, 1. o, 24). 
Deriva dalla scuola di Carpaccio, ma è tutto rifatto. 

Mazoli (Ludovico), detto il Mazzolino. Cenni biografici al 
n. 218. 

451. Cristo e l'Adultera (tav. a. o, 29, 1. o, 17). 

Anche in questo accuratissimo quadro il fondo è con case 
alabastrine, e tutto è di una finezza straordinaria, di una pre- 
cisione di miniatura nei minimi particolari de' costumi. Una 
polvere d'oro involge il quadretto, lumeggia le vesti, i piani 
erbosi, le chiome degli alberi, secondo il modo usato da 
Mazzolino specialmente nelle sue prime opere. 

Fiorentina {Scuola). Secolo XVI. 

452. Gesù Bambino (tav. a. o, 17, 1. o, 20). 

Mola (attribuito a Pier Francesco). Cenni biografici al 
n. J3. 

453. Testa giovanile (Carta su tela a. o, 24, 1. o, 18). 
Fiorentina (Scuola). 

454. Ritratto virile (tav. a. o, 35, 1. o, 24). 



X. a STANZA 



209 



Merighi (Michelangelo), detto il Caravaggio. Cenni bio- 
grafici al n. 2. 

455. Davide con la testa del gigante Golia (tela a 1, 25, 
1. o, 01). 

È con tutta probabilità il quadro di Davide a mezza figura 
di cui è parola al n. 2. 

Pedrini (Giovanni), detto Giampietrino. Milano, sec. XVI 

Non fu allievo, ma seguace di Leonardo. Dipinse molte 
mezze figure sacre, in atteggiamento di dolore e con espres- 
sione di pianto, con toni freddi e biancastri con un'esecuzione 
meschina. 

456. La Madonna lattante (tav. a. o, 78, 1, o, 60) 

Questo è l'originale del quadro della R. Galleria di Monaco. 
Manca in quella la nube dietro il capo della Vergine, e man- 
cano altri particolari, segni dell'artistica cura del suo autore, 
chi qui si ritrovano. La nube sembra messa nel cielo, adden- 
sarsi dietro al capo della Vergine, per far prendere il giusto 
valore alle carni bellissime, sfumate delle figure. La Madonna 
ha capelli castagni, morbidissimi, accurati, che scendono fluenti 
alle spalle. Cinabrina è la veste, e la fine camicia è orlata 
•da ricami neri. Dalle spalle le pende un manto azzurro e con 
risvolte gialle. Metà del fondo è occupato da una parete nera; 
l'altra metà da una finestra aperta, per cui si vede una via 
con case prospetticamente allineate; e nella via si vedono una 
portatrice d'acqua, due lanzi, un calderaio innanzi a una bottega 
innanzi a cui stanno in mostra le caldaie. È un dipinto di 
grande bellezza, già ascritto al Vinci negli antichi cataloghi. 

Cesari (Giuseppi-:), detto il Cavalier d'Arpino. Cenni bio- 
fi ci al n. 4. 

457. La Conversione di S. Paolo (tav. a. 0,39, 1. 0,49). 
Bugiardini (Giuliano). Ceri i biografici al n. 177. 



Il Museo e la Galleria Borghese - 14. 



2 IO IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



458. La Vergine col Bambino e S. Giovanni (tavola 
diametro 0,82) 

La figura del Bambino michelangiolesca per forma è ag- 
granchita, quella di S. Giovanni è sgangherata cosi che toglie 
molto alla bellezza plastica della composizione. 

Bazzi (Gio. Antonio), detto il Sodoma. Vercelli 1477-1549. 

Il Sodoma ebbe a guida artistica ne' suoi primi passi Martino 
Spanzotti, pittore di Casale che soggiornò per parecchio tempo 
in Vercelli; ma chi sviluppò il suo ingegno fu il sommo Leo- 
nardo. Recatosi nel 1501 a Siena, manifestò in quella città 
e ne' dintorni la potenza dall'arte sua, luminosa, solenne, da 
cui fu scossa l'atonia della scuola senese. Gli Spannocchi, 
mercanti che avevano rapporto coi Chigi, favorirono l'artista, 
Sigismondo Chigi si valse dell'opera sua, Agostino Chigi lo 
condusse a Roma, e lo presentò a Giulio li che gli commise 
di dipingere ad affresco la camera delia Segnatura, ove poi, 
nelle grandi pareti, stampò le sue creazioni Raffaello. Egli 
lasciò il campo all'Urbinate, tornò nel 15 10 a Siena, fra 
il 1 5 1 3 e il 1515 fu richiamato a Roma da Agostino Chigi 
perchè dipingesse nella Farnesina la camera da letto. E qui 
eseguì raffresco delle nozze di Alessandro con Rossane ed altri, 
riflettendo in alcune teste la dolcezza profonda di Leonardo, 
e dimostrando nei putti che fanno a capo nascondere sotto il 
baldacchino del talamo, il capriccioso suo ingegno. A Siena, 
ove stette in seguito, e finì i suoi giorni, lasciò affreschi di torma 
bellissima, splendenti di colorito. 

459. Vergine con S. Giuseppe che offre un fiore al Bam- 
bino Gesù (tav. a. 0,75, 1. 0,67). 

Il quadro è molto guasto da ritocchi, e, meno la nobile 
testa della Vergine, tutto è malconcio. Il Della Valle fu il 
primo a riconoscere in questa tavola l'opera del Sodoma, perchè 
nel 1786 così scriveva: « nella ricchissima Galleria Borghese 
v'è di suo una tavola una Vergine col Bambino, la quale, al 
-dire del custode, è di mano sconosciuta, ma a me non è tale 



X. a STANZA 



211 



certamente ». Un sottil velo scende dal capo della Vergine 
ov'é tenuto fermo da una fascia biancastra listata, posta a guisa 
di diadema, e ad esso si sovrappone il manto verdastro che 
lascia scorgere poca parte della veste vivamente rossa. Il fondo 
per due terzi è una parete oscura, per un terzo è veduta di 
paese assai varia. 

Massari (Lucio). Bologna, 1569-1633. 

Fu posto nello studio di Bartolomeo Passerotti, ch'egli ab- 
bandonò per recarsi a quello di Ludovico Carracci. Si recò a 
Roma per vedere la galleria Farnese, e in quell'occasione di- 
segnò tutte le più belle statue di Roma. Tornato a Bologna, 
visse con l'Albani, molto dipinse per le chiese di questa città, 
e infine molto si distrasse nei piaceri della caccia. 

460. Una lezione d'anatomia (tela a. 0,42, 1. 0,52). 

Solario (Andrea), detto Andrea da Milano. Milano, 1460}- 
1530} 

Nelle sue prime opere subì gì' influssi di Antonello di 
Messina e di Giambellino; poi, come tutti gli artisti milanesi, 
fu attratto nell'orbita di Leonardo. Carlo d'Aniboìse, suo pro- 
tettore, ch'egli ritrasse nel meraviglioso quadro di Casa Perego 
.1 Milano, io impiegò nel 1507 a ornare di affreschi la cappella 
del suo castello di Gaillon in Normandia. Compiute nel 1509 
quelle pitture, tornò in Italia, ma riportando commiste forme 
fiamminghe al suo stile. 

461. Gesù che porta la croce circondato da Farisei (tav 
a. 0,58, 1. 0,67). 

Non possiamo quasi persuaderci che questo quadro sia di 
Andrea Solario, il cui nome si trova dietro al quadro in una 
scritta autentica e dal Morelli stesso ritenuta giusta. Non pos- 
siamo quasi persuaderci che un artista nella piena maturità 
dell'ingegno possa compiere cosi strana metamorfosi, dipin- 
gere un'opera di tanto inferiore ad altre sue, con tanta ma- 



212 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



terialità, con concetti così opposti alla sua arte e alla sua 
natura stessa d'italiano. Il Morelli suppone che, prima di ri- 
tornare dal castello di Gaillon, Andrea Solario si sia tratte- 
nuto in Fiandra, probabilmente ad Anversa. Ed è naturale 
supposizione per spiegare il carattere fiammingo così accen- 
tuato di questo quadro, col fare e la maniera leccata di Quentin 
Massys o della sua scuola. Ma non basta ancora per ispiegare 
la completa trasformatone dello stile, la differenza fra le altre 
pitture del Solario e questa pittura vitrea, di una materiale 
finitezza nell'indicazione, sulle braccia e sul corpo del Cristo, 
dei lividi prodotti dalle battiture, nell'imitazione delle fibre 
.legnose e della scorza del pioppo che forma la croce, nella 
riproduzione della corda, delle spine e sino delle unghie spor- 
che del manigoldo. Il manigoldo a destra che sembra un ma- 
scherone, ha una trinciatura del berretto e una camicia cor- 
donata poveramente fatte. Non v'è che la nobile figura del 
Cristo che richiami al pensiero altre simili di Andrea Solario, 
ma qui i lineamenti sono induriti, il colore della testa co! 
violaceo delle carni, degli occhi, delle labbra, non ricordano 
più il chiaroscuro profondo del maestro. 
A tergo reca la scritta: 

mm r * de, sobrio pfiiT 

ÌSì'l 

Bazzi (Gio. Antonio), detto il Sodoma. Cenni biografici 
al n. 459. 

462. Cristo morto in grembo alla Vergine (tav. a. 0,69, 
1. 0,58). 

Anche questo dipinto del Sodoma è guasto e annerito. V'è 
di conservato la testina del 1 a divina Madre, e il fondo freddo, 
tetro, con alberi spinosi, dispogliati e una luce bianca dietro 
le rupi del Calvario che nereggiano come esseri squallidi e 



X. a STANZA 



213 



tormentati, e sembrano aggiungere una nota di tristezza a 
quadro. 

Il quadro era ascritto alla scuola di Leonardo, ma già da 
qualche anno si chiama col nome, datogli dal Morelli di 
Sodoma. 

Ubertini (Francesco), detto il Bacchiacca. Cenni biografici 
al n. 42$. 

463. L'istoria di Giuseppe Ebreo (tav. a. 0,78, 1, 1,80). 

Questa faccia di cassone, purtroppo guasta, rappresenta nel 
fondo Giacobbe che manda Giuseppe a' suoi fratelli, Giuseppe 
tra i fratelli, Giuseppe trasportato nella cisterna da essi, il 
sopraggiungere dei mercanti; e nel primo piano Giacobbe che 
riceve la notizia della morte di Giuseppe, e Giacobbe che 
osserva la veste sanguinosa di Giuseppe presentatagli da uno 
dei figli. 

Bonacorsi (attribuito a Pietro), detto Perin del Vaga. Fi- 
renze ij;oo-ij4j. 

464. La Sacra Famiglia (tav. a. 0,90, 1. 0,69). 

Il Morelli lo giudicò di Perin del Vaga, ma non solo vi 
manca la delicatezza di questo maestro, bensì ogni compren- 
sione della forma nella mal costruita testa d'istrice del San 
Giuseppe, nelle sgraziate membra delle figure, senza un con- 
torno, stupidamente eseguite. Vedasi l'avambraccio della sini- 
stra della Vergine gonfio, con polpacci enormi; e il braccio 
del S. Giuseppe come tagliato in due, e il suo manto a curva 
e gli alberi con tronchi eseguiti in modo puerile e con (rondi 
a macchie nere. Assolutamente non si può in alcun modo 
pensare col Morelli ad un'opera giovanile di Perin del Vaga. 
Della composizione si ha un mediocre disegno sotto il nome 
di Luca Penni nella colleLione Albertina di Vienna. 

Patenier (Ioachim). Cenni biografici al n. 199. 



214 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



465. Paese con piccole figure rappresentanti la fuga in 
Egitto (tav. a. 0,57, 1. 0,64). 

Qui, come in altre composizioni fiamminghe, si vede un 
idolo coronato che cade in pezzi, giù dal piedistallo, mentre 
passa la Sacra Famiglia. 

Francucci (Innocenzo), detto Innocenzo da Imola. Cenni 
biorafici al n. 416. 

466. Sposalizio mistico di Santa Caterina (tav. a. o, 84 
1. o, 67). 

Il fondo del monte conico azzurrino mostra che il Fran- 
cucci si ispirò all'arte del Garofolo, col quale ebbe riscontro 
per la immobilità delle sue forme. La testa del S. Giuseppe 
sembra ispirata da un musaico romano, da una pit'ura ro- 
mana della decadenza. 

Bassano (Jacopo da Ponte). Cenni biografici al n. 

467. Gesù trasportato al sepolcro (tela a. 0,45, 1. o. 60). 
Puligo (Domenico). Cenni biografici al n. 4^2. 

468. La Vergine col Bambino e due Angeli (tav. diam. o, 78). 

Cesari (Giuseppe), detto il Cav. d'Arpino. Cenni biogra- 
fici al n. 4. 

469. Un guerriero (tela a. 1, 28, 1. o, 98). 
Luini (Copia da Bernardino). 

470. La Vanità (tav. a. o, 67, 1. o, 52). 

È copia grossolana di una delle figure del quadro, già nella 
galleria Sciarra, ritenuta come rapprentante la « Vanità e 
Modestia » di Bernardino Luini. 

Vinci (Copia da Leonardo da). 

471. S Giovanni (tav. a. o, 55, 1. o, 40). 



XI. a STANZA 



215 



XI/ STANZA 



Swaneveld (Ermanno), detto Ermanno d'Italia o l'Eremita. 
Cenni biografici al n. 197. 

472. Paese (tav. a 0,11, 1. 0,15). 

Swaneveld (Ermanno), detto Ermanno d'Italia o l'Eremita. 
Cenni biografici al n. iyj. 

475. Paese (Rame dittico 0,1 2, per o, 1 5). 

Zuccaro (Federico). Cenni biografici al n. 203. 

274. Le tentazioni di Sant'Antonio Abbate (alabastro, a. 
0,18, 1. 0,13). 

L'artista ha cavato prò delle macchie dell'alabastro, cosi 
che da ognuna di esse si sprigiona un demone o una figura 
tentatrice. 

Callot (attribuito a Giacomo). Nancy, 1594-163$. 

47 j. Predicazione di S. Gio. Battista (tav. a. 0,12, 1. 0,16). 

Breughel (Giovanni), detto dei Velluti. Cenni al n. 258. 

476. Paese con Gesù tentato dal demonio (rame dittico 
0,11, per 0,14). 

Zuccaro (Federico). Cenni biografici al n. 203. 

477. Sant'Agostino e la visione della Trinità (alabastro 
a. 0,18, 1. 0,12). 



21 6 IL MUSEO E LA. GALLERIA BORGHESE 



Tedesca (Arte), principio del secolo XVII. 

478. Altarino d'ebano con sculture d'argento, con innu- 
merevoli piccoli bassorilievi, statuette e ornati. 

Duquesnoy (Francesco). Bruxelles 1594-1646. 

Fu iniziato nell'arte dal padr: suo scultore, viaggiò l'Italia 
ove contrasse amicizia col Poussin, e con esso lavorò e stentò 
la vita. Trattò speciamente con molt'arte graziosi puttini, 
imitati dal Tiziano. 

479. Statuetta di Moro con aquila e leonessa scolpita in 
pietra di paragone antico. (Opera di una estrema diligenza). 

Duquesnoy (Francesco). Cenni biografici al n. 479. 

480. Statuetta di Moro con aquila e leonessa scolpito in 
nero antico. Questa fa perfetto riscontro al n. 479. 

Baur (Gio. Guglielmo). Strasburgo, 16 10-1640. 

Studiata la pittura sotto Brendel, viaggiò verso Roma ove 
trovò un protettore nel duca di Bracciano, dipinse cavalcate, 
pugne e processioni, intagliò all'acquaforte, e si arricchì. 

481. Il Foro Traiano (Pergamena, diam. o, 09). 
È una miniatura finissima eseguita a tempera. 
Baur (Gio. Guglielmo). Cenni biografici al n. 481. 

482. Il Campidoglio (Pergamena, diam. 0,09). 

Breughel (Gio.), detto dei Velluti. Cenni biog. al n. 25$. 

483. La lotta di Giacobbe con l'Angiolo (diaspro ovale, 
o, 09). 

È ingegnosissimo il modo con cui l'artista ha tratto par- 
tito delle vene sanguigne del diaspro. 

Umbra (Scuola). 



Xl. a STANZA 217 

484. La Vergine col Bambino e S. Francesco (rame dittico 
o, 08). 

Fiorentina (Industria). 

485. Opera di commesso in pietre dure, rapp. un uccello. 

Cantarini (Simone), detto il Pesarese. Cenni biog. al n. 229. 

486. Gli Evangelisti (tav. di diam. o, 08). 

Breughel (Giovanni), detto dei Velluti. Cenni biog. aln.2j8. 

487. Lot fuggente da Sodoma (diaspro ovale, 0,1 7X0,09). 
Baur (Gio. Guglielmo). Cenni biografici al n. 216. 

488. La piazza, del Quirinale (pergamena, diam. o, 09). 

Baur (Gio. Guglielmo). Cenni biografici al n. 481. 

489. Piazza Colonna (pergamena, diam. 0,09). 

Fiorentina [Industria). Sec. XVII. 

490. Opera di commesso in pietre dure, rapp. il Sacrifìcio 
d'Abramo (a. o, 24, 1. o, 33). 

Fiorentina (Industria?). Sec. XVII. 

491. Opera id. rapp. un Paese (a. o, 24, 1. o, 33). 
Provenzale (Marcello). Cenni biografici al n. 6}. 

492. Orfeo. (Musaico in pietre dure a. 43, 1. 0, 60). 

Mentre Orfeo invita a sé col suono della lira gli animali, 
l'aquila posa sul capo del drago, e forma lo stemma Borghese, 
Reca la scritta: 

M'jrcdfi Rouriròfr Gii^H.Opus.A.ióis 

Fiorentina (Industria). 



-l8 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



493. Opera di commesso in pietre dure, rapp. un Paese* 

(a. o, 21, 1. o, 30). 

Fiorentina [Industria). 

494. Opera rappresentante gli Israeliti che esplorano la 
Terra promessa (a. o, 24, 1. o, 36). 

Provenzale (Marcello). Cenni biografici al n. 63. 

495. Ritratto di Paolo V Borghese (Musaico in pietre 
dure a. 0,71, 1. o,6o). 

Trovasi registrato che in questo lavoro occorsero 1.700000 
pietre dure. 



Michelangelo (Scuola di). 

496. Bassorilievo in cera rapp. la Crocifissione. 

Anticamente portava il nome di Michelangelo. È opera di una 
accuratezza stragrande, di singolare maestria. 

Tempesti (Antonio). Cenni biografici al n. 201. 

497. Gesù che chiama S. Pietro dalla barca (pietra pae- 
sina a. 0,14, 1. 032)- 

Provenzale (Marcello). Cenni biografici al n. 63. 

498. La Vergine col Bambino (Musaico in pietre dure, 
a. 0,$ 6, 1. 0,33). 

È segnato: 



.Marceli irouenzJta 
Ce iridi Opv$ 




Xl. a STANZA 219 

Turchi (Alessandro), detto TOrbetto. Cenni biogr. al n. 307. 

499. Cristo morto, la Maddalena ed Angioli piangenti 
(lavagna a. 0,42, 1. 0,53). 

La composizione è slegata, ma le figure sono di una grande 
bellezza. 

Tempesti (Antonio). Cenni biografici al n. 201. 

500. L'Adorazione dei Magi (alabastro a. 0,28, 1. 0,56). 
Tempesti (Antonio). Cenni biografici al n. 201. 

501. Il Passaggio del Mar Rosso (pietra paesina a. 0,1 >, 
i. 0,33). 

Caietani (Luigi). Venezia, fioriva nel principio del sec. XVII. 

502. La Vergine Addolorata (musaico a smalti a. 0,60, 
1. 0,45). 

Questo musaico, che traduce la pittura di Marcello Pro- 
venzale, indicata al n. 63, ha dietro la scritta: 

OPVS ALOySILGAiETANl 
V.ENLT1 1Ó07 

Tempesti (Antonio). Cenni biografici al n. 201. 

503. Una caccia (disegno su pergamena a. 0,08, 1. 0,1 4) t 

504. Marmo paesino. 
Fiorentina (Industria). 

505. Opera di commesso in pietre dure rapp. un paese, 
(a. 0,08, 1. 0,15). 

Turchi (Alessandro), detto l'Orbetto. Cenni biog. al n. pj. 



2 20 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



506. La resurrezione di Lazzaro (lavagna a. ",36, l. 0,27) * 

Notevole per la vivezza del colorito, che rulla lavagna 
prende invece sempre un tono freddo. 

Turchi (Alessandro), detto l'Orbetto. Cenni biog. al n. 307. 

507. La resurrezione di Lazzaro (lavagna .1. 0,46, 1. 0,36). 

Duquesnoy (Francesco). Cenni biografici al n. 479. 

508. Un Baccanale (scultura in marmo di paragone su 
fondo di lapis lazzuli con guarnimento di metallo dorato). 

Dyck (Scuoia di Van). 

509. L'Adorazione dei Magi (Marmo a. 0,43, 1. 0,37). 

Romana (Scuola), fine del secolo XVI. 

510. S. Girolamo orante (lavagna a. 0,44, 1. 0,36). 

Bril (Paolo). Cenni biografici al n. 12. 

511. Paese (rame a. 0,1 1, 1. 0,17). 

512. Marmo paesino 
Breughel (attribuito a Pietro). 

513. Paese (rame a. 0,11, 1. 0,17). 

Vinci (Scuola di Leonardo da). 

514. Testa femminile (disegno a punta d'argento su carta 
a. 0,18, 1. 0,24). 

Questo disegno, attribuito a Leonardo medesimo, è una de- 
bole cosa d'un suo seguace, e secondo il Morelli di Bernar- 
dino de' Conti. Il disegno è a punta d'argento con chiari di 
biacca su carta grigia. Il girar vizioso delle palpebre e la loro 
eccessiva gonfiezza come se fossero affette di edema, rivelano 
la forma di Leonardo degenerata a cifra e quasi a carica- 



XI. a STANZA 



221 



tura. Qualche altra imperfezione è nel taglio delle narici, 
incertezza di forma nel collo e eccessiva esilità delle spalle. 

Cesari (Giuseppe), detto il Cav. d'Arpino. Cenni biografia 
al n . 4. 

515. Giove e Giunone (tav. a. 0,33, 1. 0,39). 
Imitazione di opera raffaellesca. 

Mignon (Abramo). Cenni biografici al n. 360. 
$16. Fiorì (rame a. 0,11, 1. 0,16). 
Callot (attribuito a Giacomo). 

517. Paese 'col battesimo di Cristo (tav. elittica, 0,08 
per 0,10). 

Pulzone (attribuito a Scipione), detto Gaetano. Cenni bio- 
grafici al n. 80. 

518. Ritratto di Cardinale (rame a. 0,16, 1. 0,10). 

Baur (Guglielmo). Cenni biografici al n. 481. 

519. Prospetto del Museo di Villa Borghese (pergamena 
a. 0,30, 1. 0,45). 

Reca la scritta antica: 

PALATII VILLAE 
BVRGHESIAE PROSPECTVS 

Interessante pittura, perchè rappresenta la facciata del Va- 
sanzio nella sua forma originaria, tutt'arricchita d'ornamenti ; 
e perchè riproduce con diligenza infinita i costumi del secolo 
XVII: popolani e ricchi, armeni, greci, turchi, tutta la vario- 
pinta folla di Roma in quel secolo, con atteggiamenti che 
sembrano comicissimi a noi. Il miniatore ha curato di ripro- 
durre gli ornati delle carrozze, le bardature dei cavalli ma- 
gnifiche, i più piccoli particolari d'ogni cosa. 



2 22 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 
Breughel (attribuito a Pietro). 

520. La presa di Gerusalemme (su pietra paesina, a. 0,24 
0,37). 

Vanni (Raffaele). Gwwf biografici al n. 62. 

52!. Santa Caterina da Siena (tav. a. 0,24, 1. 0,18). 

Fiorentina (Industria). 

Op. di commesso di pietre dure, rapp. un paese (a. 0,14, 
1. 0.20). 

Fiorentina (Scuoia). Secolo XVI. 

523. Ritratto supposto di Dante Alighieri (a. 0,24, 1. 0,17). 
Bolognese (Scuola). 

524. S. Pietro (lavagna a. 0,16, 1. 0,1 1). 

Swaneveld (Ermanno), detto Ermanno d'Italia e l'Eremita. 
Cenni biografici al n. 197. 

525. Paese (tav. elittica 0,08 per 0,10). 

Pulzone ^attribuito a Scipione), detto Gaetano. Cenni bio- 
grafici al n. 80. 

526. Ritratto di Cardinale (rame a. 0,16, 1. 0,10). 

Vanni (Francesco) Cenni biografici al n. 62. 

527. Le tre Grazie (tela a. 0,33, 1. 0,38). 

Bisi (Bonaventura), detto il Padre Pittorino. Bologna,.... 
m. 1659. 

Fu miniatore famoso al suo tempo, copiò a Firenze capi- 
lavori d'arte, e, fra gli altri di Tiziano, la Venere della Tri- 
buna. Raccolse disegni d'antichi maestri, e lasciò morendo al 
Duca di Modena disegni e miniature, copie in gran parte 



XI. a STANZA 223 

di quadri di Tiziano, di Correggio; di Raffaello e di Guido. 

528. Adamo ed Eva nel paradiso terrestre (miniatura di 
forma elittica su pergamena). 

Lauri (Filippo). Cenni biografici al n. 233. 

529. Giudizio di Paride (rame a. 0,08, 1. 0,10). 

Breughel (attribuito a Pietro). 

530. Utensili (rame ? 0,1 1, 1. 0,22). 
Lauri (Filippo). Cenni biografici al n. 233. 

531. La caccia di Diana (rame a. 0,08, 1. 0,1 1). 



224 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



XII. a STANZA 



Salviati (Scuola del). 

552. S. Gio. Battista (tela a. 1,55, 1. 0,98). 

Brandi (Giacinto). Poli (Napoli), 1623-1691. 

Giovanetto ancora, servì da modello all'Algardi; dal Lan- 
franco attinse le sue forme pittoriche. Fu principe dell'Acca- 
demia di S. Luca, ma rifuggente dalla società degli artisti. 
Suo unico amico fu Michelangelo delle Battaglie. 

533. S. Pietro piangente (tela a. 1,38, L 1,12). 



INDICE DELLE TAVOLE 



I. Canova : Venere vincitrice giacente (v. testo a pag. 
II. Bernini: Apollo e Dafne (a pag. 25). 

III. Statua di Fauno (a pag. 47). 

IV. Domenichino : La caccia di Diana (a pag. 5 9). 
V. Francesco Francia: Santo Stefano (a pag. 67). 

VI. Tiziano: L'Amor Sacro e V Amor Profano (a pag. 
VII. Tiziano: Venere che benda Amore (a pag. 110). 
Vili. Dosso: La maga Circe (a pag. 127). 
IX. Correggio: Danae (a pag. 94). 
X. Botticelli : Madonna col Bambino e Angioli (a pag. 
XI. Raffaello: La Deposizione (a pag. 178). 
XII. Antonello da Messina: Ritratto (a pag. 1 9 1 ). 



// Museo e la Galleria Borghese, 15. 



INDICE DEGLI AUTORI 



Agnatti (Ces.), 3 3 
Agricola (Luigi), 22 
Albani (Fr.), S<> 

Albertinelli (Mariotto), i«6, 20O 

Algardi (Aless.), 3S 

Allegri (Ant.), il Correggio, 93, 9 5» 9* 

Allegrini (Fr.), 168 

Amerighi (Mich.), il Caravaggio, 17, 

98, ioo, 106, 209 
Angeletti, 28 

Angeli (And.) o And. del Sarto, 162, 

164, 16$ 
Angelis (Dom.), 16, 33 
Anguisciola CSof.), 78, 92 
Antonello da Messina, 190 
Arpino (Cav. d'), v. Cesari 
Baglioni (Gio.), 29 
Balestra (Ant.), 81 

Barbarelli (Scuola di Giorgio), il Gior- 

gione, 91 
Barbieri (G. F.), $4» 7° 
Barocci (Fed.), 69, 89, 107, 194 
Bassano (Giac ), V. Ponte 
Baur (Gio. Guglielmo), 216, 217, 221 
Bazzi (Gio. Ant.), il Sodoma, 210, 212 
Bellini (Scuola di Gio.), 96, 97, 112, 

207 

Bellini (Scuola de'), 85, 201 
Benvenuti (G. B.), l'Ortolano, 188 
Bernini (Gio. Lor.), 25, 29, 41, so 
Berrettini (Pietro), 17$ 
Bigi (Fr.), il Franciabigio, 160 
Bisi (Bonaventura)£il Padre Pittorino, 
222 

Bles (Herry de), 1 8 $ 



Balognese (Scuola), 53, 57, 222 

Bonacorsi (Att. a Pietro), 4.64 

Bonifacio Veneziano, II, 88, 10$, 117 

Bonvicini, 36 

Bonzi (P. P.), $9 

Bordone (Paris), 92 

Brandi (Giacinto), 224 

Breughel (Gio.), 138, 139, HS> *$<M 

215, 216, 217 
Breughel (Att. a Pietro), 5 1 3, 520, $ 30* 
Brill (Paolo), 28, 36, 137, 139» I7 ? > 

220 

Bronzino (Ang. di] Cos.), 7 2 » 74> 74, 

80, 82, 166, 207 
Bugiardini (Giuliano), 113, 164, 166, 

209 

Buonarroti (Se. di Mich.), 218 

Busi (Gio ), il Cariani, 108 

Caccianiga (Fr.), 22 

Caietani (Luigi), 219 

Caliari /Carletto), 102 

Caliari (Paolo), 83, 98 

Caliari (Scuola di Paolo), 80, 159 

Callot (Att. a Iac), 215, 221 

Cambiasi (Luca), 93, 118, 1 S 9i l6 7 

Camuccini (Vinc), 83 

Canlassi (Guido), $8 

Canova (Vinc), 19 

Cantarini (Sim.), 131, 167, 174, 217 

Capriolo (Dom.), 97 

Caravaggio (II), V. Amerighi 

Cardi (Lud.), il Cigoli, 28, 195 

Carracci (Agost.), 106 

Carracci (Annib.), 53, $7» 58, M9 

Carracci (Lud.), 63, 67, 90, 167 



2 28 IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



Carracci (Scuola de'), 68, 70, 76, 107, 
154, 158 

Carrucci (Iac), il Puntormo, 72, 19$ 
Catena (Vinc), 91 
Cerquozzi (Mich.), 136, 138 
Cesari (Gius.), il Cav. d'Arpino, 23, 

41, 132, 156, 173, 184, 189, 196, 

209, 214, 221 
Cesari (Bern.), 197 
Cigoli (II), V. Cardi 
Circignani (Nic), 164, 17$ 
Clovio (D. Giorgio Giù.), 184 
Codde (Pieter), 142 
Conca (Toram.), 43, 45, 155 
Corradori, 3 3 
Coivi (Dom.), 49 
Credi (Lor. di), 202 
Cresti( Dom.), il Passignano, 47, 170, 

200 

Cuylenborch (Abr. v.), 145 
Dandini (Pietro), 1 5 8 
Dolci (Carlo), 155, 159, 167 
Domenichino (II;, V. Zampieri 
Dossi (Dosso), V. Luteri (Gio.) 
Dosso (Batt. di) V. Luteri (Batt.) 
Dusquenoy (Frane), 216, 220 
Dyck (Ant. van), 139, 196, 220 
Feti (Dom.), 197 

Fiamminga (Scuola), 131, 139, 142, 

145, 185, 199 
Filipepi (Sandro), il Botticelli, 169 
Fiorentina (Scuola), 92, 107, 164, 

166, 171, 175, 180, 181, 202, 

208, 218 

Fiorentina (Industria), 2 1 7, 218,222 

Fiorenzo di Lorenzo, 182 

Fontana (Lavinia), 7$, 205 

Fontana (Prospero), 1 5 3 

Franck (Frane), il Giovane (II), 137 

Francia (II), V. Raibolini 

Francucci (Innocenzo), 198, 20 5 . 214 

Gagneraux (Bened.), 1 5 1 

Galizia (Fede), 108 

Gargiulo (Dom.), 8$ 

Garofolo (II), V. Tisi 

Gherardo delle "Notti V. Honthorst 



Ghirlandaio (Mich. di Rid.), 207 

Gimignani (Giac), 132 

Giordano (Luca), 170 

Grimaldi (G. F.), 55, 58, 153 

Guercino (II), V. Barbieri 

Hamilton (Gavino), 83 

Honthorst (Gher.) o Gher. delle notti, 

4S> 47» 57» 1 37» 1 3 8 > M* 
Hooch (Pieter de), 141 
Incogniti (Autori), $8, 71 
Innocenzo da Imola, V. Francucci 
Laboureur (Frane. Mass.), 13, 33, 34 
Lapis (Gaet.), 7 1 
Lancret (Nic), 147, 149 
Lanfranco (Gio.), 32, 49, 68, 120 
Lauri (Filippo), 132, 168, 223 
Leoni (Ottavio), 75, 206 
Licinio (Bern.), 90 
Licinio (Scuola di G. Ant.), 98 
Lombarda (Scuola), 105, 120 
Lomi (Orazio), 109 
Lotto (Lor.j, 115, 118 
Luciani (Scuola di SebJ, o Seb. del 

Piombo, 32 
Luini (Scuola di B2rn.), 201, 214 
Lunders (Gerrit), 142 
Luteri (Batt <x ) di Dosso, 24, 25, 115, 

134» 154 

Luteri (Gio.), il Dosso, 16, 38, 82, 

114, 126, 127, 130, 1 $8 
Luti (Bened.), 184 
Mailly (Sim. de), 146, 149 
Manfredi (Bart.), 45, 161 
Marchetti (G. B.), 28, 33, 36, 43, 45, 

123» MS» '73 
Massari (Lucio), 2 1 1 
Mazzola (Fr.), 76 
Mazzola (Scuola di Fr.^), 88, 134 
Mazzoli (Lud.) o Mazzolino, 128, 130, 

155, 208 
Meloni (Marco), 62 
Mieris (Fr. v.), 137 
Mignon (Abr.), 174, 221 
Mola (G. B.), 98, 100 
Mola (Piei Fr.), 71, 118,208 
Monti (Gaet.), 13 



INDICE DEGLI AUTORI 



229 



Morandi (Gio. M.), 194 
Moroni (att. a G. B.), 81. 
Motta (Raff.), 1 5 3 

Muziano (Girolamo), 100, 156, 162, 
194 

Muziano (Scuola del), 132 
Nebbia (Cesare), 1 1 1 
Novelli (Fr.) 101 
Ojgiono (Marco d'), 204 
Ossembeck (Gio.), 121 
Ostade (Isaak v.), 145 
Pacetti (Vinc), 13, 16, 33, 36 
Palma (Iac), il Giovane, 1 12 
Palma (iac), il Vecchio, 86, 107 
Palma (Scuola di Iac.) il Vecchio, 73 
Parmig^nino (II) V. Macola 
Patinier (Ioach. de), 121, 122, 137, 

158, 174, 213 
Pécheux (Lor.), 38 
Pedrini (Gio.) o Giampietrino, 209 
Penna (Agost.), 16, 33 
Peruginesca (Scuola), 131, 176, 190, 

193, 194, 205 
Perugino (11.). V. Vannucci 
Peruzzi (Baldass.), 79 
Peters (Vinc), 13 
Piazza (Paolo), 76 

Pier di Lorenzo, detto Pier di Cosimo, 
163, 167 

Pippi (Giulio) o Giulio Romano, 181, 

182, 188, 190, 199, 201 
Poelenburg (Cornelis v.), 1 50 
Polidoro (Veneziano). 1 1 1 
Ponte (Giac), il Bassano, 22, 23, 25, 

2$, 46, 92, 102, 105, 2 14 
Ponte (Leandro da), 96 
Ponte (Scuola di Giac), 41, 86 
Porta (Fra Bart. della), 1 56 
Porta (Scuola di Fra Bart. della), 154, 

i6 S 

Potter (Paolo), 148 

Provenzale (Marcello), 67, 217, 218 

Puligo (Dom.), 202, 214 

Pulzone (Scip.), 74, 113, 158, 185, 

221, 222 
Raibolini (Fr.), il Francia, 50, 64, 67. 



Raibolini (Scuola di Fr.), 64, 1 10 
Reni (Guido), 1 1 3 
Resani (Arcang.), 152, 154 
Ribera (Iose de)> 61 

R»g hi > 13. 3 3» 4 5 

Romana (Scuola.), 117, 220 

Roncalli (Cristof.), delle Pomarance, 64 

Rosa (Salvatore), 172 

Rossi (Mariano), 1 3 

Rotati (P ), 13 

Rubens (P. P.), 143, 14$ 

Rudiez (Pietro), 3 3 

Rustici (Frane), 47 

Sabatini (Lor.), 7 3 

Sacchi (And.), 1S2 

Salimeni, 13, 33 

Salvi (G. B.), 168, 173, 185 

SaWiati (Se del), 224 

Santi di Tito, 78, 132 

Sanzio (Raffaello), 176 

Sanzio (Scuola di R.), 77, 112, 151, 

174, 176, 193, 197, 200 
Sarto (And. del). V. Angeli 
Sassoferrato (II). V. Salvi 
Savoldo (Gio. Gir.), 99 
Scarsella (Ippol.), 99, no, 125, 126. 

129, 130, 1 31 
Schedoni (Bart.), 91, 159 
Siciolante (Girol.), 159» 180, 188 
Sirani (Elis.), 79 
Solario (Andrea), 2 1 1 
Spada (Lion.), 54 
Spagnoletto (Lo). V. Ribera 
Striegel (BernJ, 146 
Sunder (Luca), o Cranach, 161 
Susini (Ant.), 50 

Swanevelt (Herman Van), 121, 128, 

149, 215, 222 
Tassi (Agost.), 91 
Tedesca (Scuola), 136, 149, 216 
Tempesti (Ant.), 1 22, 1 2 5, 1 3 5, 2 1 8, 

2 19 

Teniers (Dav.), il giovane, 149 
Tiarini (Aless.), 52, 202 
Tilbaldi(Pelleg.), 197 
Tilborgh (Eg. v.), 148 



23O IL MUSEO E LA GALLERIA BORGHESE 



Tisi (Benvenuto), 123, 124, 125, 126, 
130,132, 133, 134, 135, 169, 196 

Turchi (Aless.), l'Orbetto, 15$, 219, 
220 

Ubertini (Frane), il Bacchiacca, 201 

206, 213 
Umbra (Scuola), 1 82, 216 
Unterberger (Cristof.), 1 7 3 
Valentini, 104, 139. 160, 19$ 
Vanni (Raff.), 66, 106, 118,222 
Vannucci (Pietro), il Perugino, 186, 

190 

Varotari (Aless.), il Padovanino, 24 
Vasaii (Giorgio), 160 
Vecellio (Tiziano), 39, 103, 110, 117, 
U9 



Vecellio (Scuola del), 8$, 93, 102, 106 

Veneta (Scuola), 89 

Veneziana (Scuola), 46, $8, 71, 77, 

81, 90, 101,107, 109,113,115, 

118, 1 $8, 174, 208 
Venusti (Marcello), 97, 171, 190, 200 
Verrocchio (Scuola del), 20$ 
Vinci (Scuola di Leon, da), 204, 214, 

220 

Vogelaer (C. v.), 60 
Vouet (Sim.), 82 
Zampieri (Dom.), 58, 61 
Zelotti (Batt.), 87 
Zucca (Giac), 2$ 
Zuccari (Fed.), 122, 215 
Zuccari (Tadd.), 192 



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